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Lunedì 18 lo stato caucasico sceglie il presidente. Favorito è Serzh Sarkisian, il capo di stato uscente. Tra Ue e Russia, l'Armenia cerca di uscire dalla lunga fase di transizione economica e politica. (Nella foto la statua del poeta Eghishe Ciarenz davanti al cinema Moskva, a Yerevan)

Enzo Mangini

Domenica 17 Febbraio 2013
Gli armeni ci credono: le elezioni per scegliere il nuovo presidente, lunedì 18 febbraio, saranno più trasparenti di quelle parlamentari di maggio scorso e sicuramente più democratiche di quelle del 2008, che lasciarono il paese nel pieno di una turbolenza politica costata dieci morti negli scontri di piazza.
Il dato sulla fiducia nel processo democratico è contenuto in un dossier pre-elettorale curato dalla European Friends of Armenia (Eufoa), una Ong armena con base a Bruxelles. Il dossier è stato presentato il 9 febbraio scorso in una affollata conferenza stampa a Yerevan, nell’hotel Golden Tulip, di fronte all’inevitabile cinema Moskva. I risultati dei sondaggi condotti tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio da Eufoa, mostrano che il 67 per cento degli armeni pensa che le elezioni saranno organizzate in modo più efficiente e democratico e quasi la stessa cifra ritiene che, diversamente dal passato, i media hanno dato una copertura bilanciata e onesta della campagna elettorale.
“Sono dati molto incoraggianti, al di là del posizionamento dei singoli candidati alla presidenza - spiega Michael Kambeck, segretario generale di Eufoa - Lasciano ben sperare per il consolidamento democratico dell’Armenia che sembra ormai avviato in modo irreversibile”.
Una settimana più tardi, Eufoa si è unita al Europe-Armenia Advisory Council, un Consiglio consultivo composto da europarlamentari, accademici e diplomatici, nella richiesta di elezioni “libere e leali”: «Una condotta adeguata delle elezioni presidenziali rafforzerà l’Armenia politicamente e democraticamente - si legge nell’appello - La renderà un partner credibile per l’Unione europea». L’Ue è il primo orizzonte di azione per il presidente uscente Serzh Sarkisian che stando ai sondaggi vincerà al primo turno con una maggioranza molto solida e tra il 55 e il 60 per cento dei voti. L’Armenia si sta adeguando rapidamente alle norme dell’Ue, tanto che potrebbe essere pronta a firmare il trattato per entrare nell’area di libero scambio già a fine novembre, a Vilnius, durante il summit dei paesi coinvolti nella Eastern Partnership dell’Ue. La cosa più sorprendente è che questo avvicinamento a Bruxelles è stato ottenuto senza irritare la Russia, che rimane il primo partner commerciale dell’Armenia, nonché un essenziale riferimento per la politica internazionale e di difesa di Yerevan, legata a Mosca da un trattato di cooperazione strategica.
Per quanto nelle strade della capitale armena la campagna elettorale non sia così visibile, il dibattito è vivo nel paese. L’evento principale delle settimane pre-elettorali è stato l’attentato, dai contorni ancora alquanto oscuri, subito da uno dei candidati dell’opposizione, Paruyr Hayrikyan, 63 anni, raggiunto da due colpi di pistola mentre era in un parcheggio, lo scorso 31 gennaio. Due persone sono state arrestate nelle indagini sul tentato omicidio, che ha rischiato di far rinviare le elezioni di due settimane. Tuttavia, per quanto la popolarità di Hayrikian sia stata rafforzata, il suo piazzamento elettorale nei sondaggi non è salito di molto. Al secondo posto, dopo Sarkisian, molto distanziato attorno al 33 per cento, c’è Raffi Hovhannisyan.
E se il risultato elettorale non nasconde sorprese, è sul futuro del paese che si appuntano le speranze degli elettori. L’economia armena, dopo il collasso dei primi anni novanta, dovuto al crollo dell’Urss e alla guerra con l’Azerbaijan per il Nagorno-Kharabakh, ha avuto una serie di anni molto positivi con tassi di crescita del Pil anche a due cifre. La serie si è interrotta nel 2009, quando c’è stata una recessione del 14 per cento, seguita di nuovo da una crescita del 7 per cento nel 2012. Il governo prevede una crescita del 6 per cento per l’anno in corso, con una inflazione del 3. Nonostante questi dati macroeconomici, la povertà è ancora abbastanza diffusa, con circa un terzo dei 3,5 milioni di abitanti a cavallo della linea di povertà relativa e i salari sono ancora molto bassi: quello medio arriva a 300 dollari. La disoccupazione, secondo i dati dell’agenzia Reuters, viaggia attorno al 16 per cento.
