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VIK DA GAZA CITY 17/4/11

Ritratto di uno scomodo profeta disarmato

Paola Caridi

Domenica 17 Aprile 2011

La firma era sempre la stessa. “Restiamo umani. Vik da Gaza City”. Vik, come lo conoscevano gli stranieri. Vittorio, come lo chiamavano gli italiani. Arrigoni, come lo chiamava il suo pubblico virtuale, fatto di migliaia e migliaia di persone che ogni giorno, su altri blog, su Facebook, sui social network, facevano rimbalzare come in un flipper le sue corrispondenze da Gaza. Dall’interno della Striscia di Gaza. Dall’assedio della Striscia di Gaza. La sua finestra sulla prigione a cielo aperto aveva un nome, guerrillaradio, e un luogo, al contrario libero quanto non lo era Gaza. Il web, capace di irraggiare i racconti del blog di Vittorio Vik Arrigoni dovunque. Nella provincia italiana, nel vasto mondo del terzo settore, tra i ragazzi, persino in Israele.
Vittorio Vik Arrigoni è stato, negli ultimi anni, la nostra finestra sulla sofferenza invisibile di Gaza. Nessun altro “internazionale” è stato a Gaza come lui, conosciuto quanto lui, rispettato quanto lui, in un paradosso incredibile con la sua fine, consumatasi in poche ore, dentro quella Striscia di Gaza che lui, dicono gli amici, considerava la sua casa.
Dal 2008, ha raccontato la vita quotidiana, la disperazione di tutti giorni, l’Operazione Piombo Fuso, e poi di nuovo la vita quotidiana, la disperazione di tutti i giorni. I morti senza nome, i numeri battuti dalle agenzie di stampe, acquistavano nei suoi racconti una fisicità, un posto nel mondo: contadini, donne, bambini, i ragazzi che portavano le merci attraverso i tunnel, rimasti sepolti in un crollo, in un bombardamento. Tutti con nome e cognome, con una identità altrimenti cancellata dalla fretta di una informazione che ha dimenticato Gaza per tanto, troppo tempo. Con i contadini andava a raccogliere prezzemolo, nei campi lungo il confine tra Gaza e Israele, nei campi che non si potevano più coltivare perché a tiro di mitragliatore. Con i pescatori andava a pescare, sfidando il blocco navale israeliano che impedisce di andare oltre i tre chilometri e costringe a pescare in un mare inquinato, scuro, torbido.
Vittorio il blogger. Vittorio il militante dell’International Solidarity Movement, fedele negli anni alla sua associazione. Vittorio che aveva sfidato il blocco navale della marina israeliana per ben due volte, arrivando nel porticciolo di Gaza City con i battelli dei pacifisti. Vittorio che era stato arrestato dagli israeliani, e che poi era rientrato a Gaza da sud, dall’Egitto, dal valico di Rafah. Soprattutto, Vittorio che viveva sempre con i palestinesi e per loro, affrontando persino i bombardamenti pesantissimi dell’Operazione Piombo Fuso. Abitava con loro, aveva imparato l’arabo molto più di quanto avessero fatto altri italiani che hanno vissuto e lavorato a Gaza.
Gli altri italiani li frequentava, gli piaceva stare con gli amici, ma non abitava nell’ultimo periodo nel palazzo che ospita molti dei cooperanti, di fronte al mare e al porticciolo. Un po’ solista, un po’ battitore libero, e allo stesso tempo uomo che era con gli altri e al loro servizio. Politicizzato, certo. Perché no?
Quando ci furono i mondiali di calcio a Gaza, Vik Arrigoni giocò una sola partita, con la maglia dell’Italia-Rafah. Una nazionale appaiata a una cittadina della Striscia, maglia azzurra, e un team misto, gazani e italiani del mondo della cooperazione. Si fece subito male a una gamba, e la sua carriera di calciatore finì lì, raccontano gli amici, che giovedì sera hanno pianto. Pianto nel chiuso delle loro stanze, per poi riempire la rete di quel “grazie” pieno a un giovane uomo di 36 anni, un uomo che aveva ricordato loro ciò che tutti quelli che lavorano nel mondo del volontariato, anche in Palestina, provano a ricordarsi. Che bisogna “restare umani”, a tutti i costi.

Questo ritratto di Vittorio Arrigoni è stato pubblicato anche sui giornali locali del Gruppo Espresso



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