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FAR SOLDI SULLA LINEA DEL FRONTE: BENVENUTI A KABUL 3/4/13

Edilizia e soldi facili: welcome to the capital dove se avete quattrini li potete moltiplicare e dove, come forse accade alla vigilia delle grandi tragedie, in vista della paranoia del dopo 2014, quando gli eserciti occidentali se ne andranno, non si sta tanto a guardare al futuro ma si vive spasmodicamente al presente

Mercoledi' 3 Aprile 2013

Kabul - Raccontano che un businessman pachistano preferisca Kabul addirittura a Dubai: «C'è di tutto, è un centro vivace e divertente mentre un mucchio di altre capitali sono noiose». Può sembrar bizzarro che una città sulla linea del fronte, da trent'anni capitale di un conflitto senza fine con una molteplicità di attori da far invidia alla II Guerra mondiale, possa essere attraente. E invece... Benvenuti a Kabul dove se avete quattrini li potete moltiplicare e dove, come forse accade alla vigilia delle grandi tragedie, in vista della paranoia del dopo 2014, quando gli eserciti occidentali se ne andranno, non si sta tanto a guardare al futuro ma si vive spasmodicamente al presente.

Al rientro dal weekend del venerdi la coda è lunga per rientrare in città. La polizia ferma le macchine cariche di giovinastri (tutti maschi) ma non cerca armi. Controllano il tasso alcolico per evitare incidenti. Lo skyline della città che si staglia sullo sfondo cambia di settimana in settimana, a volte di giorno in giorno. Il nuovo ufficio del governatore, solo palafitte di cemento armato quattro mesi fa, è fatto e finito davanti a un grande megastore a più piani in costruzione. Guardi verso l'alto e vedi svettare gru, ponteggi, scale sopra parcheggi di betoniere e camion che trasportano tondini di ferro. Una bolla speculativa senza precedenti ha fatto di questa città un cantiere in continua espansione. E prima ancora che si sia messo mano alla “New Kabul” - progetto di una Brasilia afgana a Nord dell'attuale capitale, nell'area di Shomali, lungo la strada che porta nel Panjshir - sorgono palazzi e palazzine, si bitumano ampie strade, si parcellizzano appezzamenti. Poco importa se poi non ci saranno le fogne o se l'allaccio alla luce sarà volante come le matasse di cavi che si intrecciano ancora nella città vecchia. Nemmeno questa esente dall'avanzata del tondino, a spese di un'architettura tradizionale fragile tanto nella struttura (fango, paglia e travature in legno) quanto nella cultura di un'identità che si sta perdendo travolta dalla “modernità”. Giran soldi e c'è lavoro nei cantieri. Non è poco, poi si vedrà.

Nel quartiere di Sherpur, dove i signori della guerra hanno confiscato terra demaniale e costruito cinque o sei anni fa un quartiere residenziale per aitanti funzionari internazionali, le case adesso sono sfitte: “Residence with 27 rooms to rent”, dice un cartello sulla facciata di una di queste ville che coniugano in un kitsch stupefacente le architetture di Dubai e Peshawar, Islamabad e Washington, il tutto con una spruzzata di aria persiana imbellettata da specchietti colorati a mosaico. Ma gli occidentali stanno già facendo le valige e i prezzi crollano. A Sharenaw trovi una casa arredata per 1000 dollari anche se c'è ancora chi ne paga 800 per una stanza. Dunque, chi ospiteranno le migliaia di appartamenti in crescita esponenziale? Chi potrà permettersi, tra quei due milioni che vivono sulle pendici delle montagne intorno alla città, le due stanze più bagno e cucina, sogno borghese tipico di ogni boom edilizio? Sogno per chiunque abbia una casa costruita in una notte sfruttando il pendio e i sassi della montagna. Case dall'aria contadina colorate d'ocra o di azzurro, presepe fantastico ma senza servizi: allacci volanti, acqua trasportata a taniche, niente fogne né asfalto sui tratturi scivolosi allargati a strade per il boom automobilistico che vale un milione di vetture.