«Una delle priorità per il nuovo governo sarà mantenere gli investimenti nell’educazione - dice il 37enne ministro dell’istruzione Armen Ashotyan, una delle figure emergenti del Partito repubblicano armeno, quello al governo - Per noi è una garanzia per il futuro, un futuro che dal nostro punto di vista non deve rinunciare ai valori della tradizione armena, ma proteggendoli deve aprirsi al mondo». Ashotyan è stato uno degli artefici dell’avvicinamento del Partito repubblicano al Partito popolare europeo, di cui adesso fa parte. E’ ministro da 4 anni e in un certo senso rappresenta la nuova generazione di politici armeni, inseriti nei meccanismi della democrazia europea («I paesi europei sono il nostro modello», dice Ashotyan) ma saldamente radicati alla complessa identità del proprio paese.
Un governo stabile e avviato verso l’Ue, inoltre, sarebbe una buona garanzia per gli investimenti esteri che stanno arrivando nel paese: ne è un esempio il Golden Tulip, un hotel di proprietà di un gruppo italiano, RenCo, di Pesaro, presente anche in molte opere pubbliche del paese. I primi a credere nella crescita dell’Armenia sono le comunità della diaspora, almeno 6 milioni di armeni vivono sparsi per il mondo, dalla Russia all’Australia, dalla Francia agli Stati Uniti fino all’Argentina e molti progetti che stanno cambiando il volto ancora arcigno e sovietico di Yerevan portano il nome di qualche armeno di successo dall’estero. Per esempio la enorme Cascata: una scalinata che scala una delle tante colline della capitale, dal centro verso il monumento alla Madre Armenia. Finanziata da un miliardario armeno-americano sarà una enorme galleria d’arte contemporanea. Nei giardini ai piedi della scalinata già si possono ammirare molte opere d’arte. In tutt’altro settore, onnipresente nella pubblicità per le strade di Yerevan, c’è una nuova banca con capitale armeno-argentino, mentre alcune aziende si software armeno-californiane stanno investendo sull’eredità lasciata dai centri di ricerca connessi con i programmi missilistici sovietici.
Ci sono ovviamente anche molte ombre. Proprio il sistema bancario armeno, per esempio, è sotto osservazione perché l’Armenia non si è unita alle sanzioni internazionali contro l’Iran - né potrebbe farlo, visto che, chiusi i confini con Turchia e Azerbaijan, l’Iran e la Georgia sono le uniche vie di terra aperte - e da Washington si teme che Teheran possa usare il paese vicino per aggirare alcune sanzioni finanziarie. Molto da fare rimane ancora sul piano della lotta alla corruzione, anche se il governo uscente ha condotto alcune importanti campagne, e sul piano della presenza, in parlamento e nell’economia, di “oligarchi” in grado di influenzare la politica nazionale in alcuni settori.
Dal punto di vista politico, invece,un think tank indipendente, il Regional Studies Centre (RSC), evidenzia come la campagna elettorale sia soprattutto «uno scontro di personalità». In un rapporto pre-elettorale diffuso a gennaio, si legge che nonostante alcuni importanti sviluppi positivi, come per esempio una spiccata libertà di espressione per i media, il dibattito politico è rimasto a un livello «basso, con poca discussione e ancor meno scelta tra visioni politiche e strategiche in competizione tra loro». Inoltre, secondo il RSC, sono ancora diffuse le pratiche di «uso dell’apparato amministrativo» come cinghia di trasmissione per la campagna elettorale (personale dei ministeri “incoraggiato” a partecipare ai comizi, per esempio) e permangono alcuni dubbi sull’accuratezza della compilazione delle liste elettorali.
Il rapporto evidenzia come una situazione del genere sia stata anche responsabilità dell’opposizione, anzi delle opposizioni, che non sono state in grado di presentare candidati credibili, specialmente dopo che i due principali rivali di Sargsyan hanno deciso, per motivi diversi, di non partecipare al voto. Proprio per questi limiti, comunque, il voto di lunedì 18 sarà molto importante, sottolinea Richard Giragosian, direttore del RSC: «In termini di politica internazionale, per esempio, il secondo mandato per Sarkisian potrebbe consentire di lanciare nuove e audaci idee per cercare di normalizzare i rapporti con la Turchia. Un risultato che, se fosse raggiunto, sarebbe davvero importantissimo per il paese, non solo sul piano simbolico».
La comunità internazionale, come gli armeni, è preoccupata innanzi tutto della stabilità del paese e della regione. Per questo, pur senza far finta di non vederli, i problemi evidenziati dal rapporto del RSC passano in secondo piano rispetto alle attese. La vera trappola politica, anzi, potrebbero essere proprio le attese: gli armeni ci credono, la comunità internazionale sembra crederci. A Sarkisian la responsabilità di non fallire.

Il sito di Eufoa per i dati pre-elettorali
Il sito del Regional Studies Centre di Yerevan



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