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Espulsione degli abitanti palestinesi, nuove strade e nuova metropolitana, case ai coloni. Così il governo di Israele cerca di rendere impossibile la decolonizzazione di Gerusalemme est

Enzo Mangini

Giovedi' 17 Dicembre 2009

Nord-est, un cellulare; a sud-ovest un mazzo di chiavi; un altro cellulare a sud-est e a nord ovest, verso Tel Aviv, un fermacarte. Meir Margalit apre la grande mappa di Gerusalemme sulla moquette del suo ufficio al primo piano dell’edificio numero quattro della sede della Muncipalità di Gerusalemme. Le mura della Città Vecchia sono a due minuti di cammino, appena oltre le ultime case del quartiere di Musrara, che il municipio da poco tempo ha ribattezzato Morasha. Altrettanto dista il centro di Gerusalemme ovest, tra Jaffa road e via Ben Yehuda, l’isola pedonale dello struscio serale e festivo. Margalit viene da una famiglia di ebrei argentini. È del Meretz, ed è uno dei tre consiglieri municipali di sinistra sui 31 membri del consiglio municipale di Gerusalemme: «Siamo tre contro 28 – dice – Non possiamo fare molto, purtroppo». Margalit fa anche parte del Comitato israeliano contro l’abbattimento di case, l’Icahd, una delle più attive e attente organizzazioni del «Peace camp» israeliano. Certamente la più meticolosa nel registrare le trasformazioni urbanistiche e politiche di Gerusalemme, casa dopo casa, nome dopo nome, demolizione dopo demolizione.
In questo caso, la mappa è il tesoro. «Questa linea sono i confini municipali di Gerusalemme oggi – dice Margalit – Quest’altro è il muro in costruzione e già costruito… Questi sono i confini della Linea verde e queste stelle sono i punti caldi, le zone dove la pressione per estromettere gli abitanti palestinesi è più forte». I nomi, Sheykh Jarrah, Silwan, Wadi Joz, fanno capolino sulle pagine internazionali dei giornali di mezzo mondo, quando le ruspe israeliane eseguono un «ordine di demolizione» che immancabilmente riguarda una casa palestinese. L’Unione europea e la Casa bianca hanno protestato contro le demolizioni, considerate «inaccettabili» da Bruxelles e «una provocazione» da Washington. Qualcuno dei consoli europei che risiedono a Gerusalemme si è anche spinto a far visita alle famiglie palestinesi scacciate. Qualcuno, ma non gli italiani. Il nostro consolato a Gerusalemme preferisce un profilo molto più basso.
«La pressione israeliana per giudaizzare Gerusalemme [Margalit dice «judaization», in inglese, ndr] agisce in due modi – spiega Margalit con il suo accento argentino – Da un lato, c’è la crescita degli insediamenti dei coloni e dei progetti di nuove città oltre la Linea verde, attorno a Gerusalemme est; dall’altro c’è l’espulsione forzata dei palestinesi, soprattutto nelle zone di collegamento tra i nuovi insediamenti e il centro storico di Gerusalemme e attorno al centro storico stesso». La direttrice è grosso modo quella della nuova metropolitana leggera di superficie, che attraversa Gerusalemme ovest, sale sull’ardito ponte di Calatrava, passa lungo Jaffa road, costeggia le mura di Solimano davanti a New Gate e poi taglia Gerusalemme est per spingersi, con le diverse linee, fino a integrare alcune new town oltre la Linea verde, come Pisgat Ze’ev, Neve Ya’akov e Gilo, in un’unica area metropolitana, ancor più estesa della municipalità di Gerusalemme [vedi cartina in alto]. È il piano della Grande Gerusalemme, che con la terra palestinese inglobata dal Muro, arriva alle prime case di Betlemme e lambisce, a nord, Ramallah.
Tra la «Zona di espansione E 1» e la porzione di Cisgiordania che il Muro ha annesso a Ma’ale Adumim, la più popolosa tra le new town a est della Linea Verde, c’è una strettoia. Margalit punta il dito proprio lì: «Da nord, da dove il Muro esclude il quartiere arabo di Anata, fino a sud, prima dell’insediamento di Talpiot est, ci sono i quartieri più a rischio, quelli palestinesi attorno alla Città Vecchia».
Ciascuno di essi ha una storia di proprietà della terra, di edifici più o meno rilevanti, di ordini di demolizione, di resistenza dettagliatamente descritte nei rapporti dell’Icahd e della Palestinian academic society for the study of international affairs [Passia]. Dopo le espulsioni forzate e le demolizioni consumate a Sheikh Jarrah tra la primavera e l’estate di quest’anno, il prossimo fronte caldo è quello di Bustan, nel quartiere arabo di Silwan.

