Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


OGNI MATTINA A JENIN 20/4/11

ANCHE VIK UTOPIA ARRIGONI 15/4/11

EGITTO, PROCESSI ECCELLENTI 11/4/11

IN MORTE DI UN ATTORE 4/4/11

CAIRO, LA CITTA' RIFIUTATA 28/3/11

EGITTO, LA PRIMA VOLTA 20/3/11

CHI COMANDERA' AL CAIRO? 11/3/11

DALLA STASI ALLO AMN EL DAWLA

LA STORIA NON E' UNA FRITTATA 28/2/11

DA TRIPOLI (BEL SUOL D'AMORE) A SHUHADA STREET 26/2/11

EGITTO, QUANTO SON DURE LE TRANSIZIONI 10/3/11

FRATELLI MUSULMANI, E GIOVANE IKHWAN 9/2/11

LA LEZIONE DELLA 'REPUBBLICA DI TAHRIR' 7/2/11

J'ACCUSE 30/1/11

MAKE-UP DI PALAZZO 29/1/11

LA LEZIONE DELLA 'REPUBBLICA DI TAHRIR' 7/2/11

Perché i ragazzi della rivoluzione egiziana non abbandonano la piazza al centro del Cairo che da due settimane è il centro della protesta contro ilr egime di Mubarak (la foto è di Eduardo Castaldo)

Paola Caridi

Lunedi' 7 Febbraio 2011


Mi sono appena vista una inchiesta (molto bella) che al Jazeera English aveva girato nel 2007 sui blogger, sull’attivismo politico in Egitto dal 2005 in poi, concentrato sul periodo in cui i blogger subirono ondate di arresti. Alaa Abdel Fattah, il più famoso, fu arrestato, stette in galera per 45 giorni, lui, ragazzo di sinistra, laicissimo, assieme ai blogger islamisti. Ascoltò musica sha’bi con loro (lo raccontò sul suo blog, uscito di galera), ed è questa una delle immagini che spiega come mai, a piazza Tahrir, ci siano diverse anime che convivono senza problemi. sandmonkey, l’esempio del blogger maledettamente filooccidentale e liberal, convive con alaa, con arabawy, con monem.

Il filo rosso è richiesta di diritti civili, eguaglianza, responsabilità individuale. Niente di più, niente di meno. L’Occidente deve stare molto attento, a non tenere conto di richieste che sono così simili alle nostre, perché se questa fame di cittadinanza e democrazia, declinata in modo così “fragile eppure così forte” (parafraso le parole di Alaa, stamattina su twitter), non verrà ascoltata e soprattutto accolta, saranno allora tempi veramente duri. E nessuno potrà dire di non aver visto quello che la Repubblica di Tahrir (definizione azzeccata di Roger Cohen sul New York Times) ha insegnato un Occidente disattento, o forse peggio, in malafede.

Di seguito, un articolo che scrissi nel maggio del 2006, pubblicato dall’Espresso. Erano i segnali, grandi, evidenti, così visibili, di quello che sta succedendo adesso. Tra richiesta di cittadinanza, di stato di diritto, di informazione seria e responsabile.



