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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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Gli attivisti della Sea Shepherd, impegnati in una campagna serrata contro i cacciatori di balene giapponesi nell’Oceano Antartico, hanno messo in fuga la flotta nipponica e costretto il governo di Tokyo a sospendere la stagione di caccia. Per ora, almeno, o forse per sempre.

Junko Terao

Giovedi' 17 Febbraio 2011

Missione compiuta, Moby Dick per il momento è salva. Gli attivisti della Sea Shepherd, impegnati in una campagna serrata contro i cacciatori di balene giapponesi nell’Oceano Antartico, hanno messo in fuga la flotta nipponica e costretto il governo di Tokyo a sospendere la stagione di caccia. Per ora, almeno, o forse per sempre. Non è da escludere, infatti, che il governo decida tirare gli arpioni in barca e chiudere definitivamente la stagione - che di solito comincia a novembre e dura fino a marzo o aprile - con oltre un mese di anticipo. Sarebbe una vittoria storica per gli ecoattivisti che da anni cercano in tutti i modi d’impedire la mattanza di cetacei perpetrata da Tokyo “per scopi scientifici”, e che da settimane inseguivano con tre imbarcazioni le quattro baleniere partite dalle coste giapponesi alla volta delle gelide acque antartiche, il santuario dei mammiferi giganti. Dal 10 febbraio gli attivisti tampinavano a distanza ravvicinata la Nisshin Maru, la nave ammiraglia della flotta, riuscendo addirittura a bloccare la rampa di poppa da cui i cetacei arpionati vengono issati a bordo. “Sabotaggi continui ed estremamente deplorevoli”, ha commentato il portavoce del primo ministro Naoto Kan. “Metodi aggressivi ma non violenti”, ammette lo stesso capitano Paul Watson, che guida l’operazione “No compromise”, la settima realizzata dall’organizzazione non profit statunitense dal 2002 che negli anni ha messo a punto tecniche sempre più efficaci. Mai prima d’ora, però, era stato raggiunto un risultato simile. “Si tratta di uno stratagemma dei bracconieri o di un compromesso?”. Il capitano è cauto, non vuole cantar vittoria anche se “per noi ogni balena salvata è un successo”. Per ora il governo di Tokyo ha fatto sapere che “la sicurezza della flotta e dell’equipaggio viene prima di tutto”, così le quattro baleniere hanno desistito e l’ammiraglia si sta dirigendo verso il sud dell’America latina. Per la precisione si trova in acque cilene, fa sapere la Sea Shepherd, che ha interrotto l’inseguimento ma continua a monitorare i movimenti della flotta nipponica. Una navigazione che potrebbe comportare ulteriori problemi alla Nisshin Maru, dato che trasportare carne di balena in acque territoriali cilene è illegale. L’episodio di ieri potrebbe segnare una svolta nella politica giapponese in merito alla caccia alle balene. Quel che probabilmente Tokyo sta considerando è se il gioco vale davvero la candela. Dal 1986 il Giappone ha interrotto ufficialmente la caccia a scopo commerciale, ma di fatto le sue baleniere hanno continuato la loro attività sotto il cappello della “ricerca scientifica”. Ogni anno, nell’Oceano Antartico, possono catturare fino a 800 balene, comprese le minke e le balenottere comuni la cui carne viene inscatolata direttamente a bordo delle imbarcazioni, pronta per essere stoccata e venduta. L’International whaling commission, che regola la caccia alle balene, ha proposto al Giappone di portare il numero di esemplari consentiti a 200 nel giro di 10 anni. Se Tokyo accetterà è presto per dirlo, ma il segnale arrivato con la decisione di ieri di sospendere la caccia potrebbe far ben sperare. Non solo: la sezione giapponese di Green Peace aveva già previsto che la stagione, iniziata in dicembre e non in novembre come sempre, quest’anno sarebbe durata meno del solito. Le riserve di carne di balena congelata, infatti, stanno lievitando. A dicembre hanno superato le 5mila tonnellate, quasi un record, oltre 1.400 tonnellate in più rispetto al 2009.

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