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L'AFGHANISTAN E IL SILENZIO DELL'ITALIA 26/11/12

L'Italia latita sul ritiro dalla guerra delle truppe tricolore inserite nella missione Isaf/Nato. Ma tace anche sulle impiccagioni di Stato

nella foto, militari italiani all'aeroporto militare di Kabul

Giuliano Battiston

Lunedi' 26 Novembre 2012

Kabul - Sull'Afghanistan, governo e parlamento italiani continuano a latitare.
Lo fanno sue due questioni diverse, ma entrambe fondamentali. La prima
ha a che fare con quanto avvenuto qui a Kabul pochi giorni fa, quando
il governo Karzai ha ripreso le esecuzioni capitali, impiccando 14
detenuti (tra cui 4 accusati di far parte della galassia talebana). Al
di là della dichiarazione opportunistica dei seguaci del mullah Omar,
che hanno chiesto il rispetto dei diritti umani, rimane la questione
di fondo: la contraddizione tra gli obiettivi che staremmo perseguendo
nel paese centro-asiatico e la realtà sul campo. La retorica recita
che il blocco politico euro-atlantico e il suo braccio armato, la
Nato, sono in Afghanistan per promuovere lo stato di diritto,
consolidare le istituzioni democratiche, favorire la ricostruzione del
paese, combattere quanti a questo progetto si oppongono. I fatti,
però, raccontano un'altra storia: quella di un Paese con un governo
non solo corrotto, parassitario e inefficiente, ma capace di adottare
pratiche simili a quelle dei «turbanti neri».

Politicamente, il silenzio del governo italiano sulle impiccagioni di Kabul è
un'abdicazione di responsabilità, ma è fin troppo comprensibile,
perché legato alla seconda questione su cui l'Italia è latitante; il
governo non fa che assecondare il fisiologico disinteresse
dell'opinione pubblica per passare sotto silenzio le sue scelte (o
mancate scelte) future: che tipo di sostegno intende dare
all'Afghanistan dopo il ritiro dei soldati, previsto nel 2014? Come
avverrà il ritiro? Secondo quale agenda? Quanto costerà? Soprattutto,
qual è l'esito dell'occupazione del paese?

Anche se urgenti, su tutte queste questioni ci sono ancora reticenze e
ambiguità. Non basta citare l'accordo di partenariato tra Italia e
Afghanistan approvato poche settimane fa da Camera e Senato, perché è
talmente evasivo da promettere molto senza assicurare nulla. E 1e
rassicurazioni del presidente del Consiglio Monti, che nel corso della
sua ultima visita in Afghanistan ha promesso che l'Italia invertirà il
rapporto tra «aiuto» militare e aiuto civile, sono altrettanto fumose.
Prima che l'Afghanistan scompaia dai radar della comunità
internazionale - ha chiesto una delegazione della società civile
invitata a Roma dal network «Afgana» (di cui chi scrive fa parte) - è
responsabilità di ogni governo far conoscere ai propri cittadini e
alla popolazione afghana l'agenda del ritiro e gli impegni finanziari
futuri. L'Italia, lo si è detto, latita. Altri governi meno. La
Francia sta già attuando il ritiro, ben prima del 2014 dunque, e
Hollande sa bene che i soldati costa mantenerli, ma anche ritirarli:
il 21 novembre ha firmato con il presidente kazako Nazarbayev un
accordo che prevede facilitazioni per il passaggio di uomini e mezzi
sul suolo kazako. Due giorni fa Christian Friis Bach, il ministro
danese per la Cooperazione allo Sviluppo, visitando Kabul e la
provincia di Balk, ha assicurato 100 milioni di euro per la
cooperazione dal 2013 al 2017, dando seguito all'impegno assunto a
Tokyo, alla conferenza dei donatori di luglio.

Molti paesi hanno quindi capito che è tempo di tirare le somme: sui
risultati ottenuti con più di dieci anni di guerra, sul modo in cui la
si vuole concludere, su ciò che ci lasceremo alle spalle e su ciò per
cui ci impegniamo nel futuro. Su questo, Mosca sembra essere la più
decisa: pur facilitando alcune operazioni militari, l'orso russo ha
sempre criticato apertamente la strategia della Nato in Afghanistan,
tanto da puntare i piedi al summit di Chicago dello scorso maggio.
Giovedì a entrare a gamba tesa è stato Nikolai Patrushev, il
segretario del Consiglio di sicurezza russo, che in un incontro a San
Pietroburgo è andato dritto al punto, chiedendo alle forze Isaf-Nato
di presentare un dettagliato rapporto alle Nazioni Unite sulla
situazione attuale e sui piani futuri: la Russia - ha commentato
Patrushev - «non ha ancora informazioni su quali forze armate verranno
ritirate, quante truppe resteranno e quanto a lungo, e quali basi
militari verranno mantenute». Dietro la staffilata di Patrushev c'è il
tentativo di costringere gli americani a mostrare le carte. Dal 15
novembre infatti Kabul e Washington hanno ripreso a sedersi al tavolo
negoziale. In ballo ci sono questioni fondamentali (escluse
dall'accordo di partenariato firmato a maggio): quanti soldati a
stelle e strisce resteranno dopo il 2014; quale status giuridico
avranno; se e quali basi americane verranno mantenute. Secondo un
funzionario americano che ha parlato in forma anonima al Wall Street
Journal, rimarranno circa 10000 soldati statunitensi (ora sono 67000),
in linea con le indicazioni del generale John Allen, che proponeva un
contingente tra i 6 e i 15000 uomini.

Per ora le posizioni rimangono comunque distanti. Karzai chiede che i
soldati americani non godano dell'immunità, mentre Obama non può
permetterlo. A rendere le cose più difficili, rimane il contenzioso
sui detenuti nel carcere di Bagram, la base militare americana a nord
di Kabul: già a settembre la responsabilità di quei detenuti sarebbe
dovuta passare in mano afghana, ma a comandare a Bagram sono ancora
gli americani, a dispetto delle dichiarazioni degli ultimi giorni. Qui
a Kabul molti provano a risolvere il rebus: come riprendere la
sovranità di un paese che è ancora del tutto dipendente dalla comunità
internazionale, e sotto occupazione militare.

Anche su il manifesto



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