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LE AURE DI MONIKA BULAJ A ROMA 8/2/12

La mostra a Roma di Monika Bulaj (nell'immagine)

Malvina Giordana

Mercoledi' 8 Febbraio 2012

Sembrano dei tableau vivant e invece sono veri corpi di uomini veri. Le fotografie di Monika Bulaj emergono dalle tradizioni culturali e religiose che avvolgono Paesi lontani, incrinando quegli steccati invalicabili, con affermativa riservatezza.
Dal 9 all'11 febbraio a Roma, la personale fotografica Aure è accolta dal Vaticano e allestita nella sala Coro dell'Auditorium Conciliazione, in occasione del convegno interreligioso “Gesù nostro contemporaneo”.
Un materiale immenso, frutto di ricerche e viaggi degli ultimi dieci anni, di cui vedremo una selezione di 47 immagini e numerosi testi. “Sono due livelli autonomi” spiega però Monika Bulaj, “le fotografie non sono delle illustrazioni e la scrittura non ne è la didascalia. Si tratta di un reportage letterario”, la cui cifra è l'amplificazione.
Questo lavoro è una ricerca sul confine, un' indagine intuitiva sulla possibilità di penetrare nelle rigide apparenze di culture e mondi differenti. “Ciò che è emerso dall'intensità che leggevo in queste immagini, nella loro forma grafica, non è stato un facile ecumenismo, né semplici accostamenti per similitudine, bensì qualcosa di comune. L'Uomo forse”.
Così introduce il suo lavoro Monika Bulaj, fotografa e reporter free lance di Varsavia, che individua molta della sua passione per i simboli religiosi, nell'eredità ebraica e ortodossa del suo paese natale. “Una terra di olocausto e quindi di fantasmi, che teme la propria eredità”.
Una chiave di lettura comune che riesce ad attraversare il mondo cattolico, ebraico, musulmano, le minoranze religiose, “attraverso immagini apparentemente lontane, da cui sono emersi i temi, le metafore, che ho seguito e che continuo a seguire nei miei viaggi”.
In questa direzione, prosegue Bulaj, “il materiale nel tempo si è concentrato aiutando a organizzare il racconto. Archetipi emersi dal materiale stesso, dalla visione appunto. Le vie separate su cui è iniziata la ricerca, si sono dunque incrociate, rompendo i confini”.
In principio “dallo studio delle rappresentazioni sacre e dai requisiti quasi teatrali, è emersa parallelamente la simile tradizione del mondo cattolico e di quello sciita. La rappresentazione in Iran del martirio di Imam Hussein, e nel mondo cattolico i misteri della passione di Cristo, delle grandi narrazioni della Bibbia”. E specifica: “Il rito dei battenti per esempio, in Campania, a Guardia Sanframondi, è un rituale di penitenza e ancor prima di preghiera collettiva legata alla fertilità della terra, in cui ogni sette anni, corpi mascherati si feriscono battendo sul petto con forza, assistiti da una platea di occhi incuriositi. Lo stesso rito nei mesi di lutto, si pratica nel mondo sciita, legato al martirio di Imam Hussein”. Così l'evidenza di miriadi di significati che noi ignoriamo emergono attraverso continue ripetizioni e dunque fertili intrecci.
“Il mio è un percorso lunare, una paradossale forma di ricerca che segue le grandi ripetizioni, continue, degli stessi gesti. La mia grande “tragedia”- aggiunge Bulaj - sta nella loro sovrapposizione”.
Oltre venticinque paesi attraversati e riscoperti nella loro “ricchezza multiforme e di massa”, parole con cui lei stessa definisce questo immenso patrimonio culturale, oltre i confini del monoteismo. “È scomodo parlare di bellezza – conclude - più semplice è alimentare lo scontro tramite lo stereotipo”

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