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Quest'analisi è uscita su AspeniaOnline col titolo: Karzai, Obama e il futuro ruolo americano in Afghanistan

A sn un'immagine tratta dal sito della Casa bianca

Emanuele Giordana

Giovedi' 17 Gennaio 2013

E' stato necessario aspettare che Hamid Karzai facesse ritorno da Washington per vederci un po' più chiaro sui colloqui che venerdi 11 gennaio si sono tenuti nella capitale statunitense tra il capo di Stato afgano e il presidente degli Stati uniti Barack Obama. La missione era molto complicata: da una parte Karzai cercava rassicurazioni per sé, il suo governo e il suo Paese per quanto riguarda l'aspetto militare. Dall'altro, il presidente afgano aveva bisogno di dimostrare di non essere un pupazzo nelle mani di Washington, una debolezza che non gli viene rimproverata solo dai talebani. Doveva insomma fare il muso duro tendendo il cappello; fare l'amico e il solido alleato senza però far figurare tutto ciò – e non solo davanti alla sua platea nazionale – come una svendita di sovranità. C'è riuscito? Qualche segnale dice di si.

Lunedi scorso, al suo rientro dagli Stati uniti, ha affrontato di petto il tema delle elezioni che si devono tenere il 5 aprile del 2014 e che riguardano, innanzitutto, la presidenza della repubblica cui Karzai ha già detto di voler rinunciare (vi è peraltro costretto dalle regole). Le questioni in ballo sono tante, a cominciare dalla decisione del suo governo di tener buone le vecchie schede di registrazione degli aventi diritto che invece (più saggiamente) la Commissione elettorale indipendente (Iec) vorrebbe cancellare ricominciando da zero. Karzai però si è preoccupato di mettere soprattutto in chiaro una cosa. E cioè che gli americani “non interferiranno” nel processo elettorale e che si faranno avanti per dare una mano “solo se invitati”. Una netta affermazione di indipendenza.

Che Karzai e Obama abbiano parlato anche delle prossime elezioni è fuori di dubbio ma dal colloquio, in merito, non è trapelato nulla. Anzi, ad essere sinceri è trapelato molto poco rispetto a tutti i temi sul tavolo. Il comunicato della Casa bianca al termine dei colloqui è rimasto negli schemi delle frasi di rito lasciando alle ipotesi e alle speculazioni l'interpretazione dell'uscita pubblica di Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza del presidente, che, alla vigilia dei colloqui, aveva fatto capire che, nella strategia di Washington per il dopo 2014, ci sarebbe posto anche per un'”opzione zero”. Obama, che ha fatto ritirare già un terzo dei 90mila uomini schierati in Afghanistan, ha probabilmente voluto mettere in chiaro con Karzai che l'America sta veramente pensando di andarsene e che dunque bisogna serrare i ranghi. Ma può anche essere che abbia voluto rafforzare l'immagine di un Afghanistan in grado di gestire la transizione, anche in presenza di un ritiro corposo degli americani. Un'ipotesi che non dispiace ai talebani che hanno sempre fatto del ritiro americano la precondizione di ogni trattativa. Anche perché quel che farà Washington farà poi Bruxelles, quartier generale della Nato.

Come che sia, un fatto è abbastanza chiaro. L'ipotesi di un ritiro delle truppe sempre più corposo non è stata soltanto uno slogan elettorale, come per altro dimostra la scelta dei due nuovi ministri chiave: John Kerry agli Esteri e Chuck Hagel alla Difesa. Le posizioni di Kerry sul conflitto sono note, meno quelle di Hagel di cui sono state soltanto sottolineate, al momento della nomina, le polemiche con l'amministrazione Bush sull'Iraq e sulla sua preferenza a negoziare con l'Iran anziché spingere il regime di Teheran verso un conflitto. Ma in realtà Hagel, in più di un'occasione, aveva chiarito il suo pensiero sull'Afghanistan, specie dopo la morte di Bin Laden quando aveva detto in modo inequivocabile che l'unica strada da seguire in quel Paese era un'exit strategy.