Sotto una tenda di fortuna, al lato della strada che attraversa il quartiere, c’è la sede del Comitato popolare di Silwan. Gli ordini di demolizione con la carta intestata della municipalità di Gerusalemme sono appesi su fogli di compensato, assieme alle foto di Silwan negli anni quaranta e alla mappa aerea della zona minacciata dalle ruspe. Vista dall’alto, Bustan è una goccia irregolare, il cui margine esterno occidentale lambisce quella che gli israeliani chiamano Città di Davide.
È la zona immediatamente a sud della Città Vecchia dove sono stati individuati, dagli archeologi israeliani, i più antichi insediamenti urbani di Gerusalemme. Il «di Davide» è improprio, da un punto di vista storico, perché Davide conquistò una città che già era fiorente, ma sembra appropriato dal punto di vista politico, se la volontà di conquista è ciò che si vuole evidenziare.
L’alibi per gli ordini di demolizione delle case di Bustan è proprio questo: al posto di circa 85 case palestinesi, dove vivono più o meno 1500 persone, le autorità israeliane prevedono un «parco archeologico», in continuità con gli scavi nella Città di Davide. «Non possiamo accettare che le macerie delle nostre case diventino un luogo per i turisti», dice uno dei membri del comitato popolare di Silwan. Sotto la tenda, un grande striscione porta la scritta «Non lasceremo mai le nostre case». Lo slogan, in inglese ed arabo, sormonta un albero disegnato con profonde radici. «La mia famiglia vive qui da 400 anni – dice Mohammed, un altro degli abitanti – E siccome le autorità non possono giustificare in alcun modo le loro pretese, hanno tirato fuori questa storia del parco archeologico. Magari iniziano gli scavi, non trovano nulla e allora decidono che l’area si può edificare, quando noi saremo già stati cacciati».

Non è un timore infondato, quello di Mohammed. In un’altra zona della Grande Gerusalemme delimitata dal Muro, le cose sono andate più o meno così. La collina di Har Homa, di fronte a Betlemme, era famosa per il suo bosco. La terra era di proprietà di varie famiglie arabe di Betlemme, Beit Jala e Beit Shaour, più qualcuna di Gerusalemme e qualche lotto della chiesa greco-ortodossa. Nel 1967 gli israeliani occuparono la collina e la dichiararono area naturale protetta. Così, per decenni, nessuno ha potuto costruire nulla. Negli anni novanta, poi, cambiò la destinazione d’uso e oggi c’è una new town, ancora semivuota e in costruzione, dove troveranno casa alcune decine di migliaia di persone. Appena fuori i confini di Har Homa, inoltre, c’è il cantiere della tangenziale [Ring road] che, al di qua del Muro, collegherà questo insediamento con Talpiot est e più su fino alla zona di At-Tur e Wadi Joz, a ridosso della Città Vecchia.
La Ring road, come la metropolitana, è uno di quei progetti di viabilità che, isolando e aggirando, le zone palestinesi, creano un percorso protetto ed esclusivo per gli israeliani. Non è solo a Silwan che l’archeologia è una questione politica.
Nel cuore di Gerusalemme, tra il Muro occidentale e il margine della Spianata delle moschee, c’è un’altra delicatissima linea di frattura. Da qualche anno i turisti possono già entrare, a sinistra del Muro occidentale, in una porzione del cosiddetto tunnel asmoneo. È uno scavo che ha portato alla luce un’altra porzione del Muro perimetrale del secondo Tempio, quello distrutto dai romani di Tito nel 70. Lì si radunano spesso gli ebrei osservanti chassidim per le loro pratiche devozionali e per lo studio della Torah e del Talmud. Una grande paratia di metallo chiude la parte visitabile del tunnel, ma gli scavi proseguono anche oltre. Secondo i palestinesi, gli scavi rischiano di danneggiare la Spianata delle moschee. Ra’ed Salah, leader del ramo occidentale del Movimento islamico, un’organizzazione musulmana attiva tra i palestinesi con cittadinanza israeliana e a Gerusalemme est, arriva ad accusare il governo di Benyamin Netanyahu di voler deliberatamente distruggere la Spianata delle moschee per costruire al posto della Cupola della Roccia e della Moschea di Al Aqsa, il nuovo Tempio israelita.

