Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

MONOGRAFIE 2/DANIELE TIMPANO O LA NUDITA' DELL'ARTIFICIO 29/11/09

Prima di Dux in Scatola ed Ecce Robot, i due spettacoli che lo hanno imposto all'attenzione del pubblico e della critica, le rivisitazioni stravolgenti di favole e tragedie classiche poi riproposte nelle "Operine splendide" già contenevano in nuce la poetica sovversiva (e romantica) del futuro performer. Il Sipario strappato prosegue le sue monografie sulla nuova drammaturgia italiana

Attilio Scarpellini

Domenica 29 Novembre 2009

A un certo punto di Ecce Robot, Daniele Timpano evoca l’immagine di un ragazzino che sul vetro smerigliato di una porta vede disegnarsi l’ombra smisurata dei genitori che litigano. C’è un ragazzino nel cranio robotico di Mazinga Zeta. Ma ce n’è uno anche dietro la voce contraffatta di Teneramente Tattico e un altro ancora nella pelle del lupo serial killer di Cappuccetto Rosso che si porta appresso l’effigie della madre sotto forma di baby-doll legata al cofano di una vecchia cinquecento. Un’intera gang di adolescenti paranoici, degna di un film di Gus Van Sant, si agita attorno alla scatola di Oreste in una riscrittura della tragedia classica dove una lingua aulica – parodia di una serie infinita di traduzioni, e di traduzioni di traduzioni – cortocircuita con una temperie banalmente sanguinaria. Se una libido puerile è uno dei punti ricorrenti nella poetica delle avanguardie – il bambino e il primitivo, come del resto l’assassino, sono tra gli eroi prediletti della mitologia surrealista – allora si ha ben ragione di vedere in Daniele Timpano quel che in lui ha visto Antonio Audino: un erede di quella sovversione ironica, la risposta “anarco-dadaista” al mainstream del realismo teatrale. I testi aurorali raccolti in Operine splendide, del resto, non fanno che confermarlo: ancor prima di trasformarsi nel pupazzo del proprio ventriloquio, di slittare di persona nelle sue mostruose proiezioni – prima di Dux in Scatola e di Ecce Robot - “io cioè lui”, Daniele Timpano, era già Daniele Timpano. Se stesso e (tutti) gli altri, organico e inorganico, uomo e parco giochi, con i suoi bamboli, le sue scatole, i suoi box, i suoi bauli – le sue tane tombali o neonatali. Spaventosamente sincero: terribilmente artificioso. Incapace di non giocare il registro basso – l’oscenità, il gergo, l’afasia – su una scala alta di toni letterari, lasciando intravedere quasi a ogni riga le potenzialità poetiche ( e le origini colte) della sua lingua deforme. Così votato all'equivoco che, a forza di scalfire la realtà con l’unghia sporca del cinismo, i suoi rovesciamenti finiscono a loro volta rovesciati. Dalla fiaba di Cappuccetto Rosso, dove tutto è splatter fino alla giubilazione, trasale il bagliore di un romanticismo inconfessabile: la fragile tenerezza che unisce l’assassino alla sua vittima, la stessa tenerezza delirante (secondo alcuni scandalosa) che avvolge il corpo martoriato di Mussolini Benito in Dux in Scatola. Ma è solo un momento, un'epifania friabile: ancora uno scarto e la macchina celibe del comico lo avrà travolto, lasciando nell'aria solo quel pungente profumo di senso che è il dono più severo delle poetiche volte all'assurdo e al non-sense. Nell'epilogo di Oreste, il calco della convenzione tragica (oh, Anouilh! oh, Sartre!...) che fino a quel momento aveva prodotto un'esilarante stonatura, sfocia nella stucchevole facilità di una morale clientelare che, in men che non si dica, assolve gli assassini, rimuove la colpa e archivia l'ingiustizia. Una conclusione simile a quella di Elfriede Jelinek ne L'addio. Con la differenza che, per rivelarla, Timpano la elude, la minimizza. Ed è l'ultima beffa del clown davanti all'orrore della Storia: voltarle le spalle, proprio mentre i suoi cavalli da parata stanno sfilando per il gran finale

(prefazione a Daniele Timpano,Operine Splendide, Edizioni Ubu Settete/Drammaturgia abusiva)



Powered by Amisnet.org