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Perché anche l'urbanistica spiega la Rivoluzione egiziana. La foto è di Jano Charbel, sotto le regole di Creative Commons

Paola Caridi

Lunedi' 28 Marzo 2011
“Quando gli capita di girare la testa”, e di guardare fuori dal finestrino della sua bella macchina di lusso, Ahmed Ashraf al Mansuri lo fa per “affermare di aver fatto la scelta giusta trasferendosi lontano da quello che ritiene come un mondo retrogrado che rimane un peso per l’Egitto, e che diminuisce e inquina l’immagine del Cairo. Sa di aver di nuovo scelto in quel mondo di far parte del futuro dell’Egitto. In ogni momento, pensa, questa folla si può trasformare in una orda in subbuglio, spinta dall’arringa di chissà quale sheykh manipolatore” di coscienze. Quella folla, è una folla di “contadini stretti in un universo inestricabile di mattoni, rifiuti, casette fai da te e vecchi progetti residenziali del governo”.

Il racconto inventato da Eric Denis descrive, in modo perfetto, che cosa è successo al Cairo a metà dello scorso decennio, quando l’èlite urbana ha abbandonato la megalopoli per rifugiarsi nelle città satellite, chiuse a fortezza e munite di tutto, dalla clinica privata al club, dalla scuola al supermercato. Cairo è rimasta così, nelle mani e nella sofferenza di quella “folla”, di quell’umanità molto dolente arrivata dalla campagna, e sbattuta nelle interminabili periferie degradate così come nei quartieri popolari del Cairo. Il saggio di Eric Denis, “Cairo as Neoliberal Capital? From Walled City to Gated Communities”, è contenuto in un volume di saggi del 2006, Cairo Cosmopolitan, curato da Paul Amar e Diane Singerman, studiosa molto acuta (AUC Press), ed è uno dei pochissimi libri che ho acquistato al Cairo. Non so come spiegare, ma la rivoluzione ha reso tutto così vecchio e datato, che gli unici libri che ho voluto comprare sono stati Cairo Cosmopolitan e il Cairo di Max Rodenbeck.

Pensavo che l’acquisto fosse dovuto alla profondissima nostalgia per la città che ho amato di più. E invece, poi, ho capito che era stato proprio il Cairo, la sua trama, il suo stato di salute, la sua decadenza, a colpirmi di più, in questo piccolo corso di aggiornamento sulla Rivoluzione. Inconsciamente, ho cominciato a fare paragoni con la città in cui ho vissuto, a cavallo dell’11 settembre, in un periodo altrettanto vuoto di turisti (forse ancor più vuoto di turisti) e importante nella sua storia contemporanea. Il risultato è stato un viaggio malinconico in una città – quella del centro e della immediata periferia, quella della profonda urbanità del Cairo – che vive in un tessuto urbano slabbrato, sempre più decadente, sempre più impolverato. Potrei fare un paragone con Napoli e con Palermo, se i paragoni non fossero comunque solo un segnale, un modo per far comprendere ciò che le parole riescono solo parzialmente ad esprimere.

Persino Garden City, persino la “mia” Doqqi, persino Zamalek sono rimaste ferme. Quartieri in apnea, in cui la vecchia eleganza, la storia importante, il contributo decisivo che hanno dato all’urbanità del Cairo sono sempre più nascoste da un’incuria che – senza dubbio – uno dei segni premonitori della Rivoluzione del 25 gennaio. E’ uno sguardo ex post, certo, ma quel lasciare andare la città, quell’uscita delle èlite più legate al regime dal tessuto storico del Cairo, quella frattura tra chi vinceva col regime e chi subiva il regime è evidente negli stessi marciapiedi della città. Esprime, visivamente, la divisione sempre più crescente tra il popolo egiziano e i clientes del regime rinchiusi nei loro compound, nelle loro ville sulla Cairo-Alexandria Road, nelle loro nuove cittadine satellite costruite, guarda caso, proprio dai palazzinari legati ai Mubarak. A Hosni e a suo figlio Gamal.

Fuori dal Cairo, dal Cairo impolverato, inquinato, troppo popolare, troppo mescolato, troppo cocktail sociale. Le èlite si sono trasferite in un mondo ovattato ed elegante, lontano da una società urbana che era, però, specchio costante di quello che stava avvenendo. Della degradazione sociale di un paese. La Rivoluzione è frutto di questo scisma, ed è la rivoluzione di un popolo che si impossessa di nuovo del suo ruolo primario. Fonte del potere democratico, fonte della legittimità, della sovranità. Le èlite hanno visto questa Rivoluzione da lontano, e non l’hanno ancora compresa. Così come molti di loro non sono mai andati ad Ataba, lo Harrod’s all’aperto del Cairo, e vi hanno mandato solo i loro camerieri.

Questa è, com’è comprensibile, sono una descrizione parziale, se si vuole emotiva, delle ragioni della rivoluzione. Ma Cairo è anche questo. Città misteriosa che, però, dice molto anche soltanto a girare per i suoi mercatini rionali, per quel commercio (di prodotti in gran cinesi) che è legame diretto e quotidiano col popolo cairota, oppure a parlare (e tanto, continuamente) con tutte le espressioni della sua società. Dai poveri alla media borghesia, dall’intellighentsjia agli artigiani. Cairo è un brodo di coltura dov’è possibile trovare tutto. È la città per eccellenza. Il regime ha rifiutato il Cairo, troppo contaminato. Ha lasciato tutto per essere da solo, disinfettato, incontaminato. E il Cairo l’ha cacciato.

La foto ritrae un bambino che, invece di andare a scuola, lavora. Non è un bambino fotografato (da Jano Charbel) dopo la Rivoluzione. Questo era il Cairo, e lo è ancora, perché ci vorranno anni perché la città ritrovi una dignità perduta negli anni del regime.


Leggi il Diario del Cairo sul blog di Paola Caridi, invisiblearabs



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