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LA SCENA SEQUESTRATA DI TEATRO MINIMO 4/12/09

Le colpe e gli errori della comunicazione sono al centro anche della parabola farsesca di Sequestro all'italiana, scritto da Michele Santeramo e diretto (e interpretato con Vittorio Continelli)da Michele Sinisi. In scena al Teatro dell'Orologio di Roma fino al 20 dicembre

Simone Nebbia

Venerdi' 4 Dicembre 2009
L’illusione. Troppo occupata dal tambureggiare delle informazioni, l’epoca moderna le ha confuse ai fatti, ha lasciato all’apparenza il compito di raccontare e di interagire, mescolando il senso intimo degli avvenimenti al senso comune. L’impatto mediatico è misurato da una percezione, la nostra, deviata lungo binari inconsueti al nostro divenire: per certi versi è un po’ come quando si tira a bersaglio e, prima, si lavora per modificare distanza e caratteristiche del bersaglio stesso, così da colpirlo più facilmente. Questo mi sembra sia avvenuto da quando la comunicazione dell’evento ha sostituito l’evento stesso. Questo credo sia a fondamento anche di Sequestro all’italiana, drammaturgia di Teatro Minimo scritta da Michele Santeramo e portata in scena da Michele Sinisi, regista e attore assieme a Vittorio Continelli.
Una riflessione preliminare obbligata riguarda il legame forte che c’è fra compagnie di diversa estrazione esperienza cultura, che stanno utilizzando la scena per dire di una simile violenza alla naturalezza della comunicazione. Da Babilonia Teatri con tale potenza scenica (vedi su questa stessa rubrica l'articolo dedicato a Pornobboy), fino ai lavori di Andrea Cosentino con apparente leggerezza, passando per il recupero della sensorialità di Claudio Morganti, gli esempi non mancano. Forse accade perché il teatro è la prima vittima di un simile misfatto scellerato, ne subisce l’estraneità dell’ascolto cui bisognerebbe nuovamente educare, per non lasciare strada a chi, di questa privazione, raccoglie i profitti. Teatro Minimo coglie la profondità di questo ragionamento e con sincerità e obiettivi concreti ne estenua i confini, facendo confliggere un’ esigenza con la sua sconfitta. Vincono, dichiarandosene vinti.
Lo spettacolo ha una buona centralità scenica, peraltro messa in difficoltà dallo spazio attorno che rischia lo spaesamento; in realtà con estrema chiarezza l’azione si svolge in quella che loro chiamano “scatola”, una sorta di isola teatrale che separa l’accadimento dalla nostra percezione: in fondo è questa la forza più incisiva di Teatro Minimo, il disvelamento di quella separazione forte fra l’avvenimento e la comprensione con cui si mette a nudo il fallo della comunicazione, il nodo in cui si incaglia quella che siamo soliti chiamare verità, e in fondo non sapremo mai se lo sia o meno. Il ritmo battente non lascia spazio che per interruzioni telefoniche a dire una distrazione, una frammentazione dell’esperienza – anche criminosa – che non si riuscirà a compiere.
Il testo è denso e ha una bella atmosfera auratica, in principio, che si va perdendo quando inevitabilmente l’azione si chiude nella loro zolla teatrale; così l’intera drammaturgia sembra svolgersi in potenza, costruita su un divenire che inficia il divenire stesso, eretta su un debito all’immagine, al suo potere, cui i due sciagurati protagonisti, due bidelli intenti a ordire un sequestro, non sono preparati. Una regia asciutta lascia spazio a un’ interpretazione fatta di dialoghi serrati, con una struttura dialogica di forte impatto e poco colore, sapientemente giocata sulla fragilità, sull’inadempienza delle necessità agli eroismi, anche bislacchi. Ottimo il lavoro sulla scenografia, pochi elementi a preferire l’impianto prospettico. Qualche dubbio lo lasciano certi intoppi scenici, certe stasi drammaturgiche troppo estese, ma la sincerità del lavoro convince anche di questi vuoti d’aria in cui accade poco e i due attori mordono con minore efficacia. Sequestro all’italiana è uno spettacolo convincente, svolto su un tentativo, su una ipotesi che passa di mano in mano, una concertazione di colpe prima del reato, che sconfigge il progetto dei due protagonisti ma insieme tiene in piedi la loro umanità. Il tentativo non è l’azione da compiere, ma rendere servizio a una realtà abusata, perché i debiti della realtà alla finzione sono molti di più di quanto si creda - la sua immodesta vanità, il suo corredo spettrale e il suo turpe soliloquio lasciano solo l’evidenza dell’ennesima illusione.



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