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Attentati falliti, aggressioni e contatti troppo ravvicinati, l'anno si chiude sotto il segno dell'iniziativa solitaria e disperata. Mentre il potere gronda amore, anzi "ammore", dalle sue ferite, e si appresta ad imporlo come il collante estremo del proprio consenso (nell'immagine una scena del film su Moana Pozzi con Violante Placido)

Attilio Scarpellini

Lunedi' 28 Dicembre 2009
L’anno si chiude, più male che bene, sotto un segno ambiguo: gli attentati, le aggressioni o i contatti troppo ravvicinati, ci sono ma mancano (fortunatamente) il bersaglio, oppure lo sfiorano, lo lambiscono, lo atterranno per qualche minuto. Dalla geometrica potenza degli attentatori del decennio scorso – simbolicamente inaugurato l’11 settembre del 2001 – si passa al bricolage fallimentare di disperati e psicolabili, non si sa se in cerca di fama o di una ritorta forma di affetto: la donna vestita di rosso che ha saltato le transenne e si è avventata sul Papa lo voleva aggredire o semplicemente, in un raptus di fisicità, con lo stesso eccesso di trasporto che spinge le adolescenti fanatiche tra le braccia dei loro idoli, lo voleva toccare? Le televisioni, in ogni caso, erano lì a riprendere il suo piccolo tuffo contro il corpo del sacro, diffondendo per tutto il mondo la breve scossa sismica che, per un momento, ha scompaginato l’ordinata sequela dei cardinali. Perché in ogni reality che si rispetti è la rottura della distanza tra i corpi a innescare l’effetto drammatico che risveglia l’attenzione ed esalta l’audience: il male – o nella sua versione laica, l’inaspettato, il perturbante – è l’unico evento di cui ormai siamo continuamente in attesa. E’ al suo soprassalto ferino e incontrollato che spetta il compito di riassestare lo stesso ordine che in apparenza sta turbando, di rompere la superficie per sondare un’illusoria profondità, prima di essere riassorbito nell’eterno presente di uno spettacolo che, grazie ad esso, si rinnova e continua. L’intruso – e chi è più intruso di un pazzo, anzi degli esseri vaghi, labili, innocenti che popolano le cronache di questa fine d’anno? – è il provvidenziale ospite d’onore di una commedia che, dopo aver rasentato il tragico, usa l’eccezione per ricomporre e rafforzare la regola. Era facile prevedere che dal delitto di Tartaglia sarebbe risorto, non il castigo del colpevole (che seguirà le sue vie meno illuminate nelle aule di tribunale) ma il perdono di un potere talmente ampio e inclusivo dal non accettare confini neanche in chi l’aggredisce, un nuovo potere di grazia – squisitamente “spirituale”, ma ugualmente efficace ai fini di immagine che persegue – capace di rigenerare, potenziandolo, il narcisismo ferito di chi lo emana. Colpito dall’odio traslato nel classico "gesto di uno squilibrato" ( traslato da un’opinione diffusa e incantata, lo abbiamo già scritto: dal narcisismo ribaltato di chi in Berlusconi vede l’origine di tutti i mali) il potere gronda amore dalle sue ferite.

L’amore era, ancora fino a poco tempo fa, un sentimento difficile da politicizzare, una parola quasi impossibile da tradurre nel dibattito pubblico perché troppo vasta e insieme troppo intima, troppo al di qua o troppo al di là della media dimensione politica (che si traduceva a sua volta in un’espressività media, reticente, velata, tesa a proteggere la differenza qualitativa tra pubblico e privato, prima che quest’ultima saltasse generando la peggiore confusione simbolica che si sia mai vista). L’amore, soprattutto, mal si adattava a diventare prescrittivo (al cuore non si comanda) in un ordine, quello politico, che, in genere, si difende(va) dai sentimenti radicali (c’è stato, è vero, un partito dell’amore che irradiava la sua promessa dal corpo ammiccante e statuario della pornostar Moana Pozzi, ma era un’invenzione pop, un prodotto antipolitico ordito da un manipolo di imnocui provocatori in cui spiccava la figura dell'artista visivo Mauro Biuzzi). Solo la visione orwelliana di 1984 si concludeva con una paradossale ed estenuata confessione d’amore che, non a caso, segnava la resa totale del soggetto alla propria desogettivazione, il transfert definitivo di un Io singolare nel Super Io totalitario: l’ I love Big Brother di Wiston sigillava una parabola inquisitoriale, ricalcando le autentiche, patetiche espressioni d’amore che, in una famosa lettera, il perseguitato Bucharin rivolgeva al suo persecutore Stalin. L’amore è la forma assoluta del consenso ma, appunto per questo, sub specie politica tende a scadere nella perversione. La neo-teologia sentimentale del potere berlusconiano, con i suoi accenti poetici – “amor vince ogni cosa”, si legge in uno dei tanti manifesti affissi per Roma – le sue derive patetiche e le sue gesticolazioni spudoratamente cristiche è infinitamente meno complessa e brutale delle teologie totalitarie del Novecento. Come una rockstar affacciata sul suo pubblico, il potere urla: vi amo. Ma proprio il carattere ostentatamente minore di questo amore, la vena kitsch della sua pronuncia, la patina euforica e brillantata che l’avvolge – dove la voce dei profeti universali si confonde con il tintinnio dei lucchetti di Ponte Milvio e l’agape cristiana sposa “l’ammore” gergale, somethin’stupid, lo stesso che Elvira Frosini e Daniele Timpano, due straordinari performer, hanno irriso sulla scena di un recente spettacolo - tutto questo rischia di amalgamarsi in un cliché di irresistibile efficacia, come gli spot della Coca Cola sotto Natale. E’ questa banalizzazione di un amore che il leader è il primo a dispensare, versando all’occorrenza lacrime di sangue, a proporsi come un patto inclusivo e ricattatorio dove chi è fuori dall’amore (e dal suo partito) confina senza soluzione di continuità - e sempre sul punto di sconfinare - con il suo contrario, cioè l’odio. Non resta che affrettarsi, insomma: le iscrizioni al partito dell’amore sono aperte e agli iscritti non si richiedono grandi impegni. Non si tratta di amare sul serio – siamo pur sempre in un reality – ma di specchiarsi nel grande amore narcisistico che il potere vota a se stesso. E’ sufficiente inviare un sms con sopra scritta la prima parte della frase che chiude 1984: “Io amo”. Oppure: “Io ti amo”. O ancora, come è già previsto nelle schede di alcuni cellulari: “Anche io ti amo.”



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