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LA GUERRA COME ABITUDINE: IL CASO AFGANO 5/12/12

Su LO STRANIERO in edicola a dicembre

Emanuele Giordana

Mercoledi' 5 Dicembre 2012


La guerra come abitudine

Herat, 9 ottobre 2012. Ieri mattina all’alba due velivoli Amx del Task Group ‘Black Cats’ dell’Aeronautica militare hanno colpito con una bomba a guida laser un’antenna utilizzata per le comunicazioni radio da un gruppo di ribelli che opera nel distretto di Bakwa, nella regione occidentale dell’Afghanistan, dove è schierata la Task Force South East costituita dagli alpini del 2° reggimento. L’antenna, ubicata su un colle a pochi chilometri dalla base operativa avanzata ‘Lavaredo’, era stata individuata con precisione in una precedente missione di ricognizione. Le immagini realizzate sono state successivamente analizzate dagli specialisti dei ‘Black Cats’, i quali hanno identificato l’antenna ripetitrice. L’operazione è stata seguita da terra dal team della Task Force South East in collegamento con i velivoli, il quale ha verificato l’assenza di civili nei pressi dell’obiettivo insieme a un aereo senza pilota ‘Predator’ del Task Group ‘Astore’ con il compito di sorvegliare la zona durante tutta l’azione”. Il comunicato stampa arriva nella casella di posta come una qualsiasi comunicazione ordinaria.

Lo spedisce un efficientissimo ufficio stampa dall’Isaf Regional Command West, che aggiunge una postilla sul Task Group “Black Cats” e sul Task Group Astore, l’uno dotato di caccia bombardieri Amx, l’altro di Predator RQ-1C (droni): “Entrambe le formazioni sono inquadrate nella Joint Air Task Force dell’Aeronautica militare di stanza a Herat, la quale ha il compito di gestire gli assetti di volo assegnati al Comando operativo Nato per l’Afghanistan che operano prevalentemente nella regione occidentale attualmente sotto la responsabilità della Brigata alpina Taurinense”. Tono asettico, spiegazioni ineccepibili, informazione non reticente, un buon italiano lontano dai dispacci militari cui la tradizione ci aveva abituati. Una comunicazione di servizio equiparabile alla vendita con PayPal di un frigorifero o di un paio di occhiali a specchio1. Una comunicazione che si cancella dalla posta con un clic se già non è finita nello spam. Come per abitudine. Eppure si parla di guerra, possibile che ci si possa abituare? L’abitudine alla guerra, l’assuefazione a considerarla ordinaria amministrazione, forse viene da lontano e va di pari passo con una trasformazione, per molti aspetti, positiva delle Forze armate. È forse addirittura il risultato di un processo iniziato altrimenti, un cambiamento che ha lavorato nel tempo.
Questo cambiamento comincia con l’intuizione e la sensibilità del generale Franco Angioni. Intuizione e sensibilità che si trasformano in strategia. Avviene nella missione in Libano (settembre 1982-febbraio 1984), nata sotto egida Onu ma poi soltanto Italcon. Angioni cerca di trasformare, riuscendoci, la presenza militare non in una forza di occupazione distante dalla popolazione civile ma in una presenza di garanzia, a contatto con i cittadini e che si caratterizzi come protezione della popolazione stessa. Lo sforzo viene premiato e, per la prima volta dall’ultima guerra mondiale, anche nell’opinione pubblica italiana cambia la percezione dell’esercito.

