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Ascoltando Ascanio Celestini a Macerata in uno degli spettacoli sul razzismo promossi dall'Arci che sta portando in giro per l'Italia. Per riscoprire non solo il suo talento di narratore, ma la sua qualità di attore visionario che con la parola costruisce anche le proprie scenografie

Simone Nebbia

Domenica 29 Novembre 2009

La sera prima dello spettacolo, incontro un ragazzo in un ristorante dove mi stava per raggiungere Ascanio Celestini. Fa il cameriere in un posto sull’Adriatico marchigiano e mi dice, impettito in trepida attesa, di fianco il bancone degli alcolici: “Sai, stasera non dovevo lavorare, poi quando ho saputo chi veniva mi sono preso questo turno di notte…una volta ho pensato anche di venire a Roma, così, giusto per incontrarlo ma mica per chissà cosa? Volevo chiedergli: che hai mangiato ieri, che hai fatto stamattina, così, da uomo a uomo”. Ecco, ho pensato, Ascanio Celestini è questa cosa qua, non ci sarebbe bisogno d’altro per dire dell’impatto sul pubblico, della coerenza espressiva che è dono di pochi. Ma qualcosa in più dovrò pur dire di questo Il razzismo è una brutta storia, spettacolo a tema promosso dall’Arci in dieci sole date in tutta Italia, fatto dei suoi racconti e della chitarra di Matteo D’Agostino.

Sul suo teatro si è detto molto. La sua voce fatta di cadenze ritmiche e quasi rimiche, la sua misurata complicità con la fantasia, mai debordante ma di rara incisività, poi la tecnica strutturale a cellula concentrica, cui stavolta concede qualche apertura in più nella scansione di solito estremamente puntuale, qualche lucido inciampo in cui far passare, dall’esterno, la musica che lo accompagna. Questo è già detto. Mi fa piacere però puntualizzare alcuni elementi su cui riflettere: innanzi tutto questo lavoro finalmente spazza via il pregiudizio che lo vuole narratore, in contrasto con chi gli nega il suo talento d’attore: Celestini è un attore straordinario, la sua qualità visionaria investe anche le fantasie più impermeabili, la sua costruzione verbale è una città che si edifica d’improvviso una parola sull’altra, una sorta di «scenografia verbale» che sostituisce la modulistica di scena, oggetti e varie decorazioni che risulterebbero di scarsa efficacia. Poi c’è un dosaggio armonico che è eccezionale, come sapesse perfettamente le sensibilità per tirare voce ora in una, ora in un’altra direzione, talento di pochi attori sensitivi. M’accorgo inoltre che pian piano sta iniziando a sperimentare nuovi linguaggi, nuove capacità espressive che lo legano al pubblico con ancora maggiore fluidità, affascinando per l’intero corpo di racconti, senza cedere mai al compiacimento del linguaggio o della affabulazione fine a sé stessa.

Novità di questo spettacolo – che forse spettacolo completo ancora non è, in cui va a ricercare i confini del «diverso», o almeno il carattere di chi ne avverte la presenza – è l’uso ipnotico della musica, melodia ripetuta che va a contrastare la destrutturazione del concetto, composto di immagini retroflesse sulla nostra coscienza collettiva; la scomposizione è una ricerca, analisi antropologica e civile. Poi le intromissioni, che caricano di senso i raccordi tra i frammenti narrativi: le risate e gli applausi finti da soap opera insieme a dichiarazioni e comizi pubblici di leghisti e razzisti di ogni sorta, sono un vera novità nella sua produzione e un opportuno lavoro di pop art.

In ultimo sull’indagine: il lavoro di Celestini è simile a quello di un archeologo, scava nella depauperazione delle esperienze, niente sommato che dà somma niente: è l’addizione delle coscienze di quest’epoca in quella che siamo soliti, con sempre più confuso dubbio, chiamare civiltà occidentale. “Non sta succedendo niente…respira…”, dice all’inizio del racconto, come fosse l’ennesima ammissione che le nostre siano ridotte a esistenze in-patetiche, incapaci di provare reali sentimenti di partecipata consonanza umana; e infine la frase, l’ultima, che chiude il racconto: “bella la realtà, peccato che esiste per davvero”, ponendo il definitivo segnale a monito di chi ascolta: la realtà siamo noi, la sua esistenza e il materiale di cui si compone a noi si deve, alla maglia fitta o lisa che sia, del nostro abito migliore.



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