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Dalla cosiddetta 'rivoluzione gelsomino' dello scorso inverno, quando il governo cercò di estirpare il pericolo manifestazioni ispirate alle rivolte nel mondo arabo, i funzionari locali hanno tentato di bloccare la diffusione di notizie su scandali, corruzione e proteste. A farne le spese sono i cronisti locali e occidentali

Andrea Pira

Mercoledi' 22 Febbraio 2012
Tre aggressioni contro giornalisti e i loro assistenti in una settimana hanno spinto il Club dei corrispondenti esteri in Cina a divulgare un’allerta tra i propri associati. Gli ultimi episodi in ordine di tempo sono concentrati a Panhe, piccolo villaggio nella ricca provincia orientale dello Zhejiang dove i reporter sono stati picchiati mentre stavano seguendo una protesta contro gli espropri di terreni. Giovedì Baptiste Fallevoz, dell’emittente televisiva France 24, e il suo interprete e assistente Jack Zhang, erano in macchina diretti verso il villaggio quando si sono accorti di essere seguiti da un’auto nera. A pochi chilometri da Panhe hanno poi incrociato altre quattro auto che gli si sono messe alle calcagna prima che un sesto mezzo li speronasse frontalmente. Un incidente al “100 per cento intenzionale” secondo il giornalista, che non ha potuto fare niente mentre una ventina di uomini in borghese si accaniva contro il suo assistente cui era stata sequestrata la telecamera.

Gli aggressori, ha aggiunto Fallevoz, sono poi rimasti lì impassibili fumando sigarette fino all’arrivo dei poliziotti. Senza fermare o arrestare nessuno, gli agenti hanno scortato le due vittime fino alla città di Wenzhou dove hanno ricevuto le scuse dei funzionari locali e 45mila yuan (4,500 euro circa) a testa di risarcimento, più un racconto che indicava come motivazione dell’aggressione la rivalità tra gli abitanti della parte orientale e di quella occidentale del villaggio.

L’incidente non è tuttavia isolato. Soltanto ventiquattro ore prima era toccato al giornalista olandese Ramko Tanis fare le spese di questa ‘rivalità’. Il corrispondente della Netherlands Press Association stava intervistando uno dei capi della protesta quando è stato avvisato dell’arrivo della polizia. Poco dopo un centinaio di uomini ha fatto irruzione nell’edificio e ha iniziato a picchiare i presenti. “Attorno a me c’erano venti, forse trenta persone. Mi hanno portato fuori dalla stanza e a turno mi prendevano a calci e a pugni”, ha raccontato Tanis al Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj): “Ho provato a chiedere chi fossero e chi li avesse mandati. L’unica risposta sono state le botte”. L’intervento di alcuni uomini che si sono identificati come funzionari del locale Ufficio per le relazioni con l’estero ha riportato la calma. Tanis è stato sottratto alla furia degli aggressori e caricato in auto. Per il giornalista non si è trattato tuttavia della fine della disavventura. Nuovamente fermato da un altro gruppo di energumeni, gli è stata rubata la borsa, poi restituitagli una volta giunto a Wenzhou senza tuttavia la scheda della macchina fotografica.

“In Cina è pieno di teppisti che per racimolare qualche soldo si spostano da una provincia all’altra e si prestano a queste aggressioni. Tutti i giornalisti lo dovrebbero sapere”, ha spiegato Tanis a Radio Netherlands Worldwide. ”Naturalmente chi manifesta spera che la sua protesta abbia la maggiore eco possibile. Spesso anche alzando il livello della violenza nella desiderio che le proprie lamentele arrivino a Pechino“. Lo stesso primo ministro Wen Jiabao, ai primi di febbraio, aveva esortato i funzionari locali a garantire un equo compenso ai contadini espropriati, pena l’intervento del governo centrale e sanzioni disciplinari. I giornalisti stranieri, che in teoria sono autorizzati a seguire questo genere di incidenti, si trovano quindi stretti tra il bisogno dei quadri di mantenere basso il profilo delle proteste e i manifestanti che al contrario vogliono amplificarle.

Come sottolineato dal corrispondente della Bbc, Martin Patience, il numero e la violenza delle aggressioni sono in aumento. Una costante che non si limita soltanto a questioni ‘sensibili’, come può essere il Tibet, vietato ai reporter e che proprio in questi giorni, segnati dall’ennesima auto-immolazione di un monaco per protesta contro l’occupazione cinese, si presta a entrare in due settimane a rischio, a cavallo tra il capodanno tibetano, che inizia domani, e l’anniversario della sollevazione tibetana del 1959 a marzo. Dalla cosiddetta ‘rivoluzione gelsomino’ dello scorso inverno, quando il governo cercò di estirpare il pericolo di manifestazioni ispirate alle rivolte nel mondo arabo, i funzionari locali hanno tentato di bloccare la diffusione di notizie su scandali, corruzione e proteste. Va anche peggio ai giornalisti cinesi. Secondo l’ultimo rapporto del Cpj i giornalisti in carcere in Cina sono 27, di questi la metà appartiene alle minoranze tibetana e uigura. Nella poco lusinghiera classifica sui reporter detenuti, la Repubblica popolare è terza, preceduta soltanto da Iran ed Eritrea.



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