Angioni è un generale sui generis (si candiderà e verrà eletto nelle liste dei Democratici di sinistra nel 2001) che sfata una serie di miti, tra cui il fatto che un militare non possa essere di sinistra. Il rapporto coi suoi uomini è gerarchico ma franco e senza la rigidità tipica della tradizione nelle caserme italiane. Di questo atteggiamento si fa strategicamente interprete l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, attuale ministro della Difesa con una lunga carriera politico- militare alle spalle: responsabile del reparto politica militare dello Stato maggiore della Difesa nella seconda metà degli anni novanta, diventa capo di gabinetto del ministro Scognamiglio e in seguito di Mattarella. Poi è capo di Stato maggiore della Difesa e, in seguito, è il febbraio del 2008, presidente del Comitato militare della Nato. È a lui che si deve forse la formulazione teorica del “soldato di pace”, che cambia la faccia del militare italiano che intanto è diventato (non lo era all’epoca del Libano) un professionista lontano dal “marmittone” di leva. Studia, si diploma, segue corsi di formazione, conosce la Costituzione. Il generale Vincenzo Camporini completa l’opera che nella lunga guerra afghana – la prima vera prova di combattimento dopo la seconda guerra mondiale – si materializza per fare dell’esercito quel che abbiamo oggi sotto gli occhi.
A differenza di Di Paola, Camporini resta però lontano dalla politica. Rivendica ai militari il loro primo dovere, saper fare la guerra, e chiede semmai alla politica più chiarezza, lamentando il fatto, ancora una volta l’Afghanistan ne è l’esempio, di chiedere troppo spesso ai militari di risolvere sul campo ciò che non si riesce a sciogliere nelle stanze dei palazzi2. Una posizione che gli costerà un duro scontro col ministro La Russa che vorrebbe fare un passo più in là rispetto a Di Paola e fare del “soldato di pace” il “soldato di famiglia”, istituendo la mini naja, vestendo la mimetica quando va in rassegna alle truppe, rispolverando tutta la retorica nazionalmilitare che gli viene dal suo bagaglio ideologico postfascista.
Ma la guerra come abitudine è il capolavoro di Di Paola, coadiuvato dall’efficienza dell’ufficio stampa della Difesa. Al contrario di Angioni, che pure è entrato in politica ma il cui obiettivo sembra quello di un esercito di “servizio” alla nazione o alla comunità internazionale, Di Paola appare molto più preoccupato di conservare, modernizzandolo, il potere della casta cui appartiene3.

Come cambia il modo di comunicare

È durante la guerra in Afghanistan, dicevamo, che le cose cambiano: prima le notizie sugli incidenti si apprendevano dalle agenzie di stampa, adesso direttamente dall’ufficio informazione della Difesa i cui comunicati, scritti in buon italiano e già predigeriti in forma giornalistica, vengono ricopiati nei giornali quasi senza aggiustamenti. La Difesa non si dimostra più reticente come in passato: parla, annuncia, spiega, dettaglia, anticipa. E nel contempo, sfruttando da una parte la crisi in cui versa l’editoria italiana, dall’altra l’acquiescenza generale della stampa nazionale, mette in opera una sofisticatissima operazione di “embedded programmato”. Ai giornalisti, senza esclusione o preferenza di testata, vengono messi a disposizione gratuitamente i voli militari che li portano sul teatro delle operazioni. Giunti a Camp Arena, la caserma del Comando Nato Ovest in Afghanistan (a responsabilità italiana), gli inviati della stampa vengono presi in consegna dai soldati e portati a visitare la prima linea. Ma c’è di più, chi vuole uscire dal perimetro militare può farlo, a condizione che firmi un foglio che deresponsabilizza le Forze armate. Anche i modi sono cambiati. È cambiato il linguaggio e sembra persino venuta meno la tradizionale (reciproca) diffidenza tra stampa e soldati4.
I militari italiani hanno capito che una buona comunicazione si trasforma in informazione e che, in assenza di testimoni indipendenti, se si produce buon materiale – storie, notizie, fotografie – il gioco è fatto. Il salto di qualità è nettissimo e, intendiamoci, non va visto solo sotto l’aspetto negativo. La mentalità dei militari italiani sta cambiando e la loro nuova statura nella società italiana, rendendoli più forti, li rende anche più aperti. Come in ogni trasformazione sostanziale, ci sono aspetti positivi e altri discutibili che, molto spesso, non dipendono dalle sole Forze armate: nel caso dell’informazione sulla guerra, le loro informazioni non fanno ad esempio che riempire uno spazio lasciato libero dal sistema mediatico italiano che, più o meno inconsciamente, si presta al gioco5.

