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IL SILENZIO DI DIO AL NUOVO COLOSSEO 16/11/09

Una drammaturgia di Andrea Nanni, diretta da Giovanni Guerrieri, accosta Casa d'altri di Silvio D'Arzo al Grande Inquisitore di Dostoevskij, producendo sul palco del teatro romano un corto-circuito spirituale in due tempi. Protagonista uno straordinario Silvio Castiglioni (nella foto)

Simone Nebbia

Lunedi' 16 Novembre 2009
Il silenzio. La casa di Dio, tra due navate di affreschi e un abside innervato alle colonne, dove un altare di marmo asseconda una sacralità interminabile, vespertina. È silenzio, e sovrumano, la voce di Dio. Nella sua casa di bianco e venature, dove al marmo scorre un’anima, una accoglienza sofferente induce silenzio in un luogo di parola. La Sua parola. Questo Silenzio di Dio, l’estraneo sfinito sentimento di pena, rassegnazione, è nell’omonima drammaturgia di Andrea Nanni, in scena per uno straordinario Silvio Castiglioni. Uno spettacolo diviso in due parti. La prima è Casa d’altri, radiodramma teatrale tratto dal racconto di Silvio D’Arzo. La seconda è Domani ti farò bruciare, l’invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij.

Ci sono alcuni racconti, alcuni autori che hanno la misura geografica della loro provenienza. Quanto si addice l’Emilia segreta a questo racconto di Silvio D’Arzo, pubblicato postumo dopo la sua morte, giovanissimo. L’autore aveva sedici anni quando vide la luce il Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos, era il 1936 e risuonava, in un’epoca di grande penuria e di coscienza inamarita, vizzita, quella esclamazione “tutto è grazia”, quella sofferta ammissione del sacro nella vita umana. Chissà in quella grazia dove sia, la misura della sofferenza darziana. La richiesta se si possa “finire un po’ prima”, di una donna al prete di campagna, di un peccatore all’autorità competente.
La drammaturgia di Andrea Nanni ha pregio maggiore nella sommessa esternazione di sentimento; Giovanni Guerrieri, sua la regia, tende a spogliare e ammainare qualsiasi sventolio di istrionica mostra d’attore, asciuga e fa bene, comprime Silvio Castiglioni in un imponente abito talare, lo contorna di microfoni che non servono ad amplificare ma a potenziare la maestosità di una presenza. Poi di lì scenderà, di spalle si mostrerà in una nudità sentimentale, una domanda lo opprime, disarmata. Lo spettacolo non cerca di suscitare «interesse», perché dovrebbe, l’evidenza del racconto basta alla coscienza: case, lanterne, notte, coltivi, ogni parola ha il suo rispetto, ogni suono di voce il suo equanime, grinzoso sforzo d’esistenza.

La promessa di un rogo. Questa volta il silenzio è imputato senza la dolce richiesta di partecipazione a un dolore intimo, ma con l’urgente invettiva di un dolore comunitario, assillante e pure manifesta afflizione per l’estremo vincolo alla libertà in cui incorre l’umanità illusa. Una diabolica vanità si erge a cospetto del Cristo, inchioda lui alle mancanze paterne, un demone per metà, per l’altra è un uomo deluso. Di fronte a uno specchietto si oppone al riflesso in cui è lampante apparire, questa la sua condanna, qui non si arriverà mai alla pura grazia, la sacralità si sconfessa nei tratti umani, sporca di una mai gentile, sgraziata foggia.
Perduta è la parola, nel luogo della sua consacrazione. Tutto è pura evidenza esplicita, mostra e riflesso umano. Non a immagine e somiglianza è, Dio, dell’uomo, ma l’esatto contrario. Questo, a farne ignobile immagine. È la parola che sconfigge l’uomo, la sua assenza, proprio il silenzio di Dio. Allo specchio uno spettacolo che è una carezza ruvida, allo specchio dove cercarsi una traccia, sparita, di una qualche divinità.
Questa seconda parte è meno convincente della prima, la regia sembra più meccanica, meno ispirata, la drammaturgia stenta e tocca punte di soliloquio dove Dostoevskij entra con dubbi accorgimenti, mentre invece Castiglioni è ancora impeccabile e di enorme impatto vocale.

Là dove ancora fuoco è la parola, il senso svilisce e via via scompare. E se domani bruceremo tutti nel rogo dell’incoscienza, nella fiamma di parole gridate e pure taciute, sarà dura ammissione il silenzio di Dio. Questa, inospitale, la vera casa d’altri.



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