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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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Junko Terao

Venerdi' 10 Giugno 2011

Nel Giappone squassato dal sisma e spazzato dallo tsunami dell’11 marzo i lembi di due storie apparentemente lontane hanno combaciato in un déjà vu che mette i brividi. Il paragone tra Fukushima e Hiroshima è azzardato, ma davanti alle immagini delle città costiere del Tohoku ridotte in macerie a chi non sono tornate alla mente le fotografie scattate subito dopo il bombardamento nucleare del 6 agosto del ’45? All’origine di quel panorama di devastazione è stata la violenza dell’acqua, certo, non la potenza dell’atomo che in pochi secondi ha incenerito tutto. La calamità naturale e non la fine sciagurata di una guerra. Eppure, la portata della recente catastrofe per il Giappone è tale che il paragone non è cosí fuori luogo. E quando alle macerie si è aggiunto l’incubo delle radiazioni, ecco che tutto improvvisamente è risultato familiare, già visto. Pochi giorni dopo, a richiamare altre reminescenze del passato è stato il discorso inatteso a reti unificate dell’imperatore Akihito – il primo da quando è salito al trono nel 1989. Pur essendo lontano anni luce, nel significato intrinseco, dal messaggio di suo padre trasmesso alla radio quel 15 agosto di sessantasei anni fa, a qualcuno sarà suonato sinistramente noto. Anche allora, come oggi, il paese era attonito e nell’aria, invisibili e inodori, si propagavano le radiazioni atomiche che molto presto si sarebbero rivelate letali. Insieme alla distruzione, la grande onda ha lasciato dietro di sé brutti ricordi, un rimosso che sembrava ormai cosí lontano da non doverci piú fare i conti. E nel rimosso, l’eco di una parola entrata nel vocabolario giapponese all’indomani del 6 agosto 1945. Hibakusha, a seconda di com’è scritto, può indicare sia chi è stato colpito da un bombardamento atomico sia chi è stato raggiunto dalle radiazioni, il bombardato e l’irradiato. A Hiroshima e a Nagasaki ci furono entrambi: i sopravvissuti segnati a vita dalle ustioni e quelli senza ferite evidenti, che presto avrebbero imparato a convivere con la “sindrome atomica”, una perenne spossatezza fisica, aggravata dalla paura costante di ammalarsi. All’epoca nessuno sapeva con precisione cosa fosse l’atomica, quali esattamente le conseguenze sugli irradiati. La ricerca in questo senso fu ritardata dalla censura in vigore negli anni dell’occupazione americana, durata fino al 1952, che impedí ai medici che curavano i sopravvissuti di divulgare le loro scoperte. La commissione di scienziati spediti a Hiroshima dal governo statunitense due anni dopo il bombardamento aveva il compito preciso di studiarne gli effetti: gli hibakusha furono visitati, ma non curati, e i dati raccolti, top secret, furono spediti a Washington. Quel che si sapeva era che di radiazioni si moriva, e presto in Giappone si cominciò a credere che i sopravvissuti alle bombe atomiche fossero portatori di malattie contagiose. Non sorprende, quindi, che per anni gli hibakusha siano rimasti nell’ombra e in silenzio, stigmatizzati ed esclusi perché “contaminati”.
Ragazze senza speranza di trovare marito segregate in casa, a vita, donne e uomini allontanati dai luoghi di lavoro, hibakusha di seconda generazione – che si trovavano nel grembo materno durante il bombardamento – che hanno taciuto le proprie origini anche a mogli, mariti e figli. Gli hibakusha furono esclusi da una società che, insieme al ricordo della guerra, voleva cancellare la loro esistenza. Una società abituata a considerarsi omogenea secondo il falso mito di “una razza, una lingua, una cultura” inventato dagli oligarchi Meiji a fine ’800 per creare a tavolino un’identità nazionale fino ad allora inesistente, e gettare cosí le basi per il moderno stato-nazione che avrebbe rapidamente conquistato la scena mondiale. Il mito dell’omogeneità, confutato dall’esistenza di minoranze come gli ainu dell’Hokkaido, gli okinawani, i burakumin (discendenti dei fuoricasta), i cinesi e i coreani nati in Giappone, ha resistito per piú di un secolo, decretando l’esclusione sistematica dei diversi. Hibakusha compresi. Solo nel movimento antinucleare, nato a metà degli anni cinquanta, alcuni sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki avrebbero trovato il loro posto come testimoni, insieme al coraggio di uscire allo scoperto per reclamare i propri diritti. La prima legge che ha riconosciuto alle vittime delle atomiche il diritto a una speciale assistenza medica e a un risarcimento è il frutto delle loro battaglie. Oggi sono circa duecentocinquantamila gli hibakusha certificati, ma molti aspettano ancora il riconoscimento ufficiale, che ormai arriva solo attraverso sentenze di tribunale: fanno causa al governo, a volte vincono, altre no. Gli stranieri che si trovavano a Hiroshima e a Nagasaki durante i bombardamenti – per la maggior parte coreani, cinesi e filippini deportati con la forza durante la guerra – non hanno ricevuto alcuna indennità: avevano lasciato il Giappone subito dopo il ’45, e in quanto “residenti all’estero” non ne avevano diritto. Un brutto capitolo della storia giapponese del dopoguerra legato a una parola che si credeva ormai destinata a cadere in disuso. A quanto pare, invece, anche il Giappone del secondo millennio avrà i suoi hibakusha.
