Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


L'Italia risponde "Signorsì"

Il rifugio sicuro della guerra permanente

AFGHANISTAN, GUERRA INFINITA

TALEBANI A KABUL

Icc, Usa e talebani alla sbarra

Il piano Trump per l'Afghanistan? Più soldati e più vittime

VECCHIA RETORICA NEL NUOVO PIANO AFGANO

DA RAQQA CON FURORE

Italiani a Farah: assistere o combattere?

UN VICERE’ AMERICANO A KABUL

La nuova guerra afgana

Surge americano

STRAGE AL FUNERALE

Kabul, strage senza fine

KABUL IL GIORNO DOPO

AFGHANISTAN SCHEDA PAESE (2012)


Tratto da Atlante delle guerre e dei conflitti

A cura di Emanuele Giordana e di 46mo parallelo

postato il

Lunedi' 14 Gennaio 2013
Repubblica islamica dell'Afghanistan
Bandiera: Nero rosso verde con stemma centrale
Lingue principali: Dari, Pashto
Capitale: Kabul
Popolazione: 9.835 mln abitanti (stima in migliaia)
Area: 652.864 km²
Religioni: Musulmana
Moneta: Afghanis (Afa)



(Mappa dell'Afghanistan. Clicca per allargare)

QUADRO GENERALE

L'Afghanistan è una repubblica islamica con una superficie di oltre 650 mila km² e una popolazione stimata a circa 29 milioni di abitanti. Le lingue ufficiali del paese sono il Dari e il Pashto. Presenti molte lingue minori parlate dalle diverse comunità afgane (uzbeco, turcmeno etc). Dal momento che nel Paese non si effettuano più censimenti accurati da diversi decenni, non vi sono informazioni precise sulla composizione etniche della popolazione; stando alle stime della Library of Congress degli Stati Uniti le comunità si dividono in Pashtun, Tagiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni, Baluchi e per il 4% in altre minoranze tra cui i nomadi Kuchi. La religione ufficiale è l'Islam così suddiviso: sunniti 80%, shiiti 19%, altro l'1% . Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è stimato a 147 morti ogni 1000 nati vivi (era di 209 nel 1990) e resta comunque tra i più elevati al mondo (111 secondo l'Uffici nazionale di statistica). La decrescita dei valori è avvenuta grazie all'attuazione del pacchetto base di servizi sanitari diffuso dal 2003.

L'aspettativa di vita complessiva è cresciuta a 48 anni (44 secondo altre fonti). Il divario città campagna resta enorme: in queste ultime ad esempio, l'accesso all'acqua potabile è del 39% mentre in zona urbana è del 78%. In compenso una persona su due possiede un telefono cellulare. Oltre 1 milione e 200mila persone usano Internet. L'economia afgana è formata per quasi il 40% dal settore primario, seguito da quello dei servizi e dell'industria ma l’Afghanistan è anche il maggior produttore mondiale di oppio, con circa il 90% della produzione totale del pianeta. Quella legata alla coltivazione del papavero da oppio è un’economia diffusa capillarmente in modo particolare nelle zone sud-occidentali del Paese e coinvolge un consistente numero di famiglie: circa mezzo milione nel 2007, scese a circa 366.000 nel 2008, per un totale di circa 2.4 milioni di persone (circa il 10% della popolazione).

Il PNL 2010 è stato calcolato a 27.361 miliardi di dollari. La condizione della donna, benché migliorata grazie a una più ampio accesso agli studi, resta ancora fortemente compromessa e nonostante gli sforzi nel settore dell'istruzione, il tasso di alfabetizzazione è tra i più bassi del mondo (0,354 Education Index Undp 2011. Italia: 0,965) e colpisce in particolare le donne. L'Afghanistan è infatti ancora compreso nella categoria Least Developed Country (LDC), Paesi che presentano i più bassi indicatori di sviluppo socio economico sull'indicatore Undp di sviluppo umano.