Una fotomanipolazione. E sopra, un titolo: Egyptian Gandhuevara. Il prototipo, cioè, del mito in voga in questi giorni in riva al Nilo. Faccia di Che Guevara, capigliatura genericamente araba, e l’aura nonviolenta di Gandhi. A guardare la fotomanipolazione che campeggia sul web, tutto sembrerebbe semplice. I blogger, i diaristi virtuali a sud del Mediterraneo, pescano a mani basse nel catalogo dei miti occidentali, tra rivoluzione e pacifismo vecchia maniera. Le due righe di spiegazione sotto Gandhuevara, però, sono a dir poco ermetiche. “Il cittadino è come una mosca che continua eternamente a spiaccicarsi sul finestrino posteriore di una macchina in movimento”, scrive Walladshab, il blogger di egyptoz.blogspot.com. E il quadro, a questo punto, si complica. Che Guevara e Gandhi non bastano a spiegare tutto. Bisogna aggiungere a pacifismo e rivoluzione, come condimento necessario, anche la strenua difesa del concetto di cittadinanza e dello Stato di diritto.
Walladshab non è certo il più sperimentale dei diaristi virtuali che riempiono la blogosfera egiziana. E più in generale quella araba. Anzi. Walladshab si colloca in quella fascia media di ragazzini e ragazzi che stanno disegnando un altro mondo (mediorientale e nordafricano) sul web. Sono le èlite urbane della regione, soprattutto, a sfruttare internet per proporre una carta d’identità diversa degli under30 che vivono tra Casablanca e Doha. E a guardar bene, i tratti somatici di questa strana, coinvolgente e sempre più diffusa cultura underground araba sorprendono anche i più restii e prevenuti osservatori.
Prendiamo ancora Egyptian Gandhuevara come esempio. E’ la rappresentazione più semplice ed efficace del sincretismo ideologico e culturale che va per la maggiore, nella blogosfera araba. Dove la politica va a braccetto con le canzonette. E il diario sentimental-amoroso più infantile non disdegna di occuparsi anche di grandi sofferenze planetarie, come fame e Aids in Africa. Basta attuare un semplice zapping da un blogger all’altro (moltissime le donne che parlano attraverso la Rete), e subito appare un frastornante catalogo di quello che affolla le menti dei giovani della riva sud del Mediterraneo. Non solo guerra, non solo Iraq, non solo “vignette danesi”. Non solo Bush e Condoleezza Rice. Che – peraltro - vincono la palma dei più gettonati e dei più odiati, battendo persino i dirigenti israeliani. Piuttosto, parecchio citizens’ journalism, “giornalismo dei cittadini”. O – come si sarebbe detto una ventina d’anni fa in Italia - controinformazione sulla repressione attuata nell’ultimo anno da parte di molti regimi di quella che è stata definita la “primavera araba”. Le foto dei pestaggi si accompagnano alle dettagliate descrizioni delle manifestazioni represse per le strade del Cairo. Soprattutto, però, c’è parecchio attivismo in rete, tanto da ricordare – a tempi ormai mutati – altre dissidenze ben più strutturate, come quelle est-europee degli anni Settanta e Ottanta. I cui protagonisti, stavolta, sono produttori di testi che vivono, spesso anonimi, in gran parte su internet, e che da qualche mese sono anche le prime vittime di censure, oscuramenti e arresti.
Progressivamente, nelle scorse settimane, è aumentato in maniera esponenziale il numero dei banner che i diaristi virtuali egiziani mettono in pagina per chiedere la liberazione dei blogger incarcerati. E proprio l’arresto al Cairo un mese fa del più famoso tra di loro, l’egiziano Alaa al Seif al Islam, 25 anni appena, è stata la cartina di tornasole per comprendere quanto il mondo virtuale egiziano (ma anche panarabo) abbia ormai superato la fase dilettantesca e infantile. E possa ormai competere con altre blogosfere regionali. Il tam tam degli amici di Alaa - famoso perché aveva creato assieme a sua moglie manalaa.net, il più importante database di blog nazionali aggiornato in tempo reale – si è trasformato in meno di 48 ore dall’arresto in una campagna via web che usa i mezzi tipici dell’attivismo in rete derivato anche dalla cultura hacker. Per esempio, cercando di forzare il più importante motore di ricerca, Google, a inserire la campagna Freealaa nei primi risultati di una semplice ricerca impostata con la parola Egypt, Egitto. Il tentativo, difficile, è chiamato Google-bombing, e si combina a una sequela di altre iniziative simili in continua evoluzione. Mentre, dal carcere, Alaa continua a bloggare dando i suoi testi a chi lo va a trovare.