Come sono cambiati i soldati italiani

I soldati italiani non sono più quelli di una volta: non è una truppa informe e analfabeta come quella cui era abituata a confrontarsi la giovane élite privilegiata dei laureati che poteva rinviare il servizio di leva per terminare gli studi o farsi “imboscare” in qualche ufficio previa raccomandazione. Oggi l’esercito professionale tende anzi da solo a volersi liberare di buona parte dei 190mila soldati che ancora gravano sul bilancio della Difesa, e privilegia il professionista colto e preparato che esce dalle accademie. Da Modena, dalla Nunziatella di Napoli, dalla Scuola sottufficiali de La Maddalena. Chi va in missione all’estero oggi già parte con un grado sulla spallina: il soldato semplice non esiste più. Il nonnismo è finito, le donne hanno fatto il loro ingresso nella vita di caserma (la percentuale non arriva al 5% ma gli episodi di gallismo sono rarissimi e puniti duramente) e c’è apertura anche nei confronti dei gay, benché questo argomento rimanga ancora un tabù. I soldati leggono e viene loro fornito un piccolo manuale di “cultura” locale. Il grado di alfabetizzazione è elevato e lo sono persino le motivazioni anche se la ricerca di prima occupazione resta, inizialmente, tra le principali aspirazioni di chi sceglie la carriera militare. Se si esclude la vecchia guardia6, i giovani militari italiani sembrano aver accettato di buon grado il ruolo di “soldato di pace”, senza distinzione sul mandato (Onu, Nato, nazionale) che ha originato la missione in cui sono impiegati. Solo i più avvertiti sottolineano la sostanziale ma fragile faglia che distingue il soldato dal suo mandato, del quale comunque il militare non è chiamato a rispondere poiché la scelta di inviarlo nel tal teatro dipende dal Parlamento ancora prima che dai suoi generali. Questo atteggiamento si riflette anche sul campo, in quello che viene chiamato l’“approccio italiano”, ossia la “scuola Angioni” che richiede un avvicinamento del soldato alle popolazioni e alle culture locali. Anche a costo, almeno apparentemente, di travisarne la natura “guerriera”7.
Tutto questo comporta come sempre luci e ombre. E in alcuni casi la luce è così forte da tramutarsi in abbaglio. La libera stampa continua a esser libera ma in realtà viene abilmente guidata. Vede la guerra, certo, ma la vede da un blindato dell’Isaf col tricolore. Può ragionare e criticare ma, se non se le va a cercare, ha a disposizione soltanto le versioni fornite dal comando militare. Con le debite eccezioni, su cui torneremo, la stampa italiana chiude tutte e due gli occhi sul lato oscuro della guerra e alla fine non riesce ad andare molto più in là di un resoconto pilotato quando questo non si tramuta in elogio o addirittura in propaganda. La macchina dell’informazione militare – news, bollettini, giornali della brigata – è perfetta: sforma storie di eroici veterinari che salvano cani ammalati, di soldati che riparano pozzi o costruiscono asili. Materiali spesso acriticamente riportati dalla stampa nazionale quando addirittura non sollecitati dal desk centrale della propria redazione. Raramente si va oltre per non disturbare il manovratore, il quale fa del resto il suo lavoro con coscienza e senza imposizioni. Non ce n’è bisogno. Dalle storie accorate e umanitarie alla guerra abitudinaria, il passo è breve. Intervallato dalla morbosa attenzione che i giornali dedicano – da questo punto di vista l’Afghanistan è un libro aperto – alla morte dei nostri soldati: come se il conflitto in cui siamo impegnati con la quarta forza militare Nato in Afghanistan (prima di noi solo Usa, Gb e Germania) si esaurisse nella conta dei nostri morti. Il vecchio mito degli “italiani brava gente”8 acquista nuovo smalto, specie nella fase di assestamento di un conflitto di lunga durata nel quale c’è tutto il tempo di oliare gli ingranaggi della propaganda.