Sul fronte militare, nel 2012/2013 è iniziato il ritiro delle truppe straniere aderenti alla Nato. La Forza di assistenza Isaf era stimata a 130.000 soldati nel 2011 provenienti da 50 diversi paesi: 90.000 i soldati americani mentre (di cui 30mila rientrati nel 2012) i rimanenti provengono soprattutto da Regno Unito, Francia (dovrebbe completare il ritiro entro il 2013), Germania, Italia (4.300 soldati), Canada, Australia, Polonia e Turchia. Entro la fine del 2014 si prevede il totale passaggio di sovranità della sicurezza dalle truppe internazionali alle forze afgane anche se rimarrà un contingente Nato con compiti di assistenza tecnica.

Fonti: World Bank e IMF, UNDP, ISAF, OMS, UNICEF, ONU, Population Reference Bureau, ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

GLI ULTIMI SVILUPPI

Nel corso del 2011 e del 2012, tre Conferenze internazionali, a Bonn (dicembre 2011), Chicago (maggio 2012) e Tokyo (luglio 2012), considerate in un certo senso le “ultime grandi Conferenze internazionali” sull'Afghanistan, hanno definito tempi e modi del ritiro del contingente Nato/Isaf, il quadro della governance e il futuro sostegno civile della Comunità internazionale al Paese ancora retto (sino al 2013) dal presidente Hamid Karzai. La Conferenza di Bonn, organizzata a distanza di dieci anni da quella che nel 2001 era seguita alla caduta del regime talebano, si è concentrata soprattutto sul rafforzamento dello Stato e sulla necessità di una chiara lotta alla corruzione endemica nel Paese.
La Conferenza di Chicago, organizzata dalla Nato, ha invece chiarito i termini del ritiro delle truppe Isaf/Nato (entro il 2014), cercando però di lasciare una porta aperta al mantenimento di un contingente che garantisca sostegno tecnico all'esercito afgano, dal 2015 titolare in pieno della sovranità sulla sicurezza nazionale. Quanto a Tokyo, la Conferenza dei donatori ha fissato l'aiuto al governo afgano nei termini di 16 miliardi di dollari per quattro anni sotto forma di investimento nel settore civile.
La guerra però è andata avanti senza diminuire di intensità anche se tattiche e strategie, sia della Nato sia della guerriglia talebana, sono cambiate, adattandosi alla svolta prevista entro il 2014 e fortemente voluta dagli americani che hanno però concluso con l'Afghanistan un accordo che consente loro di tenere basi militari e soldati nel Paese. Anche altre nazioni, tra cui l'Italia, hanno firmato accordi di partenariato con Kabul.
Il capitolo delle vittime civili ha continuato a funestare la cronaca e ad aumentare il risentimento verso gli stranieri (cresciuto anche per i vari episodi di intolleranza religiosa verso l'Islam e per la satira nei confronti del Profeta): secondo la UN Assistance Mission in Afghanistan (Unama), i morti civili sono saliti da 2790 nel 2010 a 3021 nel 2011 (erano 2412 nel 2009). La maggior parte delle vittime si deve alla guerriglia (specie ai cosiddetti Ied, responsabili di un morto su tre ossia del 32%) ma sono aumentati anche i morti nei raid aerei che invece erano andati diminuendo: 187 vittime nel 2011 con un aumento del 9% rispetto all'anno prima.
Il processo di pace, da tutti evocato e invocato, non sembra intanto aver fatto passi avanti. Si è arenata l'idea dell'apertura di un ufficio politico talebano in Qatar mentre il Pakistan ha fatto chiaramente capire di voler essere parte in causa essenziale in qualsiasi decisione riguardi Kabul.