Margalit si fa improvvisamente molto serio: «Non ho elementi per dire se queste accuse siano fondate o meno – dice – Ma posso dire tre cose: primo, nessuno dei miei amici alla soprintendenza archeologica sa che tipo di lavori si stiano facendo esattamente lì sotto; secondo, quando abbiamo visitato gli scavi, ci siamo resi conto che c’è molto di più di quanto non venga pubblicamente dichiarato; terzo, è molto sospetto il fatto che a nessuna autorità indipendente, nemmeno all’Unesco, venga dato accesso agli scavi. Si può aggiungere un altro elemento: a fare gli scavi – dice ancora Margalit – è la Ateret Cohanim e la loro agenda politica è nota».
La Ateret haCohanim [Corona dei sacerdoti] è un’associazione fondata nel 1978 con l’esplicito intento di riportare la popolazione ebraica nella Città Vecchia e in altre zone di Gerusalemme est. Nei quartieri musulmani, i coloni di Ateret haCohanim hanno comprato o occupato anche proprietà arabe e le loro case sono come cunei nel fitto tessuto urbano del quartiere arabo della Città Vecchia. Nel frattempo, Ateret cerca di ricostruire la discendenza dei grandi sacerdoti, dispersi dopo la distruzione del Secondo Tempio, in vista del momento in cui il Terzo Tempio potrà essere edificato.
«Bisogna capire che l’opera di colonizzazione a Gerusalemme è su tre dimensioni – spiega ancora Margalit indicando la mappa – in senso orizzontale, con l’acquisizione anche forzata di nuove proprietà e l’espansione del quartiere ebraico; nel sottosuolo, con i lavori di scavo e sui tetti, con la creazione di vie di passaggio per collegare gli edifici controllati dai coloni». I coloni sono la variabile impazzita nell’equazione della soluzione politica tra israeliani e palestinesi.
Ci sono però coloni e coloni e ci sono anche quelli che, pur vivendo nelle new town oltre la Linea verde, non si sentono affatto coloni. Il cellulare a nord-est squilla, Margalit risponde e poi stende di nuovo la mappa, che in un attimo si è chiusa su se stessa. «Non è esatto dire che ci sono 180 mila coloni ebrei a Gerusalemme est e 300 mila nel resto della Cisgiordania – spiega – La maggior parte delle persone che vivono a Ma’ale Adumim, Gilo o Pisgat Ze’ev solo per dire le colonie più grandi, sono lì perché il governo concede molte facilitazioni per andarci ad abitare. Se queste persone, in gran parte giovani o persone di estrazione popolare, potessero comprare una casa a Gerusalemme o a Tel Aviv, le colonie si svuoterebbero in una settimana. È una questione di soldi, non politica».
Margalit stima che a Gerusalemme non siano più di cinquemila i coloni «ideologici», quelli duri e puri, con una visione messianica del futuro in cui il possesso della terra è una condizione indispensabile per l’avvento del Messia. Nel resto della Cisgiordania, secondo Margalit, sarebbero non più di centomila. Nella loro lettura georeligiosa, alla Terra di Israele [Eretz Israel] deve corrispondere il popolo di Israele che vive secondo la Torah. L’espansione della terra, dunque, va a braccetto con il «consolidamento» interno. Il 9 dicembre migliaia di coloni hanno manifestato contro Netanyahu e la moratoria di dieci mesi sui nuovi insediamenti. Era la prima volta che accadeva al di qua della Linea verde.
«I coloni hanno un problema di capitale umano, per dire così – continua Margali – molti avamposti in Cisgiordania non sono affatto abitati. Tutto si riduce a uno o due container, una telecamera, una guardia giurata e una bandiera israeliana, senza che ci sia nessuno a vivere lì stabilmente». Il punto essenziale, dice Margalit, è fermare i finanziamenti: «Gli insediamenti si reggono sui soldi che il governo fa affluire, sia direttamente, sia indirettamente, sotto forma di incentivi o agevolazioni. E per quanto strano possa sembrare, non sappiamo esattamente di quanto denaro stiamo parlando».
I fondi per gli insediamenti, infatti, rientrano in varie partite e in vari capitoli del bilancio pubblico israeliano, senza contare quelli che arrivano dall’estero, soprattutto dagli Stati uniti, come donazioni alle associazioni che promuovono il trasferimento nelle colonie. Le stime disponibili per la spesa pubblica israeliana per gli insediamenti sono induttive. Nell’edizione 2008 del rapporto «Il fardello dell’occupazione» curato dall’associazione israeliana Adva, se ne citano alcune. Dal 1967 al 2003, lo stato israeliano ha speso per gli insediamenti circa 9 miliardi di euro in più rispetto a quanto avrebbe speso se quelle case, e quelle strade fossero stati nei confini del 1967. Il ritiro unilaterale da Gaza, nel 2005, è costato circa altri due miliardi di euro. L’evacuazione parziale degli insediamenti in Cisgiordania [senza contare quelli più grandi attorno a Gerusalemme est] potrebbe costare fino ad altri 10 miliardi di euro.
L’ordine di grandezza, dunque, è questo. Imponente, in sè, ma relativamente piccolo rispetto ai costi che la comunità internazionale deve sostenere per mantenere vivo un processo di pace asfittico. «Molti di quelli che abitano lì sanno che prima o poi un qualche accordo sarà raggiunto. C’è chi spera di rimanere in Israele, compensando i palestinesi con altre terre, c’è chi spera di ricevere un cospicuo indennizzo per rientrare nell’investimento – dice Margalit - E c’è anche chi non è interessato a sapere in quale stato vivrà, purché non venga toccato il suo tenore di vita».
«Costringere il governo israeliano a cessare questo sostegno e poi studiare un piano economico per far spostare le persone dalle colonie sono due cose che si possono fare», sostiene Margalit. In uno slancio di immaginazione, arriva a ipotizzare che, con i dovuti accorgimenti economici e politici, si potrebbe pensare a lasciare intatte le città oltre la Linea verde per darle ai palestinesi. E cancellare con un tratto di gomma la lunga linea serpeggiante del Muro dalla mappa finalmente libera di arrotolorarsi.

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