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Il futuro leader della Cina a colloquio con il presidente statunitense Barack Obama. Sul tavolo guerre commerciali e il ruolo delle due potenze in Asia

Andrea Pira

Mercoledi' 15 Febbraio 2012


Successore, quasi,certo, del capo di Stato cinese Hu Jintao, vicepresidente della Cina, vicepresidente della Commissione militare centrale. Sono i molti abiti che Xi Jinping ha indossato ieri a Washington dove ha incontrato il presidente Barack Obama., oltre che il vertice del Pentagono e il suo omologo Joe Biden. Per gli Stati Uniti è stata l'occasione di conoscere meglio il personaggio che dal prossimo autunno prenderà le redini della Repubblica popolare e che per ora è ancora soltanto un uomo di apparato, identificato come un principino rosso, figlio di rivoluzionario compagno di Mao. “Più potere vuol dire anche aver maggiori responsabilità”, è l'ammonimento lanciato da Obama al suo ospite, auspicando una “comprensione reciproca” tra le due potenze.

Affinché le relazioni tra Cina e Usa vadano per il meglio occorre fiducia, aveva invece esordito Xi in un incontro con ex funzionari dell'amministrazione americana, tra cui Henry Kissinger che per il futuro leader ha più volte avuto parole di elogio. “Ci auguriamo che gli Usa facciano di più per vedere la Cina in una prospettiva oggettiva e razionale”. Nell'anno del cambio di leadership, gli zelanti funzionari cinesi hanno preparato tutto nei minimi dettagli. Non hanno però potuto evitare che un centinaio di manifestanti scandisse slogan a favore del Tibet, non distante dalla Casa Bianca. Tra l'altro trovando una sponda all'interno quando il presidente ha rimarcato l'insistenza Usa sul rispetto dei diritti umani. Sul tavolo dei colloqui invece temi economici e commerciali -protezionismo, dumping, apprezzamento dello yuan- e politica estera, dalla Siria all'Iran passando per i bilanci della Difesa e il rinnovato interesse statunitense per l'Asia orientale Sul fronte delle spese militari le due potenze sembrano andare in direzione opposta. Appena lunedì, Obama ha presentato il progetto di bilancio per il prossimo anno fiscale che inizierà ad ottobre, ossia un mese prima delle presidenziali. Al capitolo difesa il budget previsto sarà di 525 miliardi di dollari, lo 0,1 per cento in meno, rispetto al 2012. Come già annunciato dal segretario alla Difesa Leon Panetta per la prima volta dal 1998 la più grande potenza al mondo taglia con un risparmio per le casse pubbliche di 487 miliardi di dollari in dieci anni.

Di contro l'ultimo rapporto dell'osservatorio IHS Jane's pubblicava ieri le stime sui bilanci per la difesa in Asia orientale. La Cina, prevede il documento, raddoppierà il proprio budget entro il 2015, portandolo a 238 miliardi di dollari. Attualmente le cifre ufficiali parlano di un aumento del 12,7 per cento, nell'ultimo anno, arrivando a 91 miliardi. Gli esperti sospettano tuttavia che sia molto più alto. Secondo IHS Jane's dovrebbe stimarsi attorno ai 119 miliardi e crescerà alla media del 18,7 per cento nei prossimi tre anni. Per dare un'idea delle proporzioni basti pensare che sarà quattro volte superiore a quello del Giappone, il secondo più consistente dell'area, e maggiore di quello di tutti gli altri Paesi della regione assieme, che sommati si fermeranno a 232 miliardi.

La visita del principino rosso è arrivata inoltre nel mezzo di una campagna elettorale nella quale lo spauracchio cinese è diventato uno dei temi centrali dei candidati repubblicani in corsa per le primarie. E lo stesso Obama non può mostrarsi arrendevole, facendosi promotore di un rilancio delle esportazioni statunitensi e pertanto denunciando la politica monetaria di Pechino che favorirebbe artificialmente i prodotti Made in China. “Vogliamo collaborare affinché tutti operino con le stesse regole quando si entra nel sistema economico mondiale" ha specificato Obama, " pertanto il loro deve essere un sistema commerciale bilanciato".

Quello di Xi in America è stato però il secondo appuntamento di Pechino nel giorno di San Valentino. Ore prima, il presidente europeo Herman Van Rompuy, quello della Commissione Europea José Barroso e il premier cinese Wen Jiabao avevano a aperto nella capitale cinese la due giorni di vertice Cina e Ue con al centro la crisi del debito del Vecchio continente. Come già la scorsa settimana con la cancelliera tedesca Angela Merkel, la Cina ha promesso sostegno, senza tuttavia impegnarsi concretamente nel Fondo europeo di stabilità finanziaria e sul suo erede, il Meccanismo europeo di stabilità. “La Cina ha ingenti riserve in valuta estera, ma non la capacità di sostituirsi all'economia europea. Non penso possa permettersi di mettere i soldi a sufficienza per comprarsi l'Europa, forse neanche per salvarla. Pechino spinge per un approccio multilaterale di cui è soltanto uno degli attori”, ha sottolineato al Riformista il professor Suisheng Zhao dell'università di Denver.


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