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Il prelibato tonno pinna blu rischia l'estinzione e tra breve pescarlo sarà proibito. A temere il bando non solo i giapponesi, che ne consumano in enormi quantità. Ma anche paesi come le Filippine, che sul commercio del tonno basano buona parte della loro economia. Foto: Photo by Robert Gilhooly - japanphotojournalist.com

Junko Terao

Giovedi' 25 Febbraio 2010

Al mercato Tsukiji di Tokyo, uno dei più grandi al mondo, tappa fissa per i turisti in visita nella capitale nipponica, già tremano. Il probabile bando di una delle specie più prelibate di tonno, il pinna blu dell’Atlantico, che nei sushi bar dell’arcipelago viene consumato in grandi quantità, rischia di far aumentare i prezzi a dismisura, con conseguenze notevoli sulle abitudini alimentari dei giapponesi e non solo, visto che sushi e sashimi hanno conquistato negli ultimi anni anche i buongustai di casa nostra. Se alla carne di balena, in fondo non così diffusa tra i giapponesi, si può rinunciare, così non è per il tonno. Il Giappone, il principale consumatore del prelibato pesce, importa l’80% del pinna blu pescato nell’Atlantico, che costituisce la metà delle 47mila tonnellate consumate in un anno nel paese del sol levante. L’altra metà arriva dal Pacifico, dove dal 1 gennaio è scattato il divieto di pesca di varie specie fino al 2012. Il motivo è legato a una realtà ineccepibile, impugnata dagli ambientalisti che chiedono alle autorità competenti di correre ai ripari: il pinna blu rischia seriamente l’estinzione. Surriscaldamento globale e aumento vertiginoso del consumo mondiale minacciano la specie, che negli ultimi 50 anni è diminuita del 75% in numero di esemplari, con una caduta vertiginosa nell’ultimo decennio. Il Principato di Monaco ha fatto sua la campagna, proponendo ai 175 paesi del Cites, la convenzione sul commercio internazionale delle specie in via di estinzione, che a marzo si riuniranno a Doha, Qatar, di approvare il bando sulle esportazioni. Il che comporterebbe una drastica riduzione della pesca, concessa solo per il consumo domestico dei paesi aderenti. Un’eventualità su cui il Giappone promette battaglia, e con lui anche i paesi che esportano verso l’arcipelago nipponico, Italia inclusa. Insieme alla Francia – che proporrà di ritardare il bando di 18 mesi - e alla Spagna, il nostro paese pesca e fornisce la metà del pinna blu in commercio, che finisce quasi tutto in Giappone. Vada per le quote, che già esistono e limitano ogni anno la quantità di tonno da pescare nell’Atlantico, ma il divieto delle esportazioni proprio no. Ma il problema, sottolineano i promotori del bando, è che il sistema non funziona perché le quote non vengono rispettate. Il timore, oltre che per il mercato e per i consumatori dal palato fine, è per l’occupazione e l’economia di paesi che dipendono in buona parte dalla pesca e dalla conservazione del tonno. Come le Filippine, dove il bando di pesca in due terzi del Pacifico scattato all’inizio dell’anno rischia di provocare danni gravissimi. General Santos, porto di 500mila abitanti nell’isola di Mindanao, nel sud dell’arcipelago, sul tonno ha costruito la sua fortuna. La “capitale asiatica del tonno”, come viene chiamata, deve più del 50% della sua economia proprio all’esportazione del pesce. Dal più pregiato - pinna gialla e pinna blu – al più comune skipjack, il tonno di General Santos parte ogni giorno dal porto industriale e finisce nei mercati di tutto il mondo, quelli statunitense e giapponese in primis. L’industria del tonno ha cominciato a svilupparsi a metà degli anni ’70. Prima di allora la quantità di pescato era tale che, non essendoci acquirenti né impianti di refrigerazione, il tonno in eccesso veniva buttato, seppellito sotto la sabbia del litorale. Un pozzo di San Patrizio che ha cominciato a fruttare miliardi quando i giapponesi lo scoprirono, negli anni ’70 appunto. Oggi la filiera del pesce più richiesto al mondo costituisce il 4% del prodotto nazionale lordo, un giro d’affari pari a oltre un miliardo di dollari all’anno che dà lavoro a più di un milione di filippini. Ora, però, 150mila lavoratori rischiano di rimanere a casa, e si prevede che 750mila persone saranno indirettamente toccate dalle conseguenze del bando.

Uscito anche su il messaggero



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