Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


IL PUGNO DI CHERNOBYL E GLI SCATTI DI PAUL FUSCO 19/11/13

GIPI RACCONTA LA SUA ULTIMA GRAPHIC NOVEL, UNASTORIA

LA QUATRIEME IMAGE/UN SALONE E DUE SORPRESE A PARIGI 1/11/13

dOCUMENTA, DA KASSEL A KABUL 23/8/12

SE dOCUMENTA VA DA KASSEL A KABUL 24/6/12

GINA PANE ATTRICE E MARTIRE 5/6/12

NEL REGNO DI JOAN MIRO' 5/6/12

LE AURE DI MONIKA BULAJ A ROMA 8/2/12

VIVERE E' DIVENTATO PIU'ALLEGRO! LE RUSSIE DI CA'FOSCARI

KAMAITACHI: HOSOE, HIJIKATA E LA RICERCA DI SE' 23/1/10

DAGLI ARCHIVI DEL DOPOGUERRA DI UNA GUERRA CHE NON FINISCE MAI 27/04/09

ALLISON SCHULNIK, L'URLO E LA MATERIA 20/04/09

Il NONO PIANO DI JESSICA DIMMOCK 8/4/09

LE CITTA' INVISIBILI DI PRIMOZ BIZJAK 23/03/09

DE CHIRICO TORNA IN FRANCIA DOPO OLTRE 25 ANNI 16/2/09

NEL REGNO DI JOAN MIRO' 5/6/12

René Char lo chiamava il regno di Mirò: la mostra al Chiostro del Bramante di Roma che si chiude il 10 giugno prossimo ha riacceso le luci sull’universo del pittore catalano che ha riconciliato in se stesso la natura e l’avanguardia

Attilio Scarpellini

Martedi' 5 Giugno 2012
“Essere più bravo di una meteora non è poi così difficile, se non si brucia. Mirò fiammeggia, corre, ci dona, ci infiamma.” René Char

Artaud diceva di Van Gogh che era un grande direttore d’orchestra ma con tutti i mezzi della pittura. Van Gogh è uno dei pittori che il catalano Joan Mirò annoverava tra i suoi maestri. Alla mostra del Chiostro del Bramante, Mirò! Poesia e Luce, tutto torna. Come si apprende guardando un’intervista filmata di Roland Penrose, il pittore catalano avrebbe voluto “suonare il piano con dieci dita”. E come si sente appena entrati in una delle sale dove sono esposte le sue grandi tele, quasi sempre senza titolo, alcune persino senza data, ci è riuscito: proprio come Van Gogh, Mirò è uno di quei pittori che non ci parlano soltanto quando ce lo troviamo davanti, ma anche quando ci sono alle spalle o di lato, non lo si va tanto a vedere, ci si capita in mezzo, nella sinfonia percussiva dei colori, nella rapida variazione di quei motivi che vanno e vengono sul suo teatro rupestre, sempre uguali, sempre diversi. Alberto Savinio accusava la sua astrazione di essere puerile. Mirò più che altro utilizza l’ostinazione dell’infanzia per ricostruire un mondo interamente tradotto nella pittura dove all’istintività del gesto, della linea sorgiva e sonnambula, risponde la concertazione delle forme e dei colori che gli si addensano attorno come costellazioni: un continuo flusso di soli, di stelle, di occhi, di bocche, di becchi, di vulve, di falli, danza immobile nell’oceano amniotico del quadro. E’un performatore, se non un performer che dipinge con le mani e con i piedi su più tele contemporaneamente, e per questo, a dispetto del suo essere un artista addirittura proverbiale, riprodotto fino alla nausea su tazze, quaderni e gadget di ogni tipo, nessun catalogo, per quanto ben fatto, lo può esaurire: bisogna vederlo dal vivo per capire che i suoi rossi non sono sempre squillanti, ma talvolta acquosi e rarefatti come macchie di sangue che colano su un muro, che i blu possono virare in un violetto notturno e straziante, o che alcune opere degli anni ’70, grandi e stupefacenti, fatte solo di bianchi e di neri, lo avvicinano di colpo tanto all’espressionismo astratto quanto alla calligrafia orientale. Joan Mirò scrive, o meglio porta il segno che incide lo spazio ad un’intensità che vista sulla tela è inusitata: c’è della fatalità in tutta questa leggerezza, un metodo in questa follia nata con gli automatismi ipnotici del surrealismo – a partire dalla prima macchia che si espande, delle prima forma che abbozza un regno di creature inconcluse, il resto è meditata armonia. Ecco un grande foglio di carta, quasi una pagina bianca ideale come quella che gettava Stéphane Mallarmé nell’angoscia più assoluta, ma il suo bianco è stato addomesticato: ammorbidito da una mano d’acqua, bruciato agli angoli come una pergamena, è diventato un beige dilavato da cui traspaiono le venature, simili a sottili rotte su una mappa del tesoro. Una figura indescrivibile disegnata a matita parte dal lato sinistro del foglio e finisce nel lato opposto, culminando in due specie di antenne, attorno ad essa, si dispone un microcosmo di forme e di interpunzioni: una piccola croce sinuosa accanto a tre macchioline tonde di inchiostro nero, delle sfere incandescenti, una azzurrina, l’altra color senape, un rettangolo blu scuro che termina sul bordo del foglio, una striscia verde incoronata da un quadrato azzurro. Le immagini, come ha scritto René Char, sono distolte dal loro fine da una trazione verso le sorgenti: sulla tela aleggia un mondo fermato un istante prima di ricadere nell’ordine angusto delle cose. E’ “l’istante in cui la coscienza non ha toccato terra”. Mirò regredisce – e forse in questo senso Savinio ha avuto ragione – ma su un terreno dove il paesaggio notturno di una metropoli vista da un aereo è altrettanto primitivo dei graffiti sulle pareti di Lascaux. Nel 1956 trasferisce l’avanguardia, che con la natura non voleva avere alcun rapporto, sotto la luce abbagliante di Palma de Majorca, in quello studio ideale che Josep Lluis Sert costruì per lui: qui lo scheletro di una conchiglia che mostra a Penrose tenendola tra le dita impiastricciate di inchiostro può essere fantasmagorico come una guglia dell’amatissimo Gaudì. Anzi “è un Gaudì!” come dice all’amico il vecchio pittore, incredibilmente soddisfatto di vivere in un regno dove tra quel che si vede con gli occhi e quel che si fa con le mani non esiste più alcun confine.

Mirò! Poesia e Luce/ a cura di Maria Luisa Lax
Al Chiostro del Bramante di Roma fino al 10 giugno 2012
Catalogo edito da 24 Ore Cultura


René Char, Ricerca della base e della vetta, a cura di Ilaria Gremizzi e Sandro Palazzo. Mimesis editore, Milano 2011

(questo articolo è uscito sul numero "Maggio" dei Quaderni del Teatro di Roma)



Powered by Amisnet.org