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LA MORTE DI BENAFSHAH 31/10/12

Il 3 maggio 2009 una bambina afgana di 13 anni veniva uccisa da uno o più soldati italiani. Il padre e la madre, intervistati per la prima volta, chiedono giustizia e verità

Giuliano Battiston

Mercoledi' 31 Ottobre 2012

FARAH - E’ il 3 maggio del 2009. Il rigido inverno afghano è ormai alle spalle. La primavera mostra da tempo tutta la sua impazienza. Eppure piove, e non vuole smettere di farlo. Alcuni veicoli delle truppe straniere compiono operazioni di “patrolling” lungo la strada principale che da Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale, punta verso sud, a Shindand, per poi arrivare fino a Farah, dove i ribelli continuano a tenere sotto scacco perfino gli americani. Sui bordi della strada, accovacciati e nascosti, potrebbero esserci degli “insorti”. Che realmente ci siano o meno cambia poco. Per i soldati, resta il timore. Quello di un attacco improvviso e quello degli ordigni improvvisati, in gergo burocratico IED, Improvised Explosive Devices, i micidiali esplosivi azionati con una semplice trasmittente, anche con un semplice telecomando domestico. Sono lo strumento preferito dagli insorti, l’arma più efficace, insieme agli attacchi suicidi, di ogni guerra asimmetrica. Una guerra che rende difficile distinguere gli amici dai nemici, i buoni dai cattivi. Dentro quei veicoli, i soldati sono tesi, nervosi. Si guardano intorno con sospetto. Sanno che la guerra afghana ha le sue regole. Alcune non scritte. Tra queste, una recita che è meglio anticipare le mosse del nemico. Nel dubbio, meglio sparare per primi. Se poi si scopre che il nemico non era tale, va derubricato nella contabilità delle vittime collaterali.

Sotto la pioggia, quel giorno viaggia anche una Toyota “sarache” bianca. La Toyota “sarache” è un’automobile particolare, un’automobile per famiglie, con un ampio bagagliaio. “Sarache” in lingua locale significa “piccola casa”. La Toyota “sarache” è una piccola casa in movimento. Dentro c’è un’intera famiglia. Dodici persone in tutto. Alla guida c’è Ahmad Rahimi, un uomo allegro che viaggia con le due figlie, Sina e Fahim, di 5 e 2 anni, e con la moglie Nilofar. Alla destra di Ahmad Rahimi c’è la suocera, Zubeida, 57 anni, rispettata e amata, madre di Nilofar e di Fawzia. Fawzia viaggia sul sedile posteriore, alla destra della sorella. E’ una donna non più giovane, il suo volto comincia a sfiorire, mostrando i segni della fatica. Deve badare a una famiglia numerosa. Ha un marito, Mohammad Arif Khan, che fa il procuratore a Farah, e ben 6 figlie. Quel giorno il marito non è con lei, perché impegnato per lavoro, ma tutte le figlie sono nella Toyota “sarache”. C’è Hadisa, la più piccola. Oggi ha 3 anni, indossa vestitini colorati, ha gli occhi vispi e l’allegria contagiosa di chi scopre il mondo. Il 3 maggio 2009 ha appena 27 giorni e siede sulle ginocchia della madre, che la stringe forte, amorevolmente. Insieme ad Hadisa c’è anche Tarfa, all’epoca quindicenne. Ci sono Sahar, Shakila e Sheila, rispettivamente di 10, 8 anni e 5 anni. E c’è Benafshah, 13 anni. Per tutti è un giorno di festa. Partita di primo mattino da Farah, la famiglia è diretta a Herat per il matrimonio del fratello di Nilofar e Fawzia. L’atmosfera è spensierata e festosa. La più contenta ed elettrizzata è Benafshah: da circa due anni non vive più con i genitori e le sorelle a Farah. Abita con la nonna, rimasta sola, in un villaggio fuori città, Tawesk. E’ lì per aiutarla nelle faccende domestiche. Per Benafshah, quel viaggio è l’occasione per trascorrere del tempo con la famiglia, con le sorelle, gli zii e la mamma. I più piccoli giocano e cantano, bisticciano e scherzano. Qualcuno piange, perché soffre il viaggio in auto. I grandi raccontano storie. Superata Shindand, finalmente si rilassano un po’: il tratto più pericoloso del tragitto, quello dove più probabili sono gli scontri a fuoco, è ormai alle loro spalle. Ma alle 10.30 del mattino, nei pressi di Mir Daud, a pochi chilometri dall’ingresso di Herat, la piccola casa in movimento incontra due mezzi blindati stranieri. Gli stranieri, in questo caso, sono italiani. Tricolori. Pochi istanti dopo Benfashah, 13 anni, è morta. Colpita in testa, il volto sfregiato e ormai irriconoscibile. La tragedia è compiuta.

