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Nella foto, un minuto di silenzio per Khaled Said. Non è una foto di questi giorni. E del giugno 2010, dall'album di Ramy Raoof su Flickr

Paola Caridi

Domenica 30 Gennaio 2011


Mi verrebbe da riprendere la parola che da anni gira per le strade del Cairo. Kifaya. Basta. Ne ho abbastanza. Sono giorni che leggo la stampa italiana sull’Egitto, e giorni che m’imbatto in articoli catastrofisti. Di quelli: se cade Mubarak sono guai per noi. O meglio, per l’Occidente. O meglio, per quell’ambiente artificiale che avevamo creato: una specie di resort, di albergo a cinque stelle politico, in cui gli altri sono solo i camerieri che ci devono servire cocktail a bordo piscina. Senza nome, senza faccia. Invisibili. Ops, ma i camerieri si sono ribellati! Quel dommage. Ma come… Ops, sono esseri pensanti, e magari hanno anche pensieri politici. Parlano di libertà, democrazia, dignità. Ops, ma allora non hanno solo fame perché lì, in quegli alberghi a cinque stelle gli danno uno stipendio da fame. E allora, ora, che succede?

Ho letto che Hosni Mubarak è un moderato. Anzi, è il campione dei moderati. Ho letto che Omar Suleiman ci ha salvato dai Fratelli Musulmani. Ho letto che l’”intifada di Baradei” è “nemica dell’Occidente”. Che “ora il rischio è un secondo Iran”. Addirittura che se cade il rais è “l’inferno terrorista”. Ops, non me n’ero accorta. E’ strano, però. Perché è da dieci anni che frequento l’Egitto. Ho vissuto per anni al Cairo, ho amici egiziani, ci torno perché sono una giornalista, un’analista, ci ho anche scritto un libro sopra, e poi una parte del mio cuore è lì. Eppure non mi sono mai accorta che Hosni Mubarak fosse un moderato. Né mi sono mai accorta che la concezione sunnita della politica sia simile a quella sciita. Non mi consta che ci sia un clero così solido come quello sciita, che dunque può governare l’Iran. Mi consta, invece, che nel sunnismo non ci sia gerarchia, e che già solo per questo il paragone con l’Iran e la rivoluzione khomeinista sia totalmente improprio. Se mai ci può essere un paragone, quello sì, è tra Hosni Mubarak e lo scià Reza Pahlavi, entrambi sostenuti e foraggiati dall’Occidente in generale, e dagli Stati UNiti in particolare…

Ah, non mi sono neanche accorta che l’opposizione a Mubarak fosse fatta da terroristi. Che strano… Eppure io gli oppositori li ho incontrati. Mi pregio di essere amica di Alaa al Aswani. Ho incontrato intellettuali egiziani che vivono all’estero, intellettuali egiziani che si sono subiti censura e attacchi in Egitto. Ho incontrato giovani (blogger o meno) laici, islamisti, di sinistra, senza colore politico, musulmani e copti. Ragazzi e ragazze. Ho amici nella media borghesia, tra i professionisti, tra i figli dell’èlite (dell’èlite, sì…), tutti contro il regime. Conosco figli del popolo, artigiani, poveri, pieni di dignità e rispetto per gli altri. Non mi davano idea di essere dei terroristi, eppure – chissà perché – erano tutti contro Mubarak anni fa, e lo sono ancora di più adesso. Volevano e vogliono da tempo, inascoltati, trasparenti, invisibili, poche cose: pane e rose, futuro, dignità, libertà di espressione, libertà di voto, democrazia. Libertà dalla paura, soprattutto. Ah, già. La paura, il controllo della polizia, il controllo dei servizi di sicurezza. Onnipresenti. Presenti nel controllare i telefoni (molto probabilmente anche il mio), nel sapere tutto di tutti, nel costruire una rete di informatori infinita, pagata qualche soldo. Il sistema, per chi non lo sapesse, è stato creato da Omar Suleiman, ora vicepresidente. Lo stesso Suleiman che oggi, per esempio, Amnesty International accusa delle extraordinary rendition.

Vogliamo parlare di tortura, abusi, maltrattamenti, morti per pestaggi e torture nel paese campione del moderatismo arabo? Vogliamo parlare dei ragazzi prelevati e portati chissà dove, delle torture subite nelle stazioni di polizia (è chiaro, adesso, perché le hanno bruciate)? Spero che a nessuno dei soloni che sproloquino senza aver mai visto l’Egitto vero, tocchi l’esperienza di essere arrestato e portato in una stazione di polizia egiziana. Ci sono racconti non proprio edificanti, del moderatismo del regime di Hosni Mubarak. Li hanno scritti e pubblicati, da anni, tutte le associazioni per la difesa dei diritti umani, dentro l’Egitto così come a Londra e a New York. Non potevamo dire, insomma, che non sapevamo quello che stesse succedendo dentro il paese guidato dal campione del moderatismo. E se abbiamo voltato la faccia dall’altra parte, guardando il mare di Sharm invece di guardare la faccia dei camerieri, è solo ed esclusivamente colpa nostra.