Il personaggio: Hamid Karzai

Nonostante tutto, a cominciare nel 2011 dall'uccisione di suo fratello e dell'ex presidente Rabbani, da Karzai voluto alla testa dell'Ufficio incaricato del negoziato di pace, il presidente afgano continua a restare prepotentemente in sella a dispetto dell'ondivago appoggio della Comunità internazionale e di un consenso nettamente in calo, specie in parlamento dove i deputati contro di lui sono in netta maggioranza. Il presidente al suo terzo mandato (considerato il primo ad interim) non potrò ricandidarsi nel 2013 ma nessuno esclude un colpo di mano né la possibilità che Karzai presenti un delfino di cui però, al momento non c'è segno. Assai più che semplicemente il “sindaco di Kabul”, Hamid Karzai è un uomo abile e potente: ha alternato pugno di ferro a guanto di velluto, la voce grossa a un'obbedienza costante al suo alleato principale, gli Stati uniti. In casa ha liquidato governatori e personaggi scomodi (come nella Commissione per i diritti umani) e sostituito ministri e direttori. All'estero ha alternato un'abile lavoro diplomatico a dure strigliate, in chiave interna, sull'eccesso di ingerenza straniera, da cui continua a dipendere. Dimostrando di poter, con ogni probabilità, sopravvivere a se stesso una volta ultimato il mandato presidenziale.

Focus: Da signore della guerra ad eroe

Dopo aver scampato la morte per trent’anni, i killer lo hanno ha colto di sorpresa nella sua casa nell’elitario quartiere di Wazir Akbar Khan dove stava incontrando due “talebani”. Burhanuddin Rabbani è stato ucciso nel settembre del 2011 ma è stato nel corso del 2012 che il primo presidente mujaheddin dell'Afghanistan liberato dai russi è diventato un'icona nazionale, un'eroe come l'ex compagno di battaglia Shah Massud, meglio noto come il Leone del Panjshir, ucciso alla vigilia dell'11 settembre. A capo dell’Alto consiglio di pace per volere di Karzai che forse voleva neutralizzarne il potere, Rabbani era il fondatore del più importante partito islamico afgano e capo riconosciuto della cosiddetta Alleanza del Nord. Non è chiaro se sia stato ucciso dai talebani di mullah Omar o dalla fazione più radicale, gli Haqqani. Quel che è certo è che aveva molti nemici. La sua immagine adesso campeggia su centinaia di cartelloni della capitale. Da signore della guerra a eroe nazionale

Focus: Gli Haqqani

La galassia talebana è formata, molto grosso modo, da tre fazioni. Quella “storica” fa capo alla “Shura di Quetta, il Gran consiglio capeggiato da mullah Omar, l'ex guida dell'emirato afgano nato con gli studenti islamisti: è la più forte e forse anche la più attendibile in un futuro negoziato, per ora molto sotto traccia. Poi c'è l'incognita Gulbuddin Hekmatyar, un signore della guerra ormai in età avanzata ma che controlla una vasta fetta del Nord. Infine c'è la cosiddetta Rete Haqqani, puri, duri e qaedisti. Sembra che l'ascendente dei pachistani sia più forte su quest'ala estremista che avrebbe compiuto gli attentati più sanguinosi del 2011-2012. Anche quelli rivendicati poi dal portavoce “ufficiale” dei talebani. Sono la vera variabile impazzita che probabilmente crea problemi allo stesso mullah Omar.

Focus I morti nella coalizione

A ottobre 2011 il bilancio dei soldati americani morti in Afghanistan dall'inizio del conflitto ha raggiunto un'altra soglia psicologica: duemila vittime. Il calcolo è basato su un conteggio tenuto da Associated Press a partire dall'invasione del 7 ottobre 2001. Secondo l'organizzazione indipendente iCasualties.org, almeno 1.190 altri soldati della coalizione sono morti nella guerra in Afghanistan. Secondo l'americana Brookings Institution, il 40,2% delle morti è stata provocata dall'esplosione di ordigni improvvisati; la maggior parte di queste è stata registrata dopo che nel 2009 Barack Obama ha ordinato l'invio altri 33mila soldati (poi ritirati).




Powered by Amisnet.org