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VIVERE E' DIVENTATO PIU'ALLEGRO! LE RUSSIE DI CA'FOSCARI

Memoria, mistificazione, immaginario: è tra queste coordinate che si muove la mostra "Russie!" in corso a Venezia che, raccogliendo il meglio delle collezioni Morgante e Sandretti, attraversa l'arte russa del Novecento fino alle nuove tendenze di un contemporaneo in cui ironia e nostalgia fanno tuttuno

Attilio Scarpellini

Sabato 8 Maggio 2010
Tra le molte immagini che si incontrano sfogliando il catalogo della Mostra Russie! Memoria, mistificazione, immaginario che si sta svolgendo a Cà Foscari ce n’è una che sorprende per il suo essere insieme imponente e beffarda: un’ enorme figura bronzea di color grigio scuro viene issata nel cielo legata a un cavo di acciaio. Dietro di essa, si intravedono le guglie di una chiesa. L’uomo raffigurato dalla statua è un oratore: mentre gli argani lo sollevano, il suo braccio destro continua a tendersi verso un orizzonte imprecisato – laggiù nello spazio o nel tempo - mentre con l’altra mano si tiene il bavero del cappotto. Ha la fronte alta, stempiata, le sopracciglia aggrottate, gli occhi stretti e penetranti, i baffi e la barba radi. Sulla sua testa calva, è vero, una macchia chiara testimonia quanto la natura in genere, e gli uccelli in particolare, abbiano poco rispetto per i simulacri della Storia. Ma quel che colpisce di più nel suo ascendere nel cielo di chissà quale località – sicuramente tra la Russia e l’Europa dell’Est – sono le sue gambe tronche all’altezza delle ginocchia. Sradicata dal suo piedistallo, la statua di Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin, vola perché le statue non hanno mai imparato a camminare. E’ una fotografia scattata da un reporter della France Presse nel 1991, l’anno della dissoluzione dell’Urss, e assieme ad altre immagini di colossi abbattuti, illustra un bel saggio di Victor Stoichita su Idoli e Crolli che affronta l’iconografia politica nei paesi dell’ex Europa dell’est attraverso il concetto antropologico di punizione simbolica e di executio in effigie. Ma al di là del suo impatto simbolico, il Lenin volante fotografato da Wojtek Druszcz richiama immediatamente la scena del film di Wolfgang Becker Goodbye Lenin! (2003) dove una donna costretta a letto da un infarto vede passare dalla sua finestra una statua di Lenin trasportata in elicottero nel cielo di Berlino (una scena che, per inciso, è una vistosa citazione dell’inizio della Dolce Vita di Fellini, dove a essere trasportata per il cielo di una Roma in piena ricostruzione edilizia è una statua di Cristo). Christiane, la protagonista del film di Becker è una fervente militante comunista della Germania Orientale a cui, fino a quel momento, è stato, in modo rocambolesco, evitato l’urto con la verità: è il 1989 e il Muro di Berlino è stato abbattuto - e non perché, come viene fatto credere alla pia donna, i tedeschi occidentali si sono convertiti in massa al socialismo reale. Accogliendo e ricapitolando un secolo di arti russe, sovietiche e post-sovietiche, la mostra veneziana curata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini ha la stessa ironia sospesa (e teneramente ambigua) di Goodbye Lenin!. Quello che manca è lo smarrito stupore della signora. O meglio, anche quello stupore da sogno infranto, da speranza tradita costretta a seguire la linea del crollo, ha perduto la propria innocenza: è diventato passato, storia e, a sua volta, immaginario. Guardando alcune delle opere dell’ultimo periodo dell’arte contemporanea russa può sorprendere vedere temi e motivi iconici del passato sovietico – soldati, giovani ginnaste, locomotive con la stella rossa, vecchie icone della propaganda - riemergere in una versione che non si sa bene se sia parodistica o nostalgica, deformata o enfatizzata, ma che quasi sempre è suggestiva, e anche un