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Il presidente cinese ha aperto il 18esimo Congresso del Partito comunista

Andrea Pira

Venerdi' 9 Novembre 2012
Se non si farà niente per contrastare la corruzione, la tenuta del Partito comunista e la stessa Cina potrebbero subirne le conseguenze e andare verso “l'autodistruzione”. Il passaggio più commentato del discorso con cui il segretario uscente Hu Jintao ha aperto ieri a Pechino il 18esimo Congresso del Pcc ruota attorno a uno degli argomenti maggiormente sentiti dalla popolazione. Non è un tema nuovo, ma assume rilievo nell'anno in cui il Paese affronta il decennale rinnovamento del suo gruppo dirigente, segnato da una serie di scandali che hanno coinvolto funzionari di primo piano e messo alla prova la successione dalla quarta alla quinta generazione di leader.

Chi in completo nero, chi in uniforme, chi in abito tradizionale tra i rappresentanti delle minoranze nazionali, gli oltre 2.000 delegati riuniti nella Grande Sala del popolo hanno ascoltato per quasi due ore le parole di Hu.

Il capo di Stato lascerà la poltrona di segretario al cinquantanovenne Xi Jinping che in primavera gli succederà anche al vertice della Repubblica popolare. Come da norma il discorso del presidente cinese è stato più che altro un rapporto sui risultati del suo mandato. Sul futuro della Cina ha dato indicazioni generali, in linea con quanto detto negli anni passati e frutto di decisioni collegiali. Il discorso di cinque anni fa, è stato sottolineato, è passato sotto innumerevoli revisioni di diversi organine dirigenti. Lo stesso si presume sia stato anche per quello tenuto ieri. Parlando degli obiettivi da raggiungere, Hu Jintao è tornato sulla necessità di riformare il sistema politico. Lo ha fatto senza entrare nei dettagli. Ha parlato di “estendere la democrazia popolare”, del ruolo “importante dello Stato di diritto”, di rispetto delle libertà e dei diritti cittadini, sempre tuttavia secondo quanto stabilito dalle leggi.

Ha però sottolineato che la strada delle riforme non prevede una svolta verso il multipartitismo o sistemi occidentali, né l'abbandono della “bandiera del socialismo”. Per tre volte Hu ha inoltre nominato Mao Zedong mettendo fine alle ipotesi sulla rimozione del pensiero del Grande Timoniere dalle linee guida del Pcc, cui anzi si è aggiunto, con la stessa importanza data agli altri grandi leader, il contributo teorico di Hu Jintao stesso: il cosiddetto sviluppo scientifico.

Sul piano economico Hu ha fissato l'obiettivo di raddoppiare entro il 2020 il Pil raggiunto nel 2010 e il Pil pro capite sia dei residenti nelle aree urbane sia nelle campagne. Tra le priorità di leader che guideranno il Paese per i prossimi dieci anni c'è l'aumento della domanda interna e porre il freno agli squilibri nella distribuzione della ricchezza risultato della crescita a doppia cifra che ha contraddistinto il decennio sotto la guida da Hu. Ritmi che la stessa leadership giudica non più sostenibili, per questo al rallentamento che l'economia cinese ha fatto registrare nell'ultimi periodo si sommano i riferimenti a uno sviluppo più bilanciato e coordinato.

Ma nel giorno del discorso un altro leader ha avuto su di sé l'attenzione della stampa. Si tratta dell'ex presidente Jiang Zemin. Dato per morto poco più di un anno fa, è tornato sulla scena e a 86 anni continua a far valere la propria influenza. Tanto che molti degli uomini che secondo le previsioni siederanno nel prossimo Comitato permanente del Pcc, il vero vertice del potere cinese, sono considerati suoi alleati. Ma per conoscere i nomi dei componenti bisognerà attendere la fine del Congresso tra una settimana.

Anche sui quotidiani locali del gruppo Espresso/Repubblica



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