E poi, ancora una volta, lo spauracchio dell’islam politico. Se cade il rais Mubarak, arrivano i Fratelli Musulmani. Alias, il ‘terrorismo’. Vorrei sapere se qualcuno dei soloni ha mai incontrato un ‘fratello musulmano’. Non solo i leader, non solo i capi. Se ha incontrato l’elettricista dei fratelli musulmani, il giornalista, il padre di famiglia. Vorrei sapere se sa la differenza tra salafiti, riformatori, jihadisti, e via elencando. Se sa qualcosa della galassia islamista, se fa qualche differenza tra Abdel Moneim Abul Futouh o Essam el Aryan, e quelli che sparavano ai turisti a Luxor e al Museo Egizio nel 1997. Chissà se questi nomi sono familiari, a chi discetta d’Egitto. Chissà se i soloni si erano posti gli stessi problemi quando il regime aveva truccato le elezioni del novembre scorso, dando il vero via libera al popolo per ribellarsi contro l’autocrazia. Chissà se i soloni era lì, a guardare le elezioni politiche del 2005, quando i Fratelli Musulmani egiziani avevano partecipato come indipendenti, ma con un numero tale di candidati da non poter mai superare la metà dell’Assemblea del Popolo: un messaggio mandato all’occidente, per non far paura all’Occidente, e chiedere un ingresso morbido nella vita politica. Dopo gli 88 seggi conquistati al primo turno, il regime impedì alla gente di andare a votare al secondo e al terzo. Chissà se i soloni hanno queste foto conservate (scattate dai blogger) dei cittadini egiziani che tentano di entrare nei seggi con le scale, dalle finestre, per poter esercitare il proprio diritto di voto.

E chissà quanto conoscono dell’opposizione egiziana, che tutto d’un tratto, cinque anni fa, si riunì tra sinistra e islamisti, liberal e barbuti. Superando differenze in nome della richiesta di democrazia. Vorrei fosse ancora vivo Mohammed El Sayyed Said, portato via troppo presto da un cancro, uomo mite, tra i fondatori di Kifaya, il cartello delle opposizioni. Vorrei che parlasse, ora, e dicesse veramente ai soloni come stanno le cose. Vorrei che fosse vivo il giovane Khaled Said, ammazzato di botte dalla polizia ad Alessandria, attorno al cui nome i ragazzi egiziani si sono riuniti allora, al momento della sua morte, e in questi giorni rivoluzionari. Vorrei che i lettori italiani ascoltassero il vero Egitto, e non quello che viene spiegato in molti commenti. Vorrei che sentissero le richieste normali, e pronunciate in un perfetto inglese, dei ragazzi della strada egiziana, di quella araba. Ragazzi che non hanno nulla a che fare con le squadracce di agenti in borghese, i famigerati beltagi, che hanno picchiato selvaggiamente chi era in piazza (ehi, basta guardarsi Al Jazeera, per guardare le loro facce e le loro spranghe di ferro) e ora, da due giorni, saccheggiano e vandalizzano il Cairo, dopo che gli è stata data mano libera dal regime.

Accuso chi sta descrivendo un Egitto diverso da quello reale. Chi sta parlando di un incubo che, semmai ci dovesse essere, sarà solo colpa della nostra insipienza. Accuso chi continua a sostenere gli autocrati senza chiedere a se stesso, prima che agli altri, perché un milione e mezzo di persone normali, quasi sempre senza affiliazione politica, hanno sfidato la paura e chiesto democrazia. Accuso chi si è dimenticato, negli scorsi anni, di parlare della corruzione dilagante in Egitto, e di quei tycoon che hanno dilapidato un paese e i soldi che noi, italiani, noi europei, e gli americani hanno versato nelle casse del regime di Hosni Mubarak. Accusa chi non ha detto niente di un paese reso sempre più povero, disperato. Un paese che chiedeva dignità e rispetto.

Uno degli ultimi tweet che ho visto, questa mattina, è di Samih Toukan, un imprenditore. Questo è il testo

Arab people are not extremist nor terrorists.Our time has come.

We deserve democracy and to live with freedom and dignity #jan25 #egypt

Parliamo di essere umani, non di subumani o schiavi. Pensateci, quando scrivete. Guardate le loro lacrime, leggete le loro facce, fatevi raccontare la loro vita. E per favore, per amore di verità, se non sapete, se non conoscete l’Egitto, scrivete d’altro. La Storia si scrive in altro modo, e la stanno scrivendo i ragazzi del Cairo.

Segui gli aggiornamenti e le analisi sulla rivoluzione egiziana sul blogo di Paola Caridi, invisiblearabs



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