L'exit strategy è cominciata da tempo e non solo col ritiro – promesso e mantenuto – dei famosi 30mila soldati americani inviati col “surge” del 2009. Benché sia al Pentagono sia al Congresso in molti siano convinti che in Afghanistan bisogna restare (e corposamente) ancora a lungo, gli uomini di Obama hanno già chiesto mesi fa al generale John Allen di fare un piano a scalare che, secondo il comandante delle forze Nato in Afghanistan, prefigurerebbe di lasciare nel Paese dell'Hindukush 15mila uomini, dislocati soprattutto a difesa delle basi. Ma in seguito Allen, incalzato, avrebbe rivisto le sue previsioni per il dopo 2014 al ribasso: con la stima di una forza compresa tra le 3mila e le 9mila unità, il che ha fatto ipotizzare una possibile presenza americana nel 2015 di circa 6mila soldati (i contrari a un ritiro troppo rapido stimano che ne sarebbero necessari almeno 30mila, visto che una sola delle 23 brigate dell'esercito afgano sarebbe in grado di operare da sola).

Sull'opzione zero e sull'opzione 6mila, Karzai ha abbozzato ma non è sui numeri (che pure sono solo ipotesi) che i parlamentari afgani lo hanno attaccato: sul piano militare, Obama ha chiarito che i suoi soldati si ritireranno da un ruolo attivo di combattimento, delegando ai colleghi afgani tutta la responsabilità degli operativi sul terreno, non già in estate ma in primavera. Un anticipo che ha colto di sorpresa i politici di Kabul, preoccupati da tempi troppo stretti. Ai suoi critici Karzai ha però potuto rispondere che questa accelerazione non fa altro che rafforzare la sovranità nazionale, la cui solidità si deve misurare su altri due elementi: il primo è la definitiva giurisdizione afgana sui prigionieri di Bagram (per anni sotto sola tutela americana), un nodo su cui Karzai si è impuntato durante tutta la trattativa che ha preceduto l'accordo di partnership tra i due Paesi. Il secondo, riguarda l'immunità per le truppe americane che resteranno in Afghanistan. Qui Karzai ha giocato d'anticipo su un accordo che in realtà ancora non c'è ma che, indubbiamente (almeno sino a che la questione non sarà risolta), rafforza la sua immagine.

Giocando astutamente a carte ancora coperte, il presidente afgano ha rivelato, nella prima uscita pubblica a Kabul dopo la visita a Washington, che la presenza americana in Afghanistan dopo il 2014 dipende proprio da questo elemento. Anche lui non ha fatto numeri ma ha detto che Obama lo ha messo in guardia: o i soldati avranno l'immunità o ce ne andremo. Giocando tra la paura di un ritiro frettoloso e addirittura un'ipotesi di “presenza zero”, il capo di Stato afgano ha rimandato la palla dell'immunità in campo. Passandola alla Loya Jirga, l'assemblea dei capi tribali che il presidente convoca nell'ora delle decisioni irrevocabili. E quando, per essere onesti, ha già deciso cosa fare e ha bisogno di un plebiscito che ammanti le sue decisioni del consenso popolare.

Dunque? Dunque le bocce restano ferme. La decisione finale per ora non è stata presa né di qua né di là e Karzai è riuscito a figurare come il mediatore ineludibile della partita più difficile che, in qualche modo, lo fa apparire come l'unico arbitro in grado di garantire il difficile equilibrio tra sovranità nazionale e protezione straniera. L'unico in grado, almeno per ora, di fugare il fantasma di Najibullah e del suo governo, costretti dalla ritirata dell'Urss nel 1989 a combattere da soli una logorante guerra coi mujaheddin persa nel giro di qualche anno proprio perché Mosca li lasciò completamente soli. Lo spauracchio del vecchio uomo fedele a Mosca in realtà non viene agitato da nessuno, forse per una forma di scaramanzia. Ma è proprio quello spettro che per ora consente a Karzai un'uscita di scena più che onorevole e, probabilmente, ancora una lunga partita da giocare anche se non sarà più lui il presidente.



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