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OSHIMA E IL DOCUMENTARIO, INTERVISTA A TADAO SATO


Come i suoi lungometraggi, anche i documentari che Nagisa Oshima ha realizzato per la tv hanno avuto un effetto dirompente, inaugurando, all'inizio degli anni '60, un approccio personale e soggettivo fino ad allora inedito. Il Torino Film Festival in questi giorni dedica al regista un'ampia retrospettiva che include anche una scelta di documentari. Ne parliamo con il critico Tadao Sato.

Junko Terao

Sabato 14 Novembre 2009
Critico, storico e teorico cinematografico giapponese tra i più prestigiosi, Tadao Sato ha dedicato molti scritti a Nagisa Oshima. L’abbiamo incontrato a Roma, in occasione dell’Asiatica film mediale.

Il Tff dedica a Nagisa Oshima una retrospettiva con la sua opera completa, inclusa una scelta di documentari e cortometraggi realizzati per la televisione. Cosa ci dice di questa produzione, inedita per il pubblico italiano?

L’opera di Oshima è stata molto importante nella storia del documentario giapponese. Fino agli anni ‘60, infatti, i documentari dovevano essere obbiettivi, rappresentare i fatti e la realtà così come erano, da un punto di vista il più possibile neutro, senza l’impronta di chi li realizzava. In questo contesto, i lavori di Oshima hanno avuto un effetto dirompente, inaugurando un nuovo modo di fare i documentari, una maniera molto personale, con un punto di vista prettamente individuale e un forte messaggio soggettivo.

Quindi l’effetto che i suoi documentari hanno avuto è paragonabile a quello dei suoi lungometraggi?

Certamente. Per esempio, in uno dei suoi documentari più famosi, Wasurerareta Kogun (Un esercito imperiale dimenticato n.d.r.), del 1963, racconta le proteste dei moltissimi soldati coreani arruolati dall’esercito giapponese durante la guerra dei quindici anni e poi, dopo il 15 agosto del ’45, lasciati a se stessi, privati della cittadinanza e dell’indennità, abbandonati sia dal Giappone che dalla Corea, che li considerava dei traditori vendutisi all’aggressore. Di questi ex soldati dell’Imperatore dimenticati, la maggior parte dei giapponesi non sapeva nulla. Proprio per questo Oshima ha scelto di raccontarne la storia, per mettere il pubblico davanti a quella realtà e suscitare un senso di vergogna e indignazione per quello che il Giappone, durante la guerra, aveva fatto.

La stessa guerra è anche al centro di un altro documentario che sarà proiettato a Torino, Daitoa senso (La guerra per la grande Asia orientale, dal nome della campagna di aggressione del Giappone imperialista nel continente asiatico) del 1968. Ce ne parla?

Daitoa senso è un documentario unico che ha fatto scalpore. Oshima ha fatto una cosa inedita al tempo: ha montato vecchi documentari della propaganda imperialista, così com’erano, utilizzando anche l’audio originale. A distanza di anni, vedere quelle immagini e sentire quelle parole e quel linguaggio ormai dimenticati e legati a quel pezzo di storia ha provocato un impatto molto forte tra i giapponesi. E’ stato decisamente imbarazzante riascoltare dopo due decenni (di alleanza con gli Stati uniti, n.d.r.) slogan come: “L’America è il diavolo!”. Con Daitoa senso, Oshima ha inaugurato un metodo molto efficace, nessuno prima di lui in Giappone aveva pensato di montare spezzoni di altri documentari e utilizzarli così com’erano. C’è poi un altro lavoro molto famoso, in cui Oshima ha dato prova della sua unicità. E’ Motakuto (Mao Tse-tung: la vita e la grande rivoluzione culturale). Alla fine del documentario, Oshima rivolge una domanda a Mao: “naturalmente lei è riconosciuto come un grande rivoluzionario, però mi chiedo se possa esistere veramente una rivoluzione guidata dal capo dello stato”. Davvero unico.

Altri documentari da segnalare?

Yunbogi no nikki (Il diario di Yunbogi), del 1965, è un documentario realizzato montando una serie di fotografie che Oshima aveva scattato in Corea durante le riprese per un altro lavoro per la tv. Le centinaia di foto ritraevano ragazzini che lavoravano per strada - all’epoca la Corea attraversava ancora grandi difficoltà. Ha montato le foto e vi ha sovrapposto una sua narrazione, un testo molto poetico, in cui incoraggiava quei ragazzi ad andare avanti. Anche questo lavoro è unico nel suo genere.

Oggi, tra i documentaristi giapponesi, ce n’è qualcuno che può avere lo stesso impatto che Oshima ha avuto negli anni ‘60?

Ce ne sono molti di grande talento, tanto che mi piacerebbe molto organizzare un evento che raccolga i numerosissimi documentari che oggi si realizzano in Giappone, anche se nessuno finora mi ha proposto di farlo. Penso che oggi sia proprio il documentario a sostenere il cinema giapponese, incluse le opere di alcuni allievi della mia scