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La magistratura spinge per un cambio effettivo di regime? (elborazione grafica su una foto di Ramy Raoof, dal suo album su Flickr

Paola Caridi

Lunedi' 11 Aprile 2011
Sono passati esattamente due mesi da quell'11 febbraio che ha segnato la caduta del regime di Hosni Mubarak. Due mesi dalle dimissioni del presidente rimasto in carica poco meno di trent'anni. La Rivoluzione del 25 gennaio, travolgente come tutte le rivoluzioni, ha raggiunto così il suo scopo simbolico, ma la strada per l'uscita piena dal regime costruito in decenni da Hosni Mubarak e dagli uomini a lui più vicini è ancora lunga. Lo sanno bene i milioni di egiziani che continuano a scendere in piazza Tahrir quasi ogni venerdì, e per ragioni diverse. L'ultima volta, venerdì scorso, era per chiedere il processo contro Hosni Mubarak e gli alti papaveri, non solo per corruzione e abuso di potere, ma anche per le centinaia di morti - forse ottocento - uccisi durante le settimane della rivoluzione.

La magistratura, che in Egitto è stato uno dei poteri istituzionali che ha cercato di opporsi al regime, ha già aperto le indagini contro ministri, imprenditori, grand commis legati al vecchio sistema di potere. Ora sta addentando i dossier più scottanti, quelli che riguardano la famiglia Mubarak. E così Hosni Mubarak è comparso in tv, ma solo con un messaggio audio, per difendere se stesso.

DIFESA D'UFFICIO

Non si è presentato davanti alle telecamere, ma ha mandato un messaggio audio registrato al canale satellitare saudita Al Arabiya. Hosni Mubarak ha parlato di nuovo all’Egitto, ironia della sorte, esattamente a due mesi di distanza da quell’ultimo discorso del 10 febbraio. Quello in cui rimaneva testardamente della sua idea e non si dimetteva, salvo essere costretto a lasciare il potere neanche ventiquattr’ore dopo.
Dal suo ‘esilio’ interno di Sharm el Sheykh, l’ex presidente Mubarak non si è dunque fatto vedere dagli egiziani, ma si è lo stesso difeso – via audio - dall’accusa di aver accumulato una fortuna per sé e per la sua famiglia. Non ho nessun conto bancario all’estero, ma solo in una banca egiziana, ha detto Hosni Mubarak, parlando però di se stesso e di sua moglie. Altra cosa è la situazione patrimoniale dei suoi due figli, Gamal e Alaa.
La prima uscita pubblica di Mubarak ha sorpreso gli egiziani, ma non li ha sorpresi né la sua difesa d’ufficio, né la scelta di Al Arabiya per diffondere il suo messaggio. Al Arabiya è di proprietà saudita, e la vox populi dice che tra i protettori dell’ex presidente vi sia proprio la famiglia reale di Riyadh. Sulla testa di Mubarak e della sua famiglia pende, ora, un’indagine giudiziaria sulla possibile, illecita distrazione di fondi pubblici, abuso di potere e guadagni fatti attraverso la corruzione. Il Washington Post ha pubblicato sabato scorso un documento in cui il procuratore generale egiziano Abdel Meguid Mahmoud chiede agli Stati Uniti aiuto per rintracciare la bella somma di 700 miliardi di dollari.
La rivoluzione egiziana, dunque, sta per toccare realmente gli uomini più importanti del regime. Non solo la famiglia Mubarak (girano voci, al Cairo, che Gamal Mubarak sia stato già convocato dalla procura), ma gli uomini più vicini all’ex presidente. Ieri sono stati infatti congelati i beni di due dei pilastri del regime, l’ex storico ministro dell’informazione Safwat el Sherif e l’ex capo di gabinetto Zakaria Azmi. Sono solo le ultime decisioni della magistratura, che nelle scorse settimane ha emesso ordini di arresto, di domiciliari, di divieto di espatrio o di congelamento dei beni per un numero sempre più alto di ex ministri e maggiorenti del regime.
Anche Amr Moussa, segretario generale uscente della Lega Araba e candidato alle presidenziali egiziane, ha chiesto una reale epurazione del regime, facendo sua la forte spinta popolare che chiede la testa dei vecchi dirigenti. Oltre un milione di persone, venerdì scorso, hanno di nuovo riempito piazza Tahrir chiedendo proprio il processo ai Mubarak e agli uomini a loro più vicini. Una resa dei conti che, però, sta incrinando anche il rapporto tra le forze armate e il popolo egiziano. Dopo l’imponente manifestazioni di venerdì, difatti, la polizia militare è intervenuta pesantemente, nella notte, per disperdere i dimostranti che si trovavano ancora a piazza Tahrir. Vi sarebbero stati due morti negli scontri, e soprattutto l’esercito avrebbe arrestato gli ufficiali che avevano partecipato alla manifestazione, addirittura arringando la folla dal palco. Una presenza, questa dei militari in piazza, che segnala le divisioni all’interno delle forze armate tra l’alta gerarchia, la più legata al vecchio regime, e i quadri.

Parte dell'articolo è stato pubblicato sui quotidiani locali del Gruppo Espresso.



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