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L'incontro tra il primo ministro israeliano e i movimenti dei coloni non ha prodotto la tregua che il governo chiedeva. Le proteste contro la moratoria degli insediamenti continuano.

Enzo Mangini

Venerdi' 4 Dicembre 2009

Lo scontro tra i coloni ebrei dei movimenti nazionalreligiosi e il governo del primo ministro Benyamin Netanyahu sale di un’ottava. L’incontro di ieri a Tel Aviv tra Netanyahu e i leader dei coloni non ha prodotto la «tregua» nelle proteste che il governo aveva sperato di ottenere. Anzi. I 25 leader dei movimenti colonici, accompagnati anche da alcuni rappresentanti dello Yesha, in consiglio «ufficiale» dei coloni, hanno respinto le proposte di Netanyahu, peraltro piuttosto accomodante.
Il primo ministro israeliano, in cambio della sospensione delle proteste, aveva detto che la «moratoria» di dieci mesi decisa dal governo per venire incontro alle pressioni internazionali, sarebbe stata una misura «temporanea». La moratoria in ogni caso non si sarebbe applicata alla manutenzione degli edifici esistenti. Per indorare la pillola, il premier aveva anche offerto, stando ai resoconti dei quotidiani israeliani Jerusalem Post e Haaretz, nuovi sgravi fiscali per chi vive negli insediamenti «legali» per la legge israeliana [per quella internazionale sono tutti illegali gli insediamenti oltre la Linea verde del 1967 ], nonché finanziamenti per le scuole dei movimenti dei coloni e la promessa di una ripresa dell’espansione degli insediamenti appena scaduti i dieci mesi.
Tutto ciò, riferisce il Jerusalem Post, «in nome del più alto interesse di Israele, in una congiuntura diplomatica molto difficile, e per dimostrare l’intenzione e la capacità del governo di procedere con le trattative di pace». Netanyahu, insomma, avrebbe voltuo che i coloni lo aiutassero a rilanciare la palla in campo palestinese – dove si prepara una difficile campagna elettorale che avrebbe consentito al governo israeliano di dire, ancora una volta, che oltre il Muro di separazione non c’è un «interlocutore credibile».
Solo che i movimenti dei coloni non ragionano in termini di politica «profana». Nella lettura georeligiosa che domina tra la «gioventù delle colline» e nella galassia dei movimenti più o meno legati allo Yesha, la colonizzazione della terra è parte integrante dell’azione religiosa volta ad «avvicinare» la Redenzione, del popolo ebreo e del mondo. Anche dal possesso della terra, in sostanza, dipende l’arrivo del Messia e la trasformazione dello Stato di Israele in Regno di Israele, possibilmente [secondo alcune frange del movimento] con il Terzo tempio dove oggi sorgono la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia. In questo contesto, la Cisgiordania [che i coloni – e anche questo governo – chiamano Giudea e Samaria] non è uguale alla Striscia di Gaza, un territorio «secondario» nella lettura biblica della storia e della politica. Abbandonare la terra, rinunciare alla colonizzazione, fosse anche per dieci mesi, vuol dire allontanare la Redenzione.
La risposta dei coloni alle offerte di Netanyahu, infatti, è stata di chiusura. Le proteste non si fermano. Anche perché con questa offerta il governo ha dimostrato una certa debolezza.
Il presidente dello Yesha, il consiglio dei coloni, Danny Dayan, ha spiegato che i coloni «hanno perso la fiducia verso il governo» che pure hanno contribuito ad eleggere. Dayan, ai microfoni delle tv israeliane che lo hanno intervistato dopo l'incontro di ieri con Netanyahu, ha detto che «il governo ha ripetuto che non siamo nemici, e ci fa piacere, ma finora siamo stati trattati come nemici. Non ci bastano le parole, giudichiamo i politici e anche questo governo dai fatti. E i fatti non sono sufficienti».
Le proteste finora si sono limitate a forme di resistenza passiva contro gli ispettori mandati dal governo e contro gli ufficiali dell’esercito e i funzionari della polizia che arrivano negli insediamenti «abusivi» per cercare di fari rispettare le consegne del governo: cancelli bloccati con i catenacci, blocchi stradali, manifestazioni. Tuttavia, l’allarme lanciato da Tsahal venerdì fa capire che la tensione è destinata a salire, anche perché nell'esrcito si sono verificati casi di soldati che hanno rifiutato di obbedire agli ordini. Destinata a salire è sia la tensione internazionale, sia quella interna, soprattutto perché non si è ancora spenta l’eco del caso di Yaakov Teitel, il colono ebreo americano accusato di due omicidi [contro palestinesi] e di tre tentati omicidi [contro palestinesi e israeliani, tra cui l'accademico Zeev Sternhell] oltre che di vari attentati di minor entità, fra i quali una bomba contro una stazione di polizia per protestare contro il gay pride a Gerusalemme. Teitel, arrestato a ottobre dallo Shin Bet, comparirà di nuovo in tribunale nei prossimi giorni e il suo processo, nell’atmosfera tesa delle ultime settimane, potrebbe essere il detonatore per proteste ancora più veementi. Dirette innanzi tutto contro i palestinesi, ma anche contro il governo. I coloni, infatti, starebbero organizzando, secondo il quotidiano israeliano Jerusalem Post, una manifestazione la prossima settimana davanti alla residenza ufficiale del primo ministro.



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