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DOPO RIO, L'OPINIONE DI SUSAN GEORGE 1/7/12

Sono convinta - dice l'autrice di Whose Crisis? Whose Future? - che ci sia ancora l'opportunità di investire in un Green New Deal , riappropriandoci del nostro sistema finanziario, impazzito e disfunzionale, socializzando le banche, tassando le transazioni finanziarie a livello internazionale e investendo nel bene comune

Giuliano Battiston

Domenica 1 Luglio 2012


Al vertice sullo sviluppo sostenibile di Rio de Janeiro Susan George non c'è. Troppo prevedibili gli esiti, troppo smaccati sostiene la chair of board del Transnational Institute di Amsterdam i tentativi messi in atto dalle grandi corporation transnazionali: trasformare anche la natura in merce, privatizzarne l'accesso, escluderne i più poveri. Una deriva mercantile che l'autrice di Le loro crisi, le nostre soluzioni (Mondi media 2012), fiera oppositrice del modello neoliberista, contesta da decenni, e a cui sin dal 2007 oppone un «New Green Deal»: un nuovo grande piano di investimenti, che punti al rinnovamento ecologico del sistema produttivo ed energetico, coniugando sostenibilità ambientale e giustizia sociale. Nulla a che vedere con il concetto di green economy, tiene a precisare Susan George.

Dopo giorni di incontri, dibattiti, accese discussioni e contestazioni, si è concluso il vertice di Rio. Qual è il suo giudizio? «A Rio tutto + proceduto com'era prevedibile, questa volta è andata perfino peggio del solito, se possibile. Il World Business Council per lo sviluppo sostenibile, la Camera di commercio internazionale e altre lobbies delle corporation hanno perseguito la stessa agenda per 20 anni, e pare che siano riuscite ad aggiudicarsi una vittoria importante: le Nazioni Unite hanno completamento abdicato e si sono ritrovate a sostenere l'agenda di questi attori, a discapito di tutti gli altri, rimasti esclusi. Da quel che ho avuto modo di leggere o ascoltare, non mi sembra che i governi abbiano avuto niente di veramente progressista da dire. L'unica cosa degna di nota, che andava seguita, erano gli eventi laterali, quelli che hanno fatto capo a People Rio+20, la contro-conferenza del vertice».

Lei non ha mai nascosto il suo scetticismo nei confronti del concetto di «green economy», di cui molto si è discusso a Rio. Ci spiega meglio il suo punto di vista? «Sulla green economy continuo a mantenere posizioni critiche, come quasi tutti gli altri sostenitori della giustizia climatica e della sostenibilità intesa nel senso più genuino del termine, perché sono le corporation che ne stanno definendo i contenuti, secondo i propri interessi. Non è un caso che stiano per essere introdotti dei prezzi veri e propri per i servizi che la natura fornisce all'uomo; che i principi mercantili stiano per essere installati in ogni settore, incluso quello della conservazione della natura, mentre i prodotti della natura vengono progressivamente privatizzati. Oggi bio-diversità non significa altro che un'ulteriore fonte di materiali grezzi, da cui trarre profitto. A ben guardare, le compagnie che si occupano di biologia sintetica sono così avanti rispetto a noi che non abbiamo ancora la minima idea delle conseguenze delle loro attività, penso per esempio agli organismi ibridi o alle chimere , che renderanno gli Ogm, che abbiamo a lungo contestato, delle innocue verdure da orto domestico. Su questo, dovremmo provare a chiedere qualcosa a Pat Mooney, dell'Etc Group, l'associazione che monitora il potere connesso alle tecnologie».

Per lei dunque dietro il concetto di green economy si nascondono molte insidie; eppure per molti bisogna comunque puntare sulla green economy, nonostante i rischi che implica, perché possiede quella carica «evocativa» necessaria affinché tutti riconoscano che è ora di trasformare le nostre società «Se mi sta chiedendo se dobbiamo tentare di prevenire il cambiamento climatico e mitigare a tutti i costi l'innalzamento delle temperature, allora rispondo di sì, che sono d'accordo: se il mondo del business è l'unico in grado di farlo, allora che lo faccia, visti i rischi enormi che abbiamo di fronte. Ma rifiuto di adottare un atteggiamento così rinunciatario, perché sono convinta che ci sia ancora l'opportunità di investire in un Green New Deal , riappropriandoci del nostro sistema finanziario, impazzito e disfunzionale, socializzando le banche, tassando le transazioni finanziarie a livello internazionale e investendo nel bene comune, in altri termini in quello che definisco, appunto, Green New Deal . Ciò significa che dovremmo tenere a mente, come priorità, le preoccupazioni sociali, i bisogni umani, la preservazione e la condivisione delle risorse scarse, e allo stesso tempo rispettare le comunità indigene. La green economy è tutt'altra cosa. Non dimentichiamo poi che ogni volta che abbiamo ceduto alle richieste o alle lusinghe del mondo del business abbiamo sempre dovuto pagare un prezzo eccessivo. Si guardi alla crisi attuale, ormai al suo quinto anno. Se dovessimo cedere anche questa volta, perderemmo tutto, inclusi i beni comuni, materiali e immateriali, probabilmente per sempre».



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