Chi in Afghanistan vive, e chi in Afghanistan si assume la responsabilità di viaggiare, fuori dalle enclave di Kabul, del giornalismo embedded e degli hotel a cinque stelle, lo sa. Sa che è impossibile prepararsi alla catastrofe. Impossibile prevedere, impossibile sottrarsi del tutto all’eventualità della morte, che qui è immanente. Eppure questa volta sembra diverso. Nel caso della piccola Benafshah la sofferenza è maggiore, il senso di ingiustizia più lacerante, più dolorosa la sensazione che la tragedia si potesse evitare, più ostinata la convinzione che non ci fosse nulla di ineluttabile nella sua morte. A esserne convinti sono i genitori, Fawzia e Mohammad Arif. Dopo mesi di ricerche e di notizie fuorvianti, scopro che abitano a Farah. Li raggiungo via terra, da Herat.

Il 3 maggio 2009, intorno alle 10.30 del mattino, quando sua figlia è stata uccisa, Fawzia le sedeva accanto, alla sua sinistra. La sua è una testimonianza diretta. Ed è la prima volta che la racconta a un giornalista. Nessuno l’ha mai cercata. Vive con la famiglia a Dasht-e-Qal’e-ye-Arbab, un quartiere di Farah che prende il nome dalla vicina, bassa montagna di Qal’e-ye-Arbab. Il suo racconto è preciso e dettagliato, interrotto soltanto dai singhiozzi. “Procedevamo piano, io ero particolarmente attenta alla strada perché temevo qualche attacco degli insorti. A un certo punto abbiamo visto avvicinarsi dei veicoli militari, mi sembra fossero due, che venivano nella direzione contraria alla nostra, verso Farah. Poi, all’improvviso, gli spari”.
Secondo la ricostruzione ufficiale dell’Esercito italiano, la macchina su cui viaggiava Benafshah non si sarebbe fermata all’alt, nonostante i soldati avessero adottato tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi. L’uccisione di Benafshah sarebbe dunque un “tragico incidente”, come dichiarato dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa. “Non c’è stato alcun segnale di avvertimento, solo gli spari”, replica sicura Fawzia, che continua: “tutti i colpi sono entrati dal parabrezza anteriore. I proiettili hanno lasciato dei buchi sul vetro. Il lunotto posteriore è andato in frantumi. Credo che i colpi venissero dal secondo veicolo. Il primo ci è passato accanto, sorpassandoci. Forse anche loro hanno sparato, sul lunotto, ma non ne sono certa”. Fawzia aggiunge dettagli: “I colpi venivano dall’alto, diritti davanti a noi, con un’inclinazione da sinistra a destra. I primi hanno quasi colpito mia madre, che era sul sedile di destra, accanto al guidatore. Gli altri, successivi, sono stati fatali”. Sentito il rumore degli spari, Fawzia ha gridato al cognato di fermarsi. Ormai, però, era troppo tardi. “Mi sono accorta che Adisa, che allora aveva appena 27 giorni, era imbratta di sangue, come me. Sul suo corpo c’erano pezzi di carne, materia cerebrale. Voleva pulirla, ma quando mi sono voltata a destra ho visto Benafshah. Metà della faccia le era saltata”. Fawziah prosegue. Racconta delle urla disperate, delle figlie terrorizzate, della madre, Zubeida, che “raccoglie ai suoi piedi un pezzo della guancia di Benafshah, alcuni denti e li mette in un fazzoletto”. Racconta della disperazione di suo marito, quando gli ha comunicato la morte della figlia.

