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UN RISORGIMENTO FOLLE E FURENTE 10/02/10

Eccezionalmente insieme, Daniele Timpano e Gaetano Ventriglia portano in scena il testo di Marco Andreoli e dello stesso Timpano celebrando l'unità di Italia a modo loro: come il corpo cucito male di un Frankestein collettivo, icona mummificata e superficiale scagliata contro tutte le retoriche che ammantano - oggi più che mai - una rivoluzione incompiuta e un'identità mai del tutto chiarita.

Simone Nebbia

Mercoledi' 10 Febbraio 2010
Due uomini, forse. Ma forse due colonne doriche con il marmo all’abside, erette a reggere un concetto vecchio e pure urgente: l’idea di una patria Italia infetta nella sua gestazione, e quindi nata e cresciuta in direzione asimmetrica. Poteva forse diventare diversa da com’è, storta già alle fondamenta? Ma forse due monumenti, invece, due statue in memoria dei caduti per le guerre d’unità che hanno afflitto il territorio che ora chiamiamo il nostro paese. Forse. Ma perché no due pali della luce, allora: due steli dritti in piedi, con il lampione sul capo, perché ce n’è da far luce sulla storia contemporanea. Quel che è certo è che questo è l’inizio, a volto coperto, di uno spettacolo nato dalla penna di Daniele Timpano e Marco Andreoli, in scena per lo stesso Timpano e Gaetano Ventriglia: questo folle, furente Risorgimento Pop.
Della nostra Italia c’è un corpo, ed è questo il dato più efficace: c’è corpo per una entità che quasi non esiste, per qualcosa che abbiamo spiaccicato in fondo ai nostri sentimenti collettivi, nell’epoca invece dell’imperante individualità, è un corpo, dicono, ricucito male come quello di Frankenstein, un corpo zombie che ci vendiamo per vivo ed è morto da tempo, imbalsamato come il cadavere di Mazzini, che di questa Italia è padre e, in fondo, uno degli ultimi che ne sapessero, di questo, il significato. E allora eccola, questa Italia distesa come quei corpi crivellati dai colpi, morti al primo e che saltano a ogni sparo ancora a colpirli, con gli occhi già chiusi a un trapasso violento, che resta a terra esangue nel corpo, esanime nello spirito.
Questo il tema di uno spettacolo cui tremano le mani, forse per la materia che si tenta di rendere viva e urgente, ma che invece impatta l’indifferenza di un mondialismo fondato sulla fuga piuttosto che sull’integrazione; allora forse è chiaro quel che ne accade: il richiamo a una materia non urgente e quasi sconosciuta rifrange contro chi la offre, con il rischio di un colpo mortale. Ma il rischio vale il gioco, e allora andiamo avanti. Cosa si vede attraverso questo spettacolo? Si vede la storia e il nulla complessivo della sua verità, si vede la potenza della verità resa icona che diventa il suo contrario, la storia iconizzata in senso pop, ossia prendendone il peggio, soltanto la superficie e, credendo che basti, lasciarne l’intimità al ludibrio infame di brutali e pericolosi revisionismi; attraverso c’è, segreto, l’appello alla coscienza che passa per un disegno grottesco e falsamente banalizzato, per proprio ribaltarne il senso ultimo.
La resa scenica ha però un paio di nodi da affrontare: una drammaturgia che sconta una confusione degli obiettivi, salvandosi proprio perché si tratta di un plurale: c’è confusione perché tante sono le direzioni e le cose da far saltare in aria, inoltre proprio la confusione diventa elemento drammaturgico di impatto, grazie anche alla penna di Timpano cui spetta di farsi ridurre invece dal puntiglio di scrittore che appartiene a Marco Andreoli. L’altro problema è il rodaggio di uno spettacolo che si aspettava già fluido, mentre appare ancora leggermente macchinoso per essere colto pienamente, affidandosi troppo ancora alla verve attoriale dei due straordinari interpreti, davvero in forma eccellente. Qualcuno si chiedeva come potessero due performer di questa portata dividersi un palcoscenico, e hanno dimostrato quanto invece sia possibile: Daniele Timpano attira su di sé il fulcro connettivo ma ben sapendo di romperlo di continuo, su sé stesso, creando un effetto vertiginoso davvero efficace; mentre di Ventriglia ci si chiedeva cosa potesse fuori dal suo teatro, salvo rendersi conto poi che non è lui fuori dal suo teatro, è il teatro di altri indossato da Gaetano Ventriglia, dimostrando ancora, se ce ne fosse bisogno, la qualità pura e profonda del suo talento.
Dunque uno spettacolo importante, che non sembra affatto pericoloso come qualcuno ha detto, per come vede questo paese: hanno ragione Timpano/Andreoli a dire di una deriva che è prima nelle nostre coscienze, che conosciamo a memoria l’inno di Mameli, per dire, ma non sapremmo indicare che significa “stringiam’ci a coorte”…e allora che se ne parli, che si mettano di nuovo l’uno di fronte all’altro Mazzini e Garibaldi, a guardarsi senza fare un passo, come due rette parallele: uomini di convinzione loro, padri entrambi di questa Italia presa in adozione che, come da copione, non si incontrano mai.

Visto al Teatro Palladium di Roma



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