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OBAMA ALLA CINA: DIALOGATE CON IL TIBET 18/11/09

Gli Stati Uniti riconoscono la sovranità cinese sul Tibet, ma contemporaneamente invitano Pechino a riprendere il dialogo con il Dalai Lama. Il colloquio tra Obama e Hu rescuscita il vertice sul clima di Copenaghen, che proprio Usa e Cina avevano contribuito ad affossare solo appena 48 ore prima.

Andrea Pira

Mercoledi' 18 Novembre 2009


Il governo degli Stati Uniti riconosce il Tibet come «parte della Repubblica popolare cinese». La nuova era dei rapporti tra la Cina e gli Usa – il copyright è del New York Times - parte anche da qui Parlando a Pechino, davanti ad una platea di giornalisti provenienti da tutto il mondo, il Presidente americano Barack Obama ha riconosciuto quanto auspicato dalla controparte cinese, ossia la sovranità di Pechino sulla regione, occupata nel 1951 con un intervento dell'Esercito di Liberazione Popolare. Un atto, anticipato dalle rivelazioni riportate lunedì dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, che in molti giudicavano «poco probabile», come spiegava allo stesso giornale il professor Jin Canrong, esperto di relazioni tra Usa e Cina dell'Università del Popolo di Pechino, che quantificava in «meno del 50%» le possibilità che ciò accadesse.

Allo stesso tempo il premio Nobel per la Pace, ribadendo al suo omologo cinese Hu Jintao la sua convinzione sull'universalità dei diritti umani, ha spinto Pechino alla ripresa dei colloqui con i rappresentanti del Dalai Lama. Una posizione altalenante, che conferma le difficoltà per l'amministrazione Obama nel instaurare un reale dialogo con Pechino sul tema. È infatti le reazioni al discorso del Presidente americano sono discordanti. «Apprezzo molto le parole di Obama sulla questione del Tibet» fa sapere il Dalai Lama da Bolzano, dove si trovava ieri per discutere gli sviluppi di un progetto della Provincia autonoma a favore del Tibet e del Napal. Ma il leader spirituale dei tibetani, oggi a Roma per prendere parte 5° Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet e incontrare il Presidente della Camera Gianfranco Fini, ha ben chiari «i forti limiti» che impedirebbero agli Usa di «esprimersi come vorrebbero». Considerazioni «diplomatiche», lontane dal duro attacco riservato al Presidente statunitense dal Urgen Tenzin, direttore esecutivo del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia. Intervistato da AsiaNews, Tenzin ha voluto ricordare il «dovere morale» che incombe su Stati Uniti e potenze occidentali in tema di democrazia e diritti umani, giudicando «disdicevole» il silenzio dei leader mondiali che «cercano di compiacere la Cina». Parole dure, che contrastano con le aperture del Dalai Lama, che si dice «sempre» pronto al dialogo con Pechino, riconoscendo alla Cina «la capacità di adeguarsi ai cambiamenti».

Tibet a parte, gli argomenti sul tavolo del colloquio tra Obama e Hu Jintao sono stati tanti e tutti spinosi. Dall'economia, con l'opposizione cinese ad ogni forma di protezionismo commerciale, alla politica estera, questione nucleare iraniana e ripresa dei colloqui a sei con la Corea del Nord, passando per l'ambiente. E proprio il tema climatico è stato al centro dell'attenzione dei due leader, decisi a trasformare la conferenza di Copenaghen sul clima in un successo. «Il nostro obiettivo non è un accordo parziale o una dichiarazione politica – promette Obama - ma un accordo che copra tutte le questioni dei negoziati e che abbia un effetto operativo immediato». Quali siano però i contenuti di tale accordo è difficile da dirsi. Le parole di Obama e Hu rappresentano infatti un inversione di rotta a 180 gradi rispetto a quanto deciso solo due giorni fa al vertice Apec (Asia-Pacifico) di Singapore. Proprio in quell'occasione la sintonia tra Usa e Cina, i due principali produttori mondiali di Co2 al mondo, entrambi contrari a prendere impegni concreti e vincolanti sulla riduzione delle emissioni, aveva fatto saltare ogni accordo. Per Pechino la riduzione dei gas serra spetta soprattutto ai paesi maggiormente industrializzati. Obama invece deve prima affrontare l'opposizione del Congresso, le lobby industriali e l'ira dei consumatori abituati ad aver l'energia a basso costo, tutti contrari ad una decisione, la riduzione delle emissioni, che, senza l'impegno della Cina a fare altrettanto, sarebbe inutile e dannosa per l'economia americana.

Posizioni che avevano fatto gridare in molti al fallimento della conferenza, giudicando «irrealistico» aspettarsi un accordo internazionale completo da negoziare prima dell'inizio del vertice, il 7 dicembre. Ma un accordo politico non vincolante sarebbe troppo poco per un summit concepito per fissare target ambiziosi per il taglio dei gas serra e raccogliere fondi per aiutare le nazioni povere a fermare il riscaldamento globale. Un fallimento alla prima uscita di quello che ormai tutti definiscono il G2 non è nei desideri di nessuno, né della Cina né degli Usa.

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