Mohammad Arif Khan è un bell’uomo di 48 anni, con baffi neri portati con disinvolta eleganza. Quando lo incontro per la prima volta (si veda il manifesto del 30/8/2011), rimango stupito: mi aspetto un uomo rancoroso, pieno di livore per l’ingiustificabile morte della figlia. Scopro invece un uomo dalla sofferenza composta, austera. Ancora oggi, sembra quasi scusarsi per essere l’involontario testimone di una storia che altera l’ordine naturale delle cose, quell’ordine che per una ragazzina di 13 anni prevede soltanto sogni e utopie, illusioni e spensieratezza. Di mestiere fa il procuratore generale. Da 19 anni ne vede di tutti i colori. E’ abituato ad avere a che fare con ladri, impostori, trafficanti, sequestratori. Non è corrotto, come sono molti giudici e procuratori in Afghanistan. Non nutre rancore. Però chiede verità.
Il giorno dopo la morte della figlia, mentre preparava uno dei tre giorni di preghiera previsti dall’Islam, Mohammad Arif riceve una chiamata. E’ il governatore della provincia di Farah, che lo invita nel suo ufficio per incontrare due generali. “Quel giorno sono andato dal governatore, ho aspettato a lungo, ma i due generali non sono mai arrivati”, racconta. Il giorno successivo il governatore lo invita di nuovo. Mohammad Arif prima rifiuta, poi si lascia convincere dai notabili locali, i membri della Shura (consiglio) di Farah. Nell’ufficio del governatore incontra due militari: “erano di alto grado, credo fossero generali, un afghano e un italiano”. I generali si scusano, ma non lo convincono. “Il generale italiano mi ha spiegato che il soldato non aveva ucciso intenzionalmente: i colpi erano stati sparati sull’asfalto, non sulla macchina. Il proiettile che aveva ucciso mia figlia sarebbe rimbalzato sul terreno, prima di colpirla”. Mohammad Arif è offeso. “Gli ho risposto che non volevo essere preso in giro. Quel colpo era diretto, aveva colpito direttamente il vetro. Per fermare una macchina si spara sulle gomme, oppure sul motore. Gli italiani non lo hanno fatto: hanno sparato sul parabrezza. Volevano uccidere, non fermare la macchina”, sostiene.

Quel che più fa indignare Mohammad Arif e Fawzia è il comportamento dei militari italiani: “non si sono fermati, non sono neanche scesi dai blindati. Hanno preso e proseguito come niente fosse, eppure era chiaro che avevano sparato e che lo avevano fatto su una macchina di civili”, accusa Fawzia. Che minaccia rappresentava, quella macchina piena di donne e bambini disarmati, si chiede Mohammad Arif? E i soldati italiani, cosa avranno pensato quel giorno, una volta tornati nelle loro basi? Una giornata come tante? Oppure li avrà accompagnati la dolorosa sensazione di aver ucciso una ragazzina che avrebbe potuto essere figlia loro? Mohammad Arif cerca risposte. Cerca di capire se “uccidere un civile afghano è un reato o meno”. “Cosa ne è di chi ha ucciso mia figlia?”, ha chiesto al generale italiano, quel giorno, nell’ufficio del governatore. Gli è stato risposto che era sotto custodia militare, in attesa del processo. “Poi però non sono più riuscito a vedere una foto, un fascicolo giudiziario, un verdetto, un nome, niente di niente. Sono convinto che fosse tutta una presa in giro”. Per questo, attraverso il manifesto e IPS, Mohammad Arif chiede di poter consultare il fascicolo che riguarda il caso di sua figlia. Sua moglie, invece, chiede semplicemente che ne venga raccontata la storia.

La storia di una ragazzina afghana di 13 anni, uccisa da uno o più soldati italiani il 3 maggio 2009, intorno alle 10.30 del mattino, nei pressi di Mir Daud, alle porte di Herat. La storia di Benafshah, che oggi riposa nel cimitero di Qal’e-ye-Arbab, a pochi minuti da casa dei genitori. “L’abbiamo sepolta qui, e non nel cimitero di famiglia del nostro villaggio di origine, per poterla visitare più spesso”, spiega il padre. Le tombe sono basse e lunghe, semplici, senza fiori. Quella di Benafshah è protetta all’esterno da alcune serie di mattoni grezzi, all’interno è decorata con maioliche chiare. “Una volta c’erano due lapidi, ma una è stata mandata in frantumi dai bambini del posto”. Su quella che rimane è inciso il nome di Benafshah, la sua storia, quella di una studentessa modello, “la seconda di tutta la scuola”, conferma la madre orgogliosa. Una studentessa diventata una “martire, uccisa dalla codardia di soldati stranieri, dagli italiani dell’Isaf”. Così recitano, testualmente, le scritte sulla lapide. Accanto al nome, sono disegnati due tulipani rossi. “Durante il viaggio, Benafshah soffriva un po’ il mal d’auto. Ma quando ha visto un campo di tulipani si è voluta fermare. Ne ha raccolti due. Li abbiamo sepolti con lei. Insieme a tutte le sue speranze”, spiega Fawzia.


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