C’è naturalmente anche un altro aspetto moderno del nuovo esercito prefigurato da Di Paola: le sue Forze armate sembrano anche business oriented e disposte a collaborare con governo e parlamento purché si lasci loro un ampio margine di discrezionalità nella scelta degli armamenti, come la vicenda F-35 insegna. Ma questo piano di modernizzazione non è possibile se prima il soldato non ci diventa più famigliare, amico, buono, pacifico. E se la guerra non diventa un’abitudine in tempi difficili in cui la sicurezza diventa esigenza inevitabile che costa sempre più cara e viene alimentata da continue paure. L’Afghanistan offre a tutti una grande occasione, a cominciare dall’Italia.

Lo schema internazionale

La guerra in Afghanistan offre infatti ai militari italiani una nuova opportunità: diventare arbitri del conflitto sostituendosi in molti casi alla politica. Il capolavoro di questa operazione si compie col “governo tecnico” di Mario Monti9: anche qui, più che un merito delle Forze armate si tratta (ancor più che nel caso dell’informazione) della possibilità che la politica lascia loro di occupare uno spazio vuoto. A capo dei ministeri di Esteri e Difesa vengono nominati due tecnici: un diplomatico e un militare, rappresentanti per forza di cose dei propri interessi di categoria. Ma l’Italia è in buona compagnia: la guerra ha offerto questa opportunità all’intera macchina bellica della Nato. Uno dei problemi maggiori del conflitto afghano sembra star proprio nel fatto che, per oltre dieci anni, si è puntato quasi esclusivamente sull’opzione militare, negata a parole, scelta nei fatti. A lei viene sacrificato il 90% del budget impiegato dai Paesi della coalizione in Afghanistan. La sicurezza è la prima se non l’unica preoccupazione. Governance, giustizia, diritti, democrazia, ricostruzione – teoricamente il motivo per cui si giustifica l’occupazione – passano sensibilmente in secondo piano e restano comunque condizionati dalla priorità militare. Una priorità che oscura la politica e che fa passare in secondo piano la ricostruzione democratica e civile del Paese, obiettivo dichiarato del conflitto.
Lo svolgersi dei diversi summit che punteggiano i quasi tre lustri di occupazione lo dimostrano: tutte le conferenza internazionali che hanno l’obiettivo di definire l’aspetto “civile” del conflitto vengono sempre e inevitabilmente precedute da summit dei Paesi Nato che definiscono il quadro militare e in seguito, ma solo di conseguenza, l’agenda politica. Gli italiani non sono da meno: nel vertice Nato di Chicago del 2011, Roma si impegna a fornire 120 milioni di euro all’anno nel triennio 2015-2017 per finanziare l’esercito afghano. Ma appena qualche mese dopo a Tokyo, alla Conferenza dei donatori che dovrebbe disegnare il futuro della democrazia afghana, l’Italia di cifre non ne fa. Non è l’unica ed è solo la determinazione dei giapponesi, che non vogliono perdere la faccia, a far sì, vincendo non poche resistenze, che alla fine venga almeno stabilita la somma complessiva da fornire agli afghani (16 miliardi di dollari in quattro anni).

