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L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

IL SIBILANTE CONFORMISMO DI EMMA DANTE 16/01/10

L'ultimo spettacolo della regista-drammaturga siciliana visto al Valle in occasione della rassegna a lei dedicata. A dispetto dell'incanto che vorrebbe suscitare, delude per un ammiccamento emotivo che non va in profondità ma, al contrario, dietro l'estetizzazione della "sicilitudine", nasconde un impianto ideologico reazionario

Simone Nebbia

Sabato 16 Gennaio 2010
Carillon. Una ballerina roteante sulla sua pedana coinvolge lo sguardo, annienta gli occhi e li conduce a seguire il suo volteggio nelle vite degli altri, mentre la sua è costretta la sua a finire in una circonferenza concentrica. Il suo tutto è il nulla di un giro nel vuoto. Le Pulle, le puttane di Emma Dante, hanno una pedana di asfalto sotto i loro piedi, si scaldano di poche parole sgraziate, parole di uomini che ne annientano la possibilità di staccarsi da quella terra ingrata. Questo il tema, ma apparente è invece l’incanto: Emma Dante costruisce uno spettacolo denso e, a suo dire, onirico, ma non stimola che la parte superficiale dell’emozionalità, lasciando il vuoto rimanere tale.
La ridondanza è il nodo di questo spettacolo. Emma Dante è un’autrice che danza su una base di certezza come la sua ballerina, non pone discussioni ma stimola il già detto, il convenzionalismo che ne governa l’arte risiede nell’induzione asfittica di un incanto che non incanta. Il problema è nella stimolazione del patetico: la Dante commuove ma non muove, lo scarto d’anima è in superficie, il movimento varca i confini della giustificata comune pietà, restando però in una apparenza acritica che affianca un dolore, non lo scioglie in sé. L’impressione è che ci sia una mala retorica inficiante, arretrata, un sibilante conformismo travestito da illusoria ribellione: è il suo un lavoro che si muove dal patetico, ma tende a coglierne solo lo strato fuori dall’acqua senza mai scendere nelle profondità, lasciando sì un certo grado di “opportuna” intesa, ma al prezzo di far regredire l’analisi e di allontanare l’esperienza di verità che se ne potrebbe fare. Il risultato è uno spettacolo verista, ossia la riproposizione continuata e fedele della realtà manifesta - ma in un’epoca in cui il surreale ha dimostrato ben altra aderenza alla realtà profonda.
La parte più riuscita de Le Pulle è determinata dall’uso dei contrari, ossia dell’unico elemento che propone un sentimento in contrasto e quindi una discutibilità, una escrescenza da appianare: il tema dell’ibrido uomo-donna, affrontato con una certa efficacia, soprattutto nello scambio fra attori e personaggi dei ruoli maschili-femminili, come nei costumi in occasione del matrimonio agognato. Così, anche le fate che assistono queste pulle hanno una meccanicità che è specchio della loro condizione, mentre nelle pulle un certo prodigio sotterraneo alle stesse fate avvicina. Quel che mi sembra un errore semantico - un “fallo” per precisione - è l’uso del pene: l’elemento è sotto la biancheria delle fate, rammenta la brutalità del maschio che ne governa i destini, ma proprio le fate che ne dovrebbero correggere, liberare l’uso, se ne servono come di una bacchetta magica. Altro momento invece calzante è il finale, cui torna indosso la meraviglia di cui l’intero spettacolo vorrebbe ammantarsi.
In ultimo: Le Pulle ha un impatto anche interessante, diverso il suo impianto teorico che è ideologicamente pericoloso e reazionario. Il suo mondo arcaico, la “sicilitudine” di strada, non hanno aderenza all’intima evoluzione di una modernità tanto desiderata quanto lavori simili la spingono indietro. La riva dove s’incaglia è lo sguardo nel pozzo: la luna che riflette nell’acqua stagnante è un riflesso e non convince, se si vuole la realtà sta in alto, bisogna avere il coraggio di rischiare e misurare gli occhi a guardarla. La rappresentazione del dolore dunque resta tale, quella che si vuole compenetrazione è tutta esteriore, estetica, così lo spettacolo non tocca quel fondo ma resta a guardarlo, dall’alto verso il basso, a vedere, di quell’incanto, nient’altro che un riflesso



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