Il fatto è che in città girano soldi e tanti. E le palazzine sono il modo più agile di investire. Ci sono i soldi promessi dalla Conferenza di Tokio per almeno quattro anni (15 miliardi) e il Paese attrae investimenti stranieri. Nonostante la guerra.
Kelly, chiamiamola così, è una trentenne rampante di origine afgana naturalizzata Usa. Lavora per una grossa ditta di engineering e vive al Kabul Star, uno dei tanti 5 stelle nati come funghi e pieni di affaristi. Non ha un minuto libero. E domenica scorsa, nel suo viaggio a Doha, Qatar, Karzai ha snocciolato all'emiro del Paese che ha inventato Al Jazeera, e che sta diventano un gigante politico oltre che economico, le cifre di un'avventura che per i cinesi vale 4,5 miliardi di dollari solo nelle miniere di rame. Delhi, nello stesso settore, ci ha messo un altro miliardo. Gli americani sono ovunque: stanno trattando la gestione dello spazio aereo perché la Nato, che ora lo controlla, se ne andrà. Gli italiani hanno messo gli occhi sul nuovo aeroporto di Herat anche se si chiedono, una volta terminato, chi gestirà il traffico dalla torre di controllo. Quella messa in piedi dai soldati spagnoli e già stata smontata per tornare a Madrid.

La pace è ancora lontana e il governo è tutt'altro che stabile e privo di un reale sostegno popolare ma gli affari corrono. Le banche locali chiudono un occhio se è vero che una bella fetta del Pil viene da quelli illeciti e adesso, dopo due-tre anni di moneta fortissima (l'afganis si era apprezzato del 4% sul dollaro a fronte di una svalutazione delle monete dei Paesi vicini attorno al 40%), la divisa locale costa meno, il lavoro anche. Le regole poi, non è difficile bypassarle.

Quando Karzai è partito per Doha sabato scorso, il suo aereo in partenza in tarda mattinata dall'aeroporto di Kabul, ha rischiato di far restare a terra tutti gli altri. Il presidente si è presentato con un scorta di almeno una trentina di mezzi, armati sino ai denti. Ed è partito per il Qatar per parlare, oltre che di soldi, soprattutto di pace. Anche se a casa ha portato più promesse di investimenti (il Golfo è la banca tradizionale degli afgani) che non speranze di arrivare a chiudere una trattativa coi talebani. Tutto gira attorno al cosiddetto “ufficio” politico, che i turbanti avrebbero dovuto aprire a Doha già un anno fa. Ma mentre Karzai era in Qatar, un portavoce talebano confermava che con lui e l'Alto commissariato di pace afgano (che accompagnava il presidente) non c'è spazio per colloqui, figurarsi per negoziati. I talebani sembrano aspettare il dopo 2014, quando un governo fragile, senza più Karzai né l'appoggio degli stranieri, dovrà negoziare da una posizione di debolezza. Karzai probabilmente ha convinto l'emiro a non aprire l'ufficio finché la guerriglia non dimostri più moderazione. E per ora il presidente si accontenta di collezionare consensi, presentandosi come l'uomo della pace e quello che avrà messo alla porta le forze di occupazione, attribuendosi il merito dell'uscita di scena della Nato.

Per ora dei talebani dice che “non sono un ostacolo” e del Pakistan che avrà un ruolo nel processo di riconciliazione. Gli americani restano la vera incognita. Nonostante le relazioni, tesissime, si siano distese con le recenti visite di Hagel e Kerry (il primo viaggio dei nuovi titolari americani di Difesa ed Esteri in Afghanistan) sono gli Usa il vero ostacolo nel negoziato coi talebani poiché tutti sanno, Karzai per primo, che Washington e la shura di Quetta vorrebbero trattare a tu per tu senza di lui. Che intanto però ha un altro asso in mano. Dopo varie schermaglie ha ottenuto il trasferimento dei detenuti nelle carceri americane su suolo afgano (Bagram) alla completa giurisdizione e tutela nazionale. Potrà quindi liberare quanti talebani crede e utilizzarli per trattare, magari negoziando sull'ufficio di Doha pur di ottenere almeno un segnale dalla guerriglia. Che completi la sua aurea di salvatore della patria, finalizzata a ritagliarsi potere e affari anche nel dopo 2014.

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