Il rovescio della medaglia

L’Italia segue il trend generale. Va anzi più in là. Per il 2012 “la partecipazione del contingente italiano alla missione Isaf-Nato... vale quasi 748 milioni di euro, a cui si aggiungono poco più di 3 milioni per le attività della Guardia di finanza”10. Nel 2007, l’impegno finanziario era di circa 320 milioni di euro l’anno con una truppa di poco inferiore alle duemila unità.11 Ma, nell’arco di un quinquennio, le cifre si raddoppiano: 4mila i soldati, da uno a due milioni al giorno la spesa per il contingente. Sul piano civile, invece, l’investimento decresce. Se fino al 2007 l’Italia aveva speso “virtuosamente” circa 300 milioni di euro, il trend si inverte: nel 2012 vengono stanziati circa 34 milioni di euro da distribuire tra Afghanistan, Pakistan e altre aree di crisi. È circa il 5% della spesa totale militare (inferiore cioè al rapporto 1 a 9 che comunemente viene indicato come la percentuale della spesa civile rispetto a quella militare).12
Una guerra sempre più impopolare e che non si riesce a vincere fa optare per un’uscita di scena dei militari, che dodici anni di occupazione hanno reso sempre meno popolari13, dal teatro afghano. Se Washington ha completato nel 2012 il rientro a casa dei 33mila soldati inviati in Afghanistan da Obama nel dicembre 2008, Parigi annuncia il completamento del ritiro del suo contingente entro il 2013 mentre gli altri Paesi che hanno aderito all’Isaf, Italia compresa, dovrebbero farli rientrare nel 2014. La posizione di Roma è laconica e fumosa e ancora una volta affidata, nella comunicazione all’opinione pubblica e al Parlamento, a un militare che, in questa occasione, è anche ministro della Repubblica. Ma Di Paola numeri non ne fa: mezze ammissioni, qualche battuta, nessun calendario anche perché nessuno gliene chiede conto. Di Paola va oltre.
Autorizza i “suoi” uomini sul fronte afghano a usare i caccia bombardieri. Gli riesce ciò che a La Russa, ministro militarista ma per altro sempre “civile”, non era mai riuscito14. Nessuna reazione. Nessuna reazione nemmeno all’uscita della notizia che l’Italia è passata dalle parole ai fatti15 nell’estate del 2012, quando il tema riappare sui giornali dove c’è chi mette in rilievo, tra l’altro, che mentre da una parte l’Italia sposa la causa civile (proprio in quei giorni il sottosegretario De Mistura è a Tokyo dove sostiene che il documento della Conferenza è troppo blando sui temi di genere e della società civile afghana), dall’altra bombarda16. Proprio nel momento in cui la guerra sta diventando così impopolare che tutti si allineano nel giro di qualche mese alla posizione del ritiro immediato, Di Paola spinge sull’acceleratore.17

Il 2 agosto Di Paola affida al sottosegretario di Stato per la difesa, Filippo Milone, la risposta a un’interpellanza urgente di Augusto Di Stanislao (Idv) in cui si chiede se è vero che gli Amx “vengono impiegati con sgancio di bombe...(e)... se e quali decisioni siano state adottate in relazione agli indirizzi espressi dal Parlamento che non consentivano di effettuare bombardamenti”. Milone argomenta quel che Di Paola ha già spiegato in un’audizione a camere congiunte: “... la necessità di garantire il massimo livello possibile di sicurezza e protezione, in primis, per i nostri militari, ma anche per i contingenti alleati e per le forze di sicurezza afghane...(il ministro)...ha fatto presente la necessità di poter far ricorso a tutti i nostri mezzi schierati in teatro, compresi gli aerei per il supporto tattico ravvicinato, gli Amx, al meglio delle relative capacità operative... poter contare su tutte le capacità potenzialmente disponibili per ingaggiare direttamente – reagendo nel minor tempo possibile, con precisione ed efficacia – le sorgenti di fuoco e indirettamente... i supporti operativi per le comunicazioni e le informazioni degli insurgents...”. Milone ufficializza quanto già per altro confermato in più interviste dai militari e se la cava citando un passaggio del ministro in commissione che ritiene esaustivo del problema. D’altro canto l’iniziativa di Di Stanislao non ha echi, né sulla stampa né in Parlamento, come se effettivamente l’uso dei bombardieri (a ora non si sa con quante azioni e con quali effetti collaterali)18 rientrasse e rientri nella più totale normalità.
Normalità appunto. La guerra come abitudine. L’acritica accettazione che, in fondo, il “soldato di pace” ha tutte le ragioni per fare fuoco.


