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L'UOMO CHE DOVEVA UCCIDERE MAO 30/12/09

L'ultimo europeo giustiziato in Cina prima di Akmal Shaikj fu un italiano, Antonio Riva. Ecco chi era.

Andrea Pira

Mercoledi' 30 Dicembre 2009

Era il 1951 quando Li Andong venne fucilato in Cina con l'accusa di aver complottato per assassinare il Grande Timoniere Mao Zedong. Li Andong in realtà si chiamava Antonio Riva, era un italiano, uomo d'affari, un avventuriero, un aviatore, forse anche una spia e, almeno fino a ieri, ultimo e unico cittadino europeo condannato in Cina alla pena capitale, prima dell'esecuzione di Akmal Shaikh. Un filo tragico lega le storie di questi due uomini. Era l'agosto del 1951, la Repubblica popolare cinese (Rpc) si apprestava a celebrare il secondo anniversario dalla sua fondazione mentre i «volontari» cinesi erano impegnati nella Guerra di Corea e fronteggiavano le truppe americane del generale Mac Arthur, intervenute a sostegno di Seul contro l'invasione dei cugini del nord. In questo contesto a Pechino il tribunale militare celebra un processo contro sei stranieri ed un cinese, accusati di complotto contro la sicurezza dello Stato e di spionaggio a favore degli Stati Uniti. Tra di loro Antonio Riva. Nato a Gorgonzola nel 1893 Riva passò tutta la sua infanzia in Cina. Dopo aver prestato servizio nel corpo di aviazione italiano durante la Prima Guerra Mondiale nel 1919 decise di far ritorno in Cina. Filo giapponese negli anni dell'occupazione, iscritto al Partito Nazionale Fascista, del quale fondò una sezione nella Cina del Nord, nel 1934 Riva, su raccomandazione dell'allora console italiano a Shanghai, Galeazzo Ciano, fu nominato addestratore dei piloti dell'aviazione del governo nazionalista del Generalissimo Chang Kai-shek. Dopo la vittoria comunista nella guerra civile e dopo la proclamazione della Rpc nel 1949, spinto dall'amore per la Cina,e anche dalla volontà di proseguire con i suoi affari, nonostante il suo curriculum di perfetto «controrivoluzionario» Riva scelse di rimanere a Pechino. Ma l'atmosfera di quegli anni in Cina era densa di sospetto. Nel 1950 venne arrestato. Con lui conobbero il carcere anche il Monsignor Tarcisio Martina della Nunziatura apostolica, Quirino Vittorio Gerli, funzionario delle dogane cinesi, Henry Vetch, titolare della libreria francese a Pechino, un tedesco, Walter Genthner, e un giapponese, Ryuchi Yamaguchi, meglio noto come Frank Yamaguchi. Contro di loro vennero montate prove inverosimili. Un complotto inesistente contro la vita del presidente Mao, utile a giustificare future purghe e repressioni. Alla fine a pagare furono solo Riva e Yamaguchi. Il primo in quanto ex fascista e pertanto privo di protezioni nel clima politico del primo dopoguerra, il secondo giapponese, capro espiatorio per le atrocità compiute dall'impero del Sol Levante in Cina durante l'occupazione e negli anni della guerra. Dopo mesi di interrogatori, torture e false confessioni due colpi di Mauser misero fine alle loro vite. Ancora oggi, nonostante le richieste della famiglia Riva, la Cina non ha avviato nessun processo di riabilitazione, al contrario il suo arresto viene presentato come una delle più riuscite operazioni di intelligence compiute dalla polizia cinese nel corso della sua storia. Per molti anni la storia di Antonio Riva è stata coperta dall'oblio. Lo scorso anno, L'uomo che doveva uccidere Mao, un romanzo della giornalista e sinologa Barbara Alighiero ha contribuito al ricordo di questa tragica farsa. «Antonio Riva - spiega l'Alighiero- cadde in un gioco che era molto più grande di lui. Se ne rese conto quasi subito: non sarebbe mai potuto uscire vivo da quella vicenda. Ora la sua famiglia non vuole vendetta, chiede solo che la sua memoria venga riabilitata». Una storia molto simile a quella di Akmal Shaikh. Anche lui, forse, come Riva, l'uomo sbagliato nel posto sbagliato. Una storia a sessant'anni di distanza «assolutamente da raccontare»e ricordare, spiega l'Alighiero. Un triste destino, evidenziato dalla reazione delle autorità italiane alla notizia della sua morte. «La notizia dell'esecuzione capitale a Pechino del connazionale Antonio Riva e della condanna rispettivamente all'ergastolo e a sei anni di reclusione dei connazionali Mons. Martina e Signor Gerli non hanno mancato di destare una dolorosa impressione in Italia» recitava una nota dell'ufficio stampa del ministero degli Esteri. Non si poteva fare molto di più,. L'Italia non aveva ancora riconosciuto la Cina comunista. Era il 21 agosto 1951.

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