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Non geisha, "artista", ma semplice esort: la versione attuale dell’intrattenitrice ha molto poco a che vedere con l’arte, ma riesce ugualmente a far sognare le ragazze giapponesi.

Junko Terao

Sabato 22 Maggio 2010


Se il mito della geisha, letteralmente “artista”, più precisamente performer raffinata e impeccabile, capace di mandare in estasi il cliente con un semplice (ma solo apparentemente) movimento della mano con cui fa volteggiare il ventaglio mentre danza, abile conversatrice e servitrice devota, ha ispirato l’arte e la letteratura per più di due secoli, dal 1600 a fine ‘800, la versione attuale dell’intrattenitrice ha molto poco a che vedere con l’arte, ma riesce ugualmente a far sognare. Belle, giovani, ricche e di successo, le kyabajo, letteralmente “ragazze da cabaret club” o, più semplicemente, “hostess”, sono le nuove eroine delle adolescenti del Sol levante. Almeno a giudicare da un sondaggio che annovera la professione nella top ten delle aspirazioni delle liceali. E non solo perché quello della hostess è visto come un lavoro facile, ben pagato e pure divertente, ma anche perché alcune di loro, poche, pochissime, sono riuscite a sfondare, a uscire dall’anonimato e a diventare delle star tv. Non più, quindi, semplici animatrici del mondo fumoso e volgare dei quartieri a luci rosse, versione sexless delle prostitute (ma fuori dal club ognuna fa quel che crede, e per molte prendersi cura del cliente significa darsi “anima e corpo”), accompagnatrici di bevute attente a riempire in continuazione i bicchieri dei clienti su cui prendono una percentuale, ma sempre più icone glamour, modelli da imitare per le giovanissime e incarnazione dei loro sogni di adolescenti. La riabilitazione delle hostess è passata attraverso le soap opera, i manga e gli anime che ne hanno fatto delle protagoniste, ma è legata soprattutto all’idea del guadagno facile. Una kyabajo di successo, tra stipendio base, straordinari, mance e regali, può arrivare a guadagnare l’equivalente di 10mila euro al mese. Il vero business non si fa con gli avventori occasionali del locale, certo, ma coi clienti affezionati, quelli che giocano a fare gli innamorati e che dopo un po’ cominciano a crederci davvero, pronti a sborsare cifre esorbitanti per la propria “fidanzata a pagamento” da portare a cena, a passeggio e in vacanza. Sembra poi che con la crisi e la disoccupazione che ha colpito in particolare le donne con lavoro precario, il numero delle ragazze che cercano lavoro negli hostess club sia aumentato. Quanto poco scintillante e divertente sia quel mondo, l’ha raccontato recentemente in varie interviste all stampa Yu Negoro, ex hostess, che insieme a un’altra intrattenitrice pentita ha organizzato il primo sindacato delle kyabajo. Negoro fa parte di un gruppo che un paio di anni fa ha fondato il sindacato dei freeter, i precari, sempre più numerosi. Un paio di anni fa, quando la rete era poco più che abbozzata, era venuta in Italia per parlare con gli organizzatori del May Day a Milano e “imparare come si fa”. Dal fallimento della stagione calda degli anni ’70, lo spirito della contestazione in Giappone è uscito annichilito e oggi le nuove generazioni si muovono un po’ a tentoni, cercando di recuperare l’abc della protesta che i loro genitori hanno cancellato. Per farlo, però, oggi hanno uno strumento in più, ci spiegava Negoro, il web. Della rete fa parte anche il Japan cabaret club union, qualche decina di iscritte per ora. Lo scopo è aiutare le hostess, prive di qualsiasi diritto e potere di contrattazione nei confronti del club a cui fanno guadagnare decine di migliaia di euro al mese, a ottenere almeno migliori condizioni di lavoro. Un paio di mesi fa una cinquantina di kyabajo in divisa dal lavoro – tacchi a spillo e abito da sera – ha manifestato per le strade di Kabuki-cho, il quartiere a luci rosse di Tokyo, urlando slogan contro gli abusi e lo sfruttamento. “Molte ragazze ci chiamano per denunciare casi di violenza e . I gestori dei club spesso tagliano gli stipendi o trattengono le mance a loro piacimento e le ragazze non possono farci niente, non ci sono diritti a cui possono appellarsi, le regole le dettano i datori di lavoro che le cambiano come e quando pare a loro”, spiega Negoro. Lo scopo del sindacato è ottenere il riconoscimento dell’hostessing come una vera professione, in modo da tutelare chi la esercita. “È un lavoro molto duro, vogliamo che adolescenti che sognano di diventare hostess lo sappiano. Finché non lo fai non ti rendi conto di cosa significhi, gli orari di lavoro si dilatano nel tempo libero perché bisogna intrattenere la relazione con il cliente anche fuori dal club, mandare e-mail, sms, chiamarli e coccolarli. E spesso è fatto anche di violenza verbale e fisica”.

Uscito sul numero del 22 maggio di Alias, settimanale culturale de il manifesto



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