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VIA DA KABUL. ORA C'E' «L'OPZIONE ZERO» 10/01/13

Exit Strategy: L'amministrazione Obama per la prima volta parla di «ritiro completo» delle truppe Usa

Giuliano Battiston

Giovedi' 10 Gennaio 2013

Nella lunga e complicata querelle tra Washington e Kabul sul futuro dell’Afghanistan dopo il 2014, c’è una novità, l’“opzione zero”: secondo Benjamin Rhodes, vice-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Obama, la Casa Bianca “non esclude nessuna opzione”, neanche il ritiro completo dei soldati a stelle e strisce, una volta che le truppe della forza internazionale Isaf-Nato avranno lasciato il paese, alla fine del 2014. E’ la prima volta che un alto funzionario dell’amministrazione Obama parla esplicitamente di ritiro completo; nei mesi scorsi si erano accavallate le ipotesi, gli scenari, i calendari del graduale ritiro, i numeri sulle forze “residue”, ma nessuno aveva preso in considerazione questa opzione. La Casa Bianca lo ha fatto martedì, alla vigilia dell’arrivo a Washington del presidente afghano Hamid Karzai, che venerdì incontrerà Barack Obama e, prima di lui, sia il segretario alla Difesa, Leon Panetta, che il segretario di Stato Hillary Clinton. L’uscita di Rhodes è significativa, segnala una discontinuità, ma non va sopravvalutata. Rientra infatti nella partita diplomatica e negoziale che Obama gioca su tre diversi fronti. Il primo è quello interno.

Qui Obama se la deve vedere con l’agguerrito fronte dei generali, con il Pentagono e la Difesa, che vorrebbero mantenere in Afghanistan, anche dopo il 2014, una presenza di almeno 10.000 soldati statunitensi (ora ce ne sono 66.000, su un totale di circa 100.000). Il generale John Allen, a capo della forza Isaf-Nato e delle truppe americane in loco, recentemente ha ipotizzato un contingente di circa 15.000 uomini; il segretario alla Difesa Panetta pare sia orientato su un numero minore, 9.000. La Casa Bianca invece ha chiesto di preparare tre diversi scenari (3, 6 e 9.000 uomini). E da martedì, almeno a parole, non esclude neanche l’opzione “zero uomini”. La partita è ancora aperta, ed è difficile prevedere cosa ne uscirà. Al suo secondo mandato, il presidente Obama ha margini negoziali più ampi, potrebbe decidere di dare seguito alle promesse elettorali imponendo una linea meno “muscolare” e venendo incontro all’elettorato più progressista. Ma alla luce della realpolitik è difficile che vada fino in fondo su questa strada. A meno che non vi sia costretto. Il secondo fronte, quello con Kabul, si sta infatti rivelando più difficile del previsto. L’esito del confronto con il suo omologo Hamid Karzai non è affatto scontato. Da mesi vanno avanti incontri, negoziazioni, tavoli diplomatici: il 9 marzo è stato firmato un primo memorandum d’intesa sul trasferimento agli afghani della responsabilità dei detenuti nella prigione di Bagram (ma la faccenda non è ancora risolta e sta causando attriti); qualche settimana dopo c’è stata la firma del secondo memorandum, secondo cui spetta agli afghani, non più agli americani, decidere e gestire i raid notturni e le operazioni speciali (anche qui, ulteriori attriti). Poi, a inizio maggio, l’accordo di partenariato strategico tra Washington e Kabul.

Quell’accordo include un ampio spettro di questioni - lo sviluppo economico e sociale, il consolidamento delle istituzioni locali, la cooperazione e la sicurezza in ambio regionale – ma esclude i punti cruciali: quanti soldati a stelle e strisce rimarranno in Afghanistan dopo il 2014; sotto quale cornice giuridica opereranno. E’ su questo che si gioca la vera partita. Obama non può permettere che venga negata ai suoi soldati l’immunità. Karzai non può presentarsi agli occhi degli afghani come il presidente che svende (ulteriormente) la sovranità del suo paese. E da abile politico qual è punta su questa carta per ottenere maggiori benefici – in termini di aiuti economici e militari – nella partita con gli americani. Ma non può tirare troppo la corda: per lui, gli americani servono ancora all’Afghanistan, perlomeno nell’addestramento dell’esercito nazionale e per il suo equipaggiamento. Per questo, è ambiguo ed equivoco: poche settimane ha affermato che consentirebbe ai soldati americani l’immunità se loro riconoscessero la sovranità afghana. Una vera e propria contraddizione in termini. Molti più chiari, da parte loro, i Talebani, il terzo fronte su cui Obama si gioca la partita.

In una dichiarazione ufficiale in 10 punti dell’Emirato islamico, il 5 gennaio i turbanti neri hanno fatto sapere che chiedono “l’immediato ritiro di tutte le truppe dall’Afghanistan”; che l’idea di tenere delle “truppe residue è solo un sogno” e che la presenza “anche di un singolo soldato americano” significherà guerra continua. La Casa Bianca conosce bene le posizioni dei seguaci del Mullah Omar, e c’è chi riconosce nell’opzione “zero uomini” una mossa tattica per fare in modo che i Talebani si convincano a sedersi al tavolo negoziale con gli americani.

Anche su Il Manifesto



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