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LA FORESTA NON BRUCIA. INTERVISTA A JASON BURKE 14/1/10

Colloquio con l'autore di «Al Qaeda. La vera storia»

Enzo Mangini

Giovedi' 14 Gennaio 2010

Caporedattore della sezione esteri dell’Observer, il settimanale del quotidiano britannico The Guardian, Jason Burke da fine gennaio sarà corrispondente del Guardian da New Delhi. Per lui è un ritorno in una parte dell’Asia che conosce molto bene e a cui è legato. Dai suoi viaggi tra Pakistan e Afghanistan, Burke ha tratto il materiale per scrivere «Al Qaeda. La vera storia» [Feltrinelli, 2004], un libro ancora quantomai utile per capire la galassia del jihadismo e la sua evoluzione prossima.
Con Burke abbiamo parlato di ciò che potrebbe riservarci il 2010 sul fronte della «guerra al terrorismo».

Dopo l’attentato fallito a Natale sul volo Delta per Detroit, sembra che i media e il mondo si siano accorti dello Yemen come base di Al Qaeda. È davvero una novità?

In effetti non è per nulla una novità. Lo Yemen è una delle zone di operazioni di al Qaeda fin dall’inizio della sua attività. Basti pensare che la famiglia Bin Laden è di origine yemenita. Uno dei primi riferimenti ad al Qaeda in quanto tale, all’inizio degli anni novanta, da parte di Bin Laden era proprio legata allo Yemen. La sua famiglia viene da una regione dello Yemen e lui stesso ha sempre visto quel paese come un’area essenziale per le operazioni di al Qaeda.
Più di recente, lo Yemen è diventato un’area per le attività di al Qaeda e di gruppi che cercano di imitare al Qaeda per due ragioni principali. La prima è la dinamica interna della guerra civile, che continua e che produce diversi sotto-conflitti a livello religioso, tra sciiti e sunniti, ma anche tribale ed etnico. La seconda ragione è l’Arabia saudita. Molte delle figure di spicco di al Qaeda in Yemen sono in effetti sauditi, costretti a muoversi oltre confine perché l’Arabia saudita offre ormai pochissimo spazio di manovra, a causa della durissima repressione in atto ormai da anni da parte del governo e delle forze di sicurezza. Il mondo, quindi, se n’è accorto ora perché il «peso» di al Qaeda e dei jihadisti ha raggiunto il livello in cui rischia di trasformarsi in una minaccia internazionale, ma la presenza di al Qaeda in quella parte della penisola arabica ha ormai una storia di quasi venti anni.

Cosa pensi che possa accadere, adesso che anche Obama ha cambiato il discorso arrivando perfino a toni quasi da Bush?

Penso che molta della retorica che Obama ha usato nelle ultime settimane sia sostanzialmente per consumo interno. Come presidente democratico ha la netta consapevolezza della possibilità che la destra repubblicana possa montare un’aggressiva campagna di accuse di debolezza verso i terroristi. Non penso però che gli elementi essenziali della politica estera di Obama, pragmatica e realistica, cambieranno. Né che cambierà in modo sostanziale il suo approccio alla lotta al terrorismo.
Al di là della retorica, le indicazioni che vengono da Washington, e senz’altro quelle che arrivano dalla Casa bianca, tendono a una progressiva e relativamente rapida riduzione degli impegni e delle spese per le missioni militari oltremare. Per questo non penso che l’America, e meno che mai l’amministrazione Obama, sia alla ricerca di un nuovo Iraq.
Gli Usa stanno pagando il fatto che la scelta dell’amministrazione Bush di concentrarsi in Iraq ha distratto risorse e intelligence rispetto alla caccia ad al Qaeda?
La guerra in Iraq ha sicuramente drenato risorse e attenzione dal più ampio compito di proteggere gli Stati uniti dalla minaccia di eventuali nuovi attacchi terroristici. E ovviamente ha aggravato la minaccia terroristica, visto che ha disperso obiettivi appetibili su un’area molto più vasta e molto più praticabile per i jihadisti. A fare le spese della scelta di Bush di attaccare l’Iraq è stata soprattutto la mancanza di una strategia di lungo termine e dei relativi impegni in Afghanistan.