Note

1 Il dibattito sulle guerre umanitarie è ormai antico e ci limitiamo a citarlo in questo articolo (si veda ad esempio C. Jean, Guerre umanitarie, Dalai 2012, o, su tutt’altro fronte, D. Zolo, Terrorismo umanitario, Diabasis 2009) nel quale si vuol invece mettere l’accento sull’assuefazione alla guerra, umanitaria o meno che la si voglia definire.
2 Si veda il libro intervista dell’autore e di R. Armeni Due pacifisti e un generale (Ediesse 2010). Una sorta di testamento del generale poco prima di lasciare il suo incarico per passare a consigliere del ministero degli Esteri. Un libro che gli costa l’ennesimo scontro con La Russa. Con R. Armeni, l’autore ha anche preparato un lungo documentario per Radio3 dal titolo Soldati andato in onda a cavallo tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010.
3 Sulla riforma delle Forze armate proposta dal ministro si veda la polemica scoppiata il 2 giugno 2011 e l’articolo di Flavio Lotti, che riassume i punti oscuri della proposta di riforma, uscito sul n. 4 del mensile “Terra. Difesa: la riforma che non riforma”. Commenti e proposte anche sul sito della Rete italiana per il disarmo e, soprattutto, sulla stampa cattolica.
4 Il vero artefice del cambiamento del sistema di informazione verso l’esterno delle Forze armate è forse il generale Massimo Fogari, capo ufficio della pubblica informazione dello Stato maggiore della Difesa.
5 Si veda Auguri da Herat. Natale tra i nostri soldati in Afghanistan, 25 dicembre 2010, sito di Sky/Tg24 (http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2010/12/25/natale_herat_afghanistan_soldati_italiani.html)
6 Durante un convegno organizzato nel 2008 dal Museo della Guerra di Rovereto, il generale Giorgio Battisti polemizzò con l’autore sul concetto di “soldato di pace” e rivendicò orgogliosamente di essere un “guerriero”. Non si trattava di una polemica puramente bellicista vs pacifista, ma della rivendicazione dl fatto che prima di tutto un soldato è un combattente. Una logica che sembra appartenere sempre meno alle nuove generazioni.
7 Qui può tornare il concetto di “guerra umanitaria” ma sotto altra angolazione, quella della confusione dei ruoli tra militari e umanitari su cui c’è ormai una vastissima letteratura, specie riguardo ai Provincial Reconstruction Team (Prt) impiegati sia in Iraq sia in Afghanistan. Si veda ad esempio A. Donini, Afghanistan: Humanitarianism under Threat, Fic 2009.
8 A. Del Boca, Italiani brava gente?, Neri Pozza 2009.
9 Monti visita l’Afghanistan nel novembre 2012, il 4, giornata delle Forze armate. Un caso? Promette più cooperazione e meno divise ma la sua visita ufficiale, prima che da Karzai a Kabul, si svolge tra i nostri soldati a Herat. Scelta logistica? Spesso anche la forma conferma la sostanza. È del resto l’“abitudine” di tutti i capi di governo: visita alle proprie truppe e poi al presidente del Paese ospitante.
10 G. Battiston, Monti rifinanzia la guerra , “il manifesto”, 1 febbraio 2012.
11 E. Giordana, Afghanistan, Editori riuniti 2007, pp. 82-83.
12 Si vedano ad esempio i lavori della Ong italiana Intersos sul rapporto tra spesa civile e spesa militare tra cui: Missioni militari e cooperazione allo sviluppo. Finanziamenti 2006-2009 – raffronto e considerazioni, Intersos, Link 2007 (http://www.cosv.org/public/download/Link2007Raffrontocoopmil.pdf)
13 G. Battiston, Le truppe straniere agli occhi degli afghani, Intersos, 2012 (http://intersos.org/sites/default/files/images/le_truppe_straniere__percezioni_afgane.pdf)
14 G. Cadalanu, L’Italia mette le bombe sui caccia. Potranno colpire obiettivi a terra, “la Repubblica”, 27 gennaio 2012.
15 A. Gaiani, Bombe italiane contro i talebani, “Il Sole24Ore”.
16 G. Battiston, Missili e aiuti, la schizofrenia italiana in Afghanistan, “il manifesto”, 18 luglio 2012.
17 V. Feltri, Troppi morti andiamocene da Kabul, “Il Giornale”, 2 novembre 2012.
18 Il dibattito sui “danni collaterali” riconduce al problema delle vittime civili della guerra che qui non abbiamo affrontato. Si veda E. Giordana, La congiura del silenzio sulle vittime afghane, 31 ottobre 2012 (www.lettera22.it) o il capitolo dedicato del saggio di V. Pellizzari In battaglia quando l’uva è matura, Laterza 2012.



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