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Il primo ministro Nasser Mohammad al-Ahmad al-Sabah si sarebbe dimesso, cedendo di fatto alle pressioni sempre più forti dell’opinione pubblica e dell’opposizione parlamentare impegnate negli ultimi mesi in una serie di manifestazioni di piazza sull’onda, almeno in parte, delle Primavere arabe.

Tiziana Guerrisi

Martedi' 29 Novembre 2011

Il primo ministro Nasser Mohammad al-Ahmad al-Sabah, secondo le emittenti arabe Al Jazeera e al Arabiya, si è dimesso, cedendo di fatto alle pressioni sempre più forti dell’opinione pubblica e dell’opposizione parlamentare impegnate negli ultimi mesi in una serie di manifestazioni di piazza sull’onda, almeno in parte, delle Primavere arabe.

Il governo per il momento tace, e dall’esecutivo per ore non arrivano conferme né smentite. Resta ancora da capire se, una volta ufficializzate le dimissioni del primo ministro, alla crisi di governo seguirà lo scioglimento dell’Assemblea parlamentare. Una decisione che spetterà solo all’emiro Sheikh Sabah al Ahmad as Sabah.

Un passaggio delicatissimo per la politica nazionale, in ogni caso, come emerge dalla stampa kuwaitiana che fa riferimento ad una spaccatura interna allo stesso governo, con almeno tre ministri (Giustizia, Salute e Affari sociali) pronti da giorni a dimettersi davanti all’insofferenza della piazza verso una corruzione sempre più dilagante nel Paese, suffragata dalle pesanti accuse indirizzate a diversi deputati della maggioranza.

Lo scorso 16 novembre, del resto, centinaia di kuwaitiani e decine di deputati del Parlamento avevano fatto irruzione nella sede dell’Assemblea nazionale nella capitale chiedendo a gran voce le dimissioni dell’esecutivo, primo passo per aprire la strada a una stagione di riforme.

Un assalto per lo più simbolico, ma non senza conseguenze: oltre una ventina di arresti tra attivisti e membri dell’opposizione e conseguenti scontri tra la polizia e un paio di centinaia di manifestanti furiosi bloccati da agenti in tenuta anti-sommossa fuori dal Quartier generale della polizia alla periferia di Kuwait City.

Un capitolo tutt’altro che chiuso, quello dell’irruzione al palazzo del parlamento. Secondo il Kuwait Times, ieri i giudici hanno prolungato a 21 giorni il fermo in attesa di giudizio di 24 attivisti fermati per i fatti del 16 novembre. Il tutto dopo che il procuratore aveva disposto la scarcerazione, su cauzione, di sette attivisti tirandosi addosso le critiche di centinaia di sostenitori che, per la quinta notte di fila nonostante le basse temperature, stazionano davanti al palazzo di Giustizia per chiedere la scarcerazione di tutti i manifestanti fermati.

E mentre alcuni membri dell’opposizione mettono in guardia il ministro degli Interni dal suffragare eventuali maltrattamenti nei confronti degli attivisti ancora detenuti, si lavora all’organizzazione di nuove manifestazioni di massa. Obiettivo: ottenere lo scioglimento dell’Assemblea e fermare la corruzione. Le richieste della piazza, insomma, sembrano essere le stesse di Tunisi e il Cairo: diritti e lotta alla corruzione. Un tema dibattuto in Kuwait anche sulla stampa generalista di un Paese considerato da Reporters sans frontières nel 2010 al primo posto fra gli Stati del Golfo in quanto a libertà di espressione, nonostante una serie di pressioni e restrizioni ancora presenti. Secondo i media locali, almeno 16 parlamentari avrebbero ricevuto enormi depositi illegali sui loro conti bancari e altri avrebbero ripetutamente infranto l’articolo 121 della Costituzione che vieta ai legislatori di sedere come consiglieri in società che fanno affari con istituzioni pubbliche.


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