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DA KABUL A HERAT, SCONTRI E PROTESTE CONTRO "INNOCENCE MUSLIMS" 18/9/12

Nelle città afgane migliaia di giovani scendono in piazza. A Kabul, negli scontri vicino alla base Usa, si contano 50 agenti feriti mentre cresce la protesta nelle province interne dopo il raid aereo Isaf-Nato che ha ucciso nove donne.

Giualiano Battiston

Martedi' 18 Settembre 2012
Dopo aver infiammato l'Egitto, la Libia, la Tunisia e il Sudan, le manifestazioni in risposta all'oltraggioso film anti-islamico Innocence of Muslims hanno raggiunto anche l'Afghanistan.
Da domenica in varie parti del paese si alternano infatti le dimostrazioni. Prima sono scesi in strada gli studenti universitari, che a Kabul ed Herat hanno manifestato in modo pacifico ma deciso. A Kabul erano almeno trecento gli studenti che domenica mattina hanno dimostrato il proprio sdegno per “un film che offende la nostra dignità di credenti”, come dichiarato da uno dei dimostranti all'agenzia locale Pajhwok. Ieri le manifestazioni hanno preso una piega più violenta, soprattutto nella capitale.
Secondo quanto riferito alle agenzie stampa da Mohammed Ayub Salangi, a capo della polizia di Kabul, oltre cinquanta poliziotti sarebbero rimasti feriti nel corso degli scontri di lunedì. I manifestanti, radunati nel quartiere orientale di Pul-e-Charkhi e lungo la Jalalabad road, hanno intonato slogan anti-americani e contro “gli infedeli”, per poi incendiare negozi e automobili e scagliare pietre contro le forze di sicurezza afghane. L'ambasciata americana a Kabul segnala allarmata che la protesta si sta diffondendo in modo virale nel paese. Oltre a Herat e Kabul, si sono svolte manifestazioni anche nel nord, a Mazar-e-Sharif, e altre se ne prevedono a Jalalabad, verso in confine con il Pakistan, dove è più forte il risentimento verso gli stranieri e le truppe d'occupazione. Le ragioni sono semplici: in quest'area, e in tutta la striscia a ridosso del confine pakistano, la guerra continua, più intensa che altrove. E continua a causare vittime innocenti.
Qui non c'è bisogno di film razzisti, discriminatori e stupidamente provocatori per innescare lo sdegno della popolazione. Ma anche in molte altre parti del paese la popolazione è già profondamente offesa dall'ipocrisia schizofrenica della politica euro-atlantica e del suo braccio armato, la Nato, che promettono diritti e libertà e portano insicurezza e morte. Sabato scorso nel distretto di Alingar, nella provincia di Laghman, a rimanere letteralmente schiacciati dalle contraddizioni dell'“occidente liberatore” sono state alcune giovani donne, tra i 18 e i 25 anni. La triste contabilità delle vittime civili, i “danni collaterali” di ogni guerra, non è ancora certa: secondo il presidente Karzai, che ha tuonato contro i vertici dell’Isaf chiedendo spiegazioni sull’accaduto, le vittime sarebbero 8; secondo il portavoce del governatore della provincia di Laghman sarebbero 7; secondo le testimonianze raccolte dai media afghani sarebbero invece 9. Quel che è certo è che mentre a Bruxelles, al quartier generale della Nato si precisano i termini del ritiro delle truppe, in Afghanistan si continua a morire. Senza alcuna colpa. Le vittime di sabato erano donne povere, raccoglievano la legna, avevano famiglie numerose a cui badare e nessun legame con gli “insorti”. Sono state uccise dalle bombe della Nato, mentre altre 7 ragazze, tra cui una bambina di 10 anni, sono rimaste ferite. Avvolti in lunghi teli, i loro corpi sono stati portati a Metherlam, il capoluogo della provincia, davanti all'ufficio del governatore, per chiedere giustizia e un'inchiesta rigorosa. Il governatore del distretto di Alingar ha condannato fortemente il bombardamento, ricordando come ogni operazione area dovrebbe essere concordata con le controparti afghane, secondo quanto previsto dal protocollo d'intesa tra Washington e Kabul firmato alcuni mesi fa. I portavoce delle forze Isaf-Nato prima hanno negato, sostenendo che il raid avesse come bersaglio un gruppo di 45 guerriglieri, poi hanno balbettato qualcosa, per poi assumersi “la piena responsabilità”: “un certo numero di civili afghani è stato incidentalmente ucciso o ferito durante la nostra missione”, così recita il comunicato dell'Isaf. Non sarà sufficiente a lenire il dolore delle famiglie, né a placare l'insofferenza di chi vede nei soldati stranieri non dei missionari di pace – come suggerisce ipocritamente il governo italiano – ma dei seminatori di morte. E il ritornello delle scuse e della “vicinanza alle famiglie delle vittime” non fa che inasprire gli animi. Dopo dieci anni di guerra, infatti, gli afghani non hanno più dubbi. Quali che siano le intenzioni degli stranieri arrivati nel loro paese con armi pesanti e sofisticate, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la sicurezza non c’è; i movimenti antigovernativi sono più forti di prima; il governo e le istituzioni traballano, sotto il peso della corruzione e degli affari. Soprattutto, il numero delle morti civili cresce, ogni giorno di più. E il terrore dei bombardamenti riguarda una percentuale di popolazione sempre più ampia, come denunciano Shahzad Bashir e Robert D. Crews in “Under the Drones: Lives in the Afghanistan-Pakistan borderlands”, un libro che andrebbe suggerito a tutti quelli che di mestiere fanno la guerra.



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