24 marzo 2011. Mentre nell’impianto numero uno della centrale di Fukushima è in corso la crisi nucleare piú grave dai tempi di Chernobyl, Takayuki Okamura si presenta in un ospedale con la figlia di otto anni che ha un’infiammazione cutanea. Okamura e la sua famiglia vivevano nell’area a evacuazione volontaria, tra i 20 e i 30 chilometri dall’impianto, e hanno trovato posto in uno dei tanti centri di accoglienza allestiti subito dopo il terremoto. Nell’ospedale la bambina non può entrare: non ha il certificato che attesta che non ha assorbito radiazioni, quindi non può essere curata. La notizia, riportata dal Mainichi Shimbun, è sconcertante ma non isolata. Una decina di giorni prima le autorità della prefettura di Fukushima avevano cominciato a misurare il livello di radiazioni che gli sfollati dalle zone a rischio contaminazione avevano sul corpo, rilasciando degli attestati di “non radioattività”. Uno strumento per rassicurare gli sfollati che è subito diventato un lasciapassare senza il quale in molti centri di accoglienza non si era ammessi. Questo non perché ci fosse un rischio reale (il livello di radioattività addosso agli sfollati non superava i livelli di guardia), ma per evitare il panico tra gli ospiti dei centri, terrorizzati dalla possibilità di essere contaminati da “estranei”. Dopo quasi settant’anni, dunque, la storia sembra ripetersi e produrre nuovi esclusi. Temporanei, probabilmente. Finito il panico, dovrebbe tornare a prevalere la solidarietà tanto elogiata dai media occidentali.
Ma i paria di Fukushima, i nuovi hibakusha, sono altri. C’è chi, con un po’ di retorica, li chiama eroi e chi, piú realisticamente, li chiama kamikaze. Sono i circa trecento operai impegnati nell’impresa titanica e potenzialmente letale di contenere le perdite dai reattori danneggiati dell’impianto. In buona parte lavoratori a giornata reclutati attraverso agenzie interinali dalla Tokyo Electric Power Company (Tepco), che gestisce la centrale, questi uomini che barattano la vita con il denaro (molto, a quanto pare) fanno parte di una realtà poco nota, che la crisi di Fukushima sta riportando alla luce. Secondo i dati dell’Agenzia per la Sicurezza industriale e atomica di Tokyo riportati dal New York Times, nel 2010 l’88% degli 83mila operai impiegati nei 18 impianti nucleari del paese erano lavoratori occasionali. Nello stesso periodo quelli impiegati a Fukushima erano l’89%. Senza formazione né benefit e con un’assicurazione piú bassa dei loro colleghi assunti, gli “zingari del nucleare” vagano da un impianto all’altro, assorbendo quantità di radiazioni oltre il limite consentito, per garantire la manutenzione degli impianti con bassi standard di sicurezza per sé e per le centrali. Sono il lato oscuro dell’industria atomica giapponese, che a partire dagli anni settanta è cresciuta fino a produrre quasi il 30% dell’energia del paese. Dal deserto di Hiroshima si è arrivati ai 55 reattori disseminati per l’arcipelago grazie a una propaganda capillare che ha venduto la favola dell’atomo pulito a un popolo che tuttora si autoproclama “allergico al nucleare”. Da decenni il settore attinge manodopera tra i reietti della società – contadini, pescatori, braccianti reclutati a Sanya e Kamagasaki, le baraccopoli di Tokyo e Osaka. Un bacino inesauribile di uomini disposti a farsi carico del lavoro sporco, sempre disponibili. Un fotografo, Kenji Higuchi, segue da decenni le loro storie: “Nel tempo molti di loro si sono ammalati, con gli stessi sintomi dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, e le aziende che li avevano impiegati hanno comprato il loro silenzio,” racconta nel documentario Nuclear Ginza, prodotto nel 1995 dalla canale britannico Channel 4. In nome del progresso e dello sviluppo economico qualcosa, evidentemente, doveva essere sacrificato. “Dove sono state costruite le centrali”, spiega Higuchi, “la democrazia è stata distrutta”.

L'articolo è un'anticipazione di "La fine dei dinosauri", una raccolta di scritti sul nucleare in uscita per Nottetempo e Aliberti editore, pubblicato oggi su L'Unità.



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