Se la blogosfera egiziana – difficile da quantificare, ma che conta almeno 500 siti - si limitasse alla controinformazione e all’attivismo politico, comunque, ci sarebbe poco di cui parlare. E molto di già detto. È il sincretismo, invece, a essere uno dei tratti interessanti per capire cosa stia bollendo nella pentola (caldissima) delle nuove generazioni. Perché le foto e i diari dei pestaggi si accompagnano a molto, molto altro. Dalla finale coloratissima della Coppa d’Africa, vinta dall’Egitto, alle citazioni, immagini e peana di Ahmed Fou’ad Negm, il più grande poeta popolare del Cairo, grande oppositore di Anwar el Sadat e ritornato da poco di gran moda tra i blogger. Dalla foto del Robert De Niro insanguinato delle scene finali di Taxi Driver, alle procacità di Hayfa Wehbe e Nancy Ajram, stelle brillanti del firmamento dei videoclip arabi. Tutte immagini e commenti che possono tranquillamente convivere, nel post successivo, con la citazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, con la foto del proprio gatto, con le immagini della Formula1 in Bahrein, con l’ultimo concerto di una band underground, con esperimenti grafici di buon livello. Oppure con appelli accorati all’unità dell’Egitto, messa in discussione in questi ultimi mesi da un ritorno di fiamma della frizione tra i musulmani e la minoranza copta. Il tutto, scritto indifferentemente in inglese, arabo, oppure in quel gergo ormai imperante nella regione che mette insieme le due lingue in una lingua terza, l’arabisi, contrazione locale tra arabi e anglisi. In una continua altalena tra lo slang americano, i tipici intercalare dell’arabo colloquiale traslitterati per essere più comprensibili a tutti, sino all’inserimento di testi completamente in arabo.
Perché la lingua scelta dai blogger è, allo stesso tempo, strumento e immagine del sincretismo che va per la maggiore. Lo specchio della crisi. O meglio, la radiografia di come la fascia giovane del mondo arabo – laica e islamista – stia digerendo il post-11 settembre. In origine, la lingua dei blogger non è stata l’arabo. Piuttosto, il francese dei vecchi colonizzatori a Tunisi. E l’inglese di Washington – che foraggia il regime di Mubarak e nutre gli studenti dell’American University del Cairo – in Egitto. A remare contro l’arabo, non solo gli studi dei blogger, spesso ingegneri, informatici, comunque laureati in università straniere. Soprattutto la tastiera e i sistemi presenti in rete per poter aprire e far funzionare un blog. Tutti, rigorosamente, in lingue occidentali. È bastato poco, però, perché anche internet si aprisse a un idioma complesso come l’arabo. Grazie anche a qualche informatico di buona volontà che si è messo ad “arabizzare” le nuove tecnologie, per esempio attraverso Arabeyes e EGLUG. “La gran parte della gente, su internet, non ha vissuto il periodo coloniale”, spiega Ahmed Gharbeya, il blogger di zamakan.gharbeia.com (in arabo). “Ma sono comunque cresciuti imparando che l’arabo è una lingua non moderna e che né il mondo moderno né scienza e tecnologia riusciranno a modificare”.
C’è chi dice, però, che a usare l’inglese continuano a essere i più laici e americanizzati. O, anche, quelli che in arabo non riescono più a scrivere perché i loro genitori li hanno mandati, al Cairo piuttosto che ad Amman o nel Golfo, in scuole internazionali (statunitensi o britanniche) dove l’arabo è un optional. E lo studente, alla fine, lo sa a mala pena parlare. Ma certo non scrivere. L’equazione inglese=laico, però, funziona fino a un certo punto. Perché la blogosfera mediorientale e nordafricana ha molte più facce di quella, dicotomica, o secolarizzato o islamista. E’ piuttosto una riserva culturale inquieta, che odia essere irreggimentata e pretende, semmai, una libertà di espressione – laica e islamista – che considera negata da tutti. Dai regimi in cui sono nati e che ormai non sopportano più. E da un Occidente molto attento alla realpolitik. E poco alle idee.


Segui gli avvenimenti del Cairo sul blog di Paola Caridi, invisiblearabs)



Powered by Amisnet.org