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DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

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L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

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LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

SI' L'AMMORE NO, UNO SPETTACOLO CONTRO L'IMMAGINARIO 23/11/09

Daniele Timpano ed Elvira Frosini celebrano la loro riuscita fusione artistica in uno spettacolo sui sentimenti che percorre fino in fondo tutto l'inferno dei luoghi comuni che avvolgono l'amore nella società delle immagini. Travestito in abiti comici, il grido disperato e sincero di due romantici radicali si è appena spento al Nuovo Colosseo

Luigi Coluccio

Lunedi' 23 Novembre 2009
E’ la storia di uno stupro, questa. Si, di uno stupro perpetrato ai danni della nostra psiche e –perché no?- del nostro corpo. Di come il nostro candore sia divenuto ferocia, la nostra nobiltà d’animo prevaricazione, il nostro donarsi assuefazione.
Di come l’amore sia divenuto no.
Il nostro, non il loro -di Daniele Timpano ed Elvira Frosini. Si l’ammore no è il grido disperato e sincero, sinceramente disperato, di questi ultimi due romantici della scena –e non. Ma nello spazio vuoto che è divenuta la nostra sfera perfetta emozionale nessuno può sentirti urlare. E così la delicata operazione spettacolare compiuta dai nostri –andati in scena al Teatro Colosseo di Roma dal 17 al 22 novembre- rischia di passare inosservata, anestetizzata, o peggio ancora –e questo pericolo dai denti sporchi e aguzzi è dietro l’angolo ad aspettarli per tutta la durata del lavoro- fraintesa, respinta a priori. Mostrano le cose come stanno, EF e DT –tags che suggellano la loro dichiarazione di intenti “Noi facciamo l'amore così. In playback. Tutto il mondo lo fa”, come i graffiti sovversivi e reietti che apparivano in uno dei capolavori (mancato… ma questa, in fin dei conti, non è la storia di quel decennio?) del cinema degli anni ’80, Essi vivono. Mostrano, imperterriti, insensibili, immagini di cui siamo schiavi e di cui vorremmo essere lo specchio, corpi che si sostituiscono alla consapevolezza dei nostri, rapporti umani ritagliati su misura e colori dalle vite di divi bidimensionali assaporati su carta o sullo schermo –che poi, infine, non sono la stessa cosa? La stessa superficie? Lo stesso altrove?

Come scriveva Demetrio Stratos nell’ultimo album, citando Baudelaire, “in fondo all’ignoto per trovare qualcosa di nuovo”. E i nostri due ci sono andati, in fondo al noto. Sporcandosi e sporcando il loro lavoro di finto perbenismo, stupidità, arrendevolezza. Senza soluzione di continuità, come lo è il bombardamento “consapevole” a cui siamo sottoposti, si susseguono canzonette del ventennio e bambole gonfiabili, mitra e occhiali a forma di cuore, vestiti immacolati sporcati da cravatte e scarpette rosso sangue, dibattiti forzatamente divertenti ma in realtà muti.
Non c’è altro. Nessuna sovrastruttura spettacolare, testuale. In scena solo loro due, Daniele ed Elvira. Ad inseguirsi, insultarsi, cantarsi e ballarsi addosso. Facendosi del male ad ogni loro incontro, perché a questo siamo destinati: ad un lungo e futile gioco delle parti falso e perverso, stuprati da una Società delle Immagini e dei Canditi senza nessuna possibilità di far affiorare qualcosa che sia intimamente e provocatoriamente nostro. Ogni relazione sentimentale –e in questo caso, scenica, spettacolare- viene degradata ai bordi di un qualcosa che di volta in volta è Cuore di Rita Pavone o le pin-up di mitra vestite delizia anti-tensione/stress/crollo psicologico dell’esercito americano. E non è un caso che lo spettacolo non parli di un uomo o di una donna o di entrambi, ma di un uomo in rapporto ad una donna: la madre. La disfunzione psicofisica di cui siamo vittime arriva ad intaccare, ad oltraggiare, questo grumo ancestrale -primo rapporto mai risolto, misura di tutto- privandolo del suo mistero, della sua dolcezza e –ancora, perché no?- della sua spietatezza.

Può irritare, Si l’ammore no . Nella sua mostrazione di quanto di stupido e maldestro ci sia in tutto questo, ma soprattutto nel suo, ad una visione superficiale, acconsentire, assecondare, tutto questo. Ma lo stridore è troppo forte. Anche senza conoscere la storia personale di Daniele Timpano ed Elvira Frosini –sposati, innamoratissimi- uno stridore indicibile ci permea e attanaglia per tutto lo spettacolo, consapevoli della sincerità e del candore di quei corpi, di quelle menti, abbruttiti da quel qualcosa di nuovo/noto di cui scriveva Baudelaire e cantava Stratos. Assediati da un notevole disegno luci –a firma Dario Aggioli-, i nostri, soltanto Daniele Timpano ed Elvira Frosini, si mettono a nudo simbolicamente ed emotivamente narrandoci del loro primo incontro –e in mezzo a tante bugie e vacuità dette quella sera c’è, ci deve essere, la verità riguardo questo ed altro ancora-, delle loro litigate quotidiane, chiamandosi per nome e immolando il loro nome, quindi il loro amore, ad un romanticismo frustrato e vendibile a milioni di copie, loro intimo nemico che sulla scarna scena diviene motivo d’essere e di morire. Perfino le loro carriere artistiche vengono intaccate, mescolate, facendo i conti, magari, con idiosincrasie e timori spettacolari perfettamente leggibili nella loro teatrografia: Daniele Timpano che balla febbrilmente abbandonando la sua geometria gestuale, Elvira Frosini che diviene “attrice” lontana dalla sua performatività fatta di cliché e tempo.

Ma la sorpresa –oltre al pericolo sopra menzionato- è dietro l’angolo.
E’ il loro bambino, un piccolo dinosauro. Parto mostruoso che per forza di cose è diverso, barbaro, perturbante. Gioco di specchi prodotto dalle nostre menti assoggettate e fintamente sognanti, che respingono il prodotto della loro unione ad una dimensione bestiale e primitiva, non permettendoci di vederlo per quello che realmente è: il frutto splendente di un amore intimo e per questo vero degli ultimi due romantici della scena –e non.



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