po’ suggestionata. Ma in fondo, questo citazionismo dove l’ironia attenua e controbilancia il fascino indiscreto dell’anacronismo, oltre a essere molto postmoderni stico, non è poi così inedito - i lettori di romanzi, ad esempio, lo conoscono già attraverso le opere di Viktor Pelevin. Anche l’arte contemporanea dei nuovi russi, insomma, riflette l’ambigua identità della Russia di Vladimir Putin, costantemente alla ricerca di una sintesi di tutti i suoi passati nel presente di un potere mai del tutto nuovo, diviso tra ex agenti del kgb e oligarchi di un capitalismo disinvolto. Da decifrare, allora, resta solo il senso di quei bagliori. Ci sono veramente molte “Russie” nella mostra di Venezia, forse anche più delle tre che Vittorio Strada riassume nel suo saggio pubblicato sul catalogo: quella imperiale eurasiatica e zarista, quella socialista e sovietica (in cui il nome Russia non compariva neanche più), e quella attuale. Ma forse c’è un filo leggendario, immemoriale che, almeno agli occhi di un europeo, le unisce sotto i cangianti colori di un’utopia in forma di fiaba. Anche nella propaganda – ampiamente rappresentata all’esposizione di Cà Foscari – c’è qualcosa non solo di retorico, di tonitruante, ma di incantato. Basta guardare un gruppo di acquarelli appartenenti alla serie Metropolitana di Mosca dipinti negli anni ’50 da Nicolaj Iustinovic Lapsin: bambine leziosamente vestite in tenui tinte pastello, i capelli raccolti nella tradizionale treccia a coroncina, affiancano contadine che sono un inno alla compostezza e al decoro; la folla moscovita che gremisce le sale affrescate della metropolitana – quella di Mosca è notoriamente una delle più sfarzose al mondo – sembra in visita a una chiesa; lo stesso ordine, lo stesso rispettoso silenzio. E del resto, viste distrattamente o da lontano, le allegorie e i trionfi socialisti sotto i quali questo piccolo mondo ostentatamente borghese si assiepa con aria rapita potrebbero essere tranquillamente scambiati per opere di arte religiosa. Pochi altri stili pittorici producono effetti più irreali del cosiddetto realismo socialista: in un quadro di Vassilj Efanov intitolato Indimenticabile incontro – la data è 1936-37, l’epoca dei famigerati processi di Mosca – uno Stalin bonario e galante, immerso nella sua classica divisa grigio scura, stringe calorosamente la mano a un’ignota compagna, emozionata e accollatissima nel suo tailleur, anch’esso grigio ma più luminoso. Tra gli applausi del politburo, la scena è dipinta in un tale tripudio di fiori che tutto sembra svolgersi in un mondo di morti. Eppure, la frase chiave dell’epoca è quella che Stalin stesso rivolge a un gruppo di stachanovisti nel 1935: “vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro” (che è anche il titolo della sezione della mostra che raccoglie i manifesti della collezione Sandretto). Al colmo di questa gioia, anche la capacità di vedere si acceca e il capo divinizzato non è più visibile: ritirato (come diceva Mauro Martini nel suo primo, folgorante libro) dietro l’iconostasi delle Mura del Cremlino, può essere solo raccontato. Come in un olio di Robert Sturua del 1950 intitolato “Ha visto Stalin”, dove una contadina estasiata racconta ai membri del suo villaggio un incontro che non può essere definito altro che mistico. Ora, sorridere è facile – mentre negli anni trenta, c’era ben poco da ridere sulla luttuosa allegria prescritta dal padre dei popoli ai suoi soggetti. Non è detto per altro che, nell’era della leadership carismatica applicata alla democrazia, il culto della personalità sia stato completamente archiviato. E poco importa se i potenti di oggi hanno un’immagine pop. Anche alcune affiches della propaganda staliniana esposte a Cà Foscari, viste con i nostri occhi, prendono un aspetto irresistibilmente pop.



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