Che tipo di effetti avrà, se ne avrà, questa nuova minaccia sullo scenario afghano? E come vedi l’evoluzione della situazione a Kabul?

Non credo che ci sarà un effetto diretto sull’Afghanistan, perché la guerra in Afghanistan è soprattutto una guerra tra afghani che seguono una cultura, una visione religiosa e un background tribale e tutti gli altri che hanno una visione differente e che possono contare sui loro alleati internazionali.
La guerra in Afghanistan non è un elemento primario della lotta globale contro il terrorismo jihadista internazionale. Il coinvolgimento di militanti jihadisti stranieri in Afghanistan è minimo; la maggior parte dei combattenti della guerriglia sono afghani o afghani che arrivano dal Pakistan, più un po’ di pakistani. Credo che l’elemento internazionale, dal lato della guerriglia, sia davvero trascurabile.
Al contrario, è ovviamente molto presente dal lato della coalizione internazionale che sostiene il governo Karzai. Per questo non credo che l’attenzione sullo Yemen, qualsiasi forma possa essa assumere nei prossimi mesi, avrà un impatto diretto sulla guerra in Afghanistan.
Più complessa è la seconda parte della domanda. Se dovessi azzardarmi a fare una previsione, che è un’operazione sempre molto rischiosa per questa parte del mondo, direi che probabilmente assisteremo a una soluzione alla irachena. Nel marzo del 2008, Obama, ancor prima di diventare presidente, aveva partecipato alle audizioni del generale Petraeus davanti al Congresso a proposito della situazione in Iraq dopo il «surge», l’aumento delle truppe deciso da Bush. Ciò che emerse da quelle audizioni è che l’Iraq sarebbe diventato un paese piuttosto instabile, piuttosto corrotto, con un certo grado di violenza interna, ma senza la possibilità di trasformarsi in una base operativa per al Qaeda e senza essere una minaccia internazionale.
Questo era, allora, un obiettivo realizzabile per l’Iraq, secondo i comandi Usa ed è oggi la direzione verso cui, più o meno, il paese sta andando. Direi che probabilmente anche l’Afghanistan prenderà la stessa strada. Nel giro di due o tre anni, forse, vedremo un Afghanistan dove ci saranno ancora una guerra civile, una massiccia produzione di oppio, uno Stato debole e insignificante, con alti livelli di corruzione e una relativamente importante presenza statunitense a garanzia di un qualche sviluppo economico a macchia di leopardo. Insomma, non un totale fallimento ma nemmeno un totale successo rispetto al progetto originario della coalizione internazionale. Una specie di soluzione di compromesso che almeno nel medio termine dovrebbe essere il futuro dell’Afghanistan per impedire che il paese torni a essere una fonte di instabilità internazionale.

C’è invece una connessione più stretta tra la situazione nello Yemen e quella in Somalia?

C’è una connessione senz’altro più stretta, se non altro per ragioni geografiche. Ma penso che la questione principale, oggi, sia lo scenario generale. In questo scenario, stanno assumendo importanza fronti secondari del jihad globale, come appunto lo Yemen, la Somalia o l’area del Sahel, tra Algeria e Mauritania. Queste aree non sono mai state la linea principale del fronte jihadista come invece erano l’Afghanistan, l’Iraq o il Pakistan o perfino l’Europa tra il 2005 e il 2006. Ce ne sono altre che potrebbero emergere nei prossimi mesi, come per esempio il Caucaso. Sono zone sufficientemente caotiche e violente da consentire l’attività dei movimenti jihadisti radicali, ma nello stesso tempo sono sufficientemente isolate dalle principali preoccupazioni e linee strategiche mondiali da non diventare minacce preoccupanti come sarebbe, invece, il Pakistan. L’Afghanistan, che pure è relativamente isolato, sta in mezzo tra Pakistan e Iran, non è come la Somalia o lo Yemen. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla più violenta e diffusa emeresione di movimenti radicali islamici dei tempi moderni. Questa ondata ha raggiunto il picco tra il 2005 e il 2006, quando c’era la paura autentica che potesse scatenarsi una sorta di diffusa radicalizzazione del mondo musulmano, compreso quello europeo, che avrebbe potuto portarea una vasta ondata di violenza diffusa, fino al limite di immaginare una vera guerra civile globale. Non è successo e dopo cinque anni penso che possiamo dire che non accadrà. La popolazione musulmana mondiale si è dimostrata eccezionalmente resistente al richiamo di al Qaeda e del qaedismo. Ci sono e continueranno ad esserci gruppi di persone o settori sociali che sono attratti da questa visione ideologica ma sono e continueranno ad essere schegge, frammenti, rispetto alla popolazione musulmana mondiale. Tuttavia, ciò non deve farci dimenticare che molte delle cause di fondo che hanno consentito la crescita dei movimenti jihadisti rimangono irrisolte, rimangono com’erano quindici anni fa e anzi alcune si sono anche esasperate.

Cosa possiamo aspettarci, ragionevolmente, per il prossimo futuro?

Penso che possiamo scommettere su una relativa diminuzione della violenza, però c’è ancora abbastanza legna secca da consentire lo scoppio di nuovi incendi, anche se nessuno di loro potrebbe essere abbastanza grande da bruciare la foresta. Un ruolo essenziale avranno le condizioni locali, su cui i gruppi jihadisti cercheranno di costruire consenso e attività. Ci sono problemi in Algeria, per esempio, in Somalia, nello Yemen; le questioni di lungo termine tra Israele e Palestina stanno arrivando di nuovo a un punto di rottura; ci saranno altri focolai tensione, come il Caucaso o il Kashmir, o ancora il Sahel.
La tendenza generale, però, sembra essere quella verso l’emersione di conflitti locali che anche se cercano di usare il logo al Qaeda e alcune tattiche di al Qaeda non hanno più la capacità di presentarsi come una parte dello scontro globale. Soprattutto perché la stragrande maggioranza dei musulmani ha scelto di non partecipare a questo scontro globale. Per cui, oggi parliamo di al Qaeda nello Yemen o nella penisola arabica, di al Qaeda nel Maghreb islamico, o della situazione in Somalia, dove gli Shabab [la principale organizzazione armata islamista, ndr] sono un fenomeno assolutamente locale, emerso dalle lotte interne.
Perfino l’Afghanistan non sfugge a questo schema, visto che la guerriglia è essenzialmente un fenomeno afghano, tanto che i talebani pakistani che combattono al di qua della frontiera tra i due paesi e si oppongono al governo di Islamabad, si chiamano, appunto, talebani pakistani, sottolineando il proprio carattere di movimento nazionale. Questa tensione tra locale e globale c’è sempre stata nei movimenti jihadisti, fin dalle origini, anche all’interno di al Qaeda e delle sue componenti. In Iraq, anzi, la popolazione locale ha respinto l’ideologia globale di al Qaeda, rappresentata per esempio da al Zarqawi, tanto quanto ha respinto l’ideologia globale della dottrina Bush.
La domanda, dunque, è: che cosa riempirà questo spazio? Ancora non siamo in grado di dare una risposta, per quanto, secondo me, la linea è quella dei Fratelli musulmani in Egitto o per certi versi del partito Akp in Turchia, ovvero un islam conservatore sotto alcuni aspetti, urbano, di classe media e nazionalista, in grado di proporre un progetto politico capace di creare consenso e anche di presentarsi come forza di governo da scegliere nelle elezioni, laddove elezioni decenti si possono tenere.

Anche sul settimanale Carta in edicola da venerdì 15 gennaio
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