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Secondo un'inchiesta del New York Times, l'agenzia americana avrebbe consegnato all'ufficio presidenziale afghano decine di migliaia di dollari, in contanti, per influenzarne le decisioni. Ma gli esiti sono controversi

Giuliano Battiston

Martedi' 30 Aprile 2013

Kabul - Pesanti borsoni da viaggio, valigie, perfino buste di plastica piene di fruscianti dollari americani. Decine di milioni, consegnati dal 2003 con regolarità dagli uomini della Cia all’ufficio presidenziale di Hamid Karzai, l’ex “sindaco di Kabul” la cui famiglia è diventata un nodo fondamentale nell’economia di guerra afghana. Un’economia che è cresciuta al ritmo dell’8% annuo, con un aumento del Pil del 79% in pochi anni ma che – come conferma l’inchiesta del New York Times pubblicata ieri – è fondata sull’opacità e il clientelismo e favorisce i più avidi e corrotti.

La storia ripercorsa dal giornale americano comincia con l’intervento militare del 2001 contro il regime talebano. Allora, come ormai tutti ammettono, la Cia sborsava centinaia di migliaia di dollari per assicurarsi la fedeltà e il sostegno di quei signori della guerra – tra cui l’attuale vice-presidente afghano, il “maresciallo” Fahim - che si dichiaravano pronti a combattere gli studenti coranici e a favorire il cambio di governo voluto da Washington. Quei soldi però finivano direttamente nelle loro mani, bypassando il “sindaco di Kabul”. Che dalla fine del 2002 prese a farsi insistente con gli americani perché fossero destinati a lui. Fu presto accontentato. Secondo le fonti del NYT – tra cui spicca Khalil Roman, vice-capo dello staff dell’ufficio presidenziale dal 2002 al 2005 -, da gennaio 2003 la Cia ha cominciato a consegnare i soldi nell’ufficio del presidente. Karzai non si è mai sporcato le mani, i dollari venivano affidati agli uomini del Consiglio di sicurezza nazionale, sotto l’occhiuta supervisione del responsabile amministrativo del Consiglio, Mohammed Zia Salehi, già arrestato dagli americani nel 2010 perché coinvolto in un ampio giro di affari sporchi tra traffico d’oppio, finanziamento ai Talebani, riciclo di denaro. All’epoca, Karzai si impegnò personalmente perché Mohammed Zia Salehi fosse rilasciato nel giro di un paio d’ore, e continuò a gestire un costante flusso di denaro proveniente dalla Cia. Denaro usato da Karzai per assicurarsi il controllo in un sistema fortemente centralizzato a livello politico, ma con costanti spinte centrifughe dalle “periferie”, in termini militari e di gestione del consenso.

Con il regolare flusso di denaro destinato all’ufficio di Karzai, la Cia sperava di assicurarsi accesso al “circolo interno” del presidente, così da influenzarne le decisioni e gettare le basi per la stabilizzazione del paese. Gli esiti, secondo il NYT, sono stati opposti: quei soldi sono finiti nelle mani di signori della guerra e politici coinvolti nel traffico di droga e, a volte, legati con i gruppi anti-governativi, e hanno finito per consolidare quegli stessi network criminali che le forze Isaf-Nato provano a combattere.

Alla luce delle rivelazioni di ieri, assume una luce nuova anche la reazione degli americani alla notizia, circolata nel 2010, che gli iraniani erano soliti consegnare ingenti somme di denaro a Karzai. Allora, i diplomatici a stelle e strisce criticarono il tentativo degli iraniani di sabotare le relazioni tra Kabul e Washington con metodi scorretti. Dimenticando di aggiungere che facevano lo stesso. E chiudendo gli occhi su un meccanismo destinato a produrre inevitabilmente frutti avvelenati, vero nodo gordiano dell’intervento in Afghanistan: il tentativo di portare pace e stabilità nel paese affidandosi a tutti quei signori della guerra, criminali, trafficanti di droga che alimentano conflitti, instabilità, corruzione. Per dirla con le parole di uno degli anonimi alti funzionari statunitensi interpellati dal NYT, “la principale fonte di corruzione in Afghanistan sono stati gli Stati Uniti”. Detta in altri termini – secondo un messaggio del 2009 proveniente dall’ambasciata statunitense a Kabul e reso noto tempo fa da Wikileaks – ogni tentativo di combattere seriamente la corruzione in Afghanistan presenta “un serio dilemma: coinvolgerebbe alcuni dei più prossimi parenti e alleati di Karzai, e richiederebbe di perseguire gente a cui spesso ci affidiamo per assistenza e/o supporto”.

Qui a Kabul la notizia del New York Times viene accolta con il consueto disincanto di chi sa bene come vanno le cose: secondo i dati raccolti in un rapporto dell’Onu sulla corruzione presentato lo scorso dicembre (Unodc, Corruption in Afghanistan: Patterns and Trends), nel 2012 metà della popolazione afghana ha dovuto consegnare una mazzetta a funzionari pubblici, un giro di corruzione equivalente a 3.9 miliardi di dollari solo nel 2012. La corruzione è ovunque, dicono gli afghani, tanto più ovvio che sia ai piani alti. Qualcuno legge invece la notizia NYT come un tentativo di indebolire Karzai mentre è impegnato con gli americani nel delicato negoziato sull’accordo bilaterale di sicurezza (quante basi, quanti soldati e con quale status resteranno dopo il 2014). Che sia così o meno, un fatto rimane certo: è impossibile vincere una guerra che si contribuisce ad alimentare.


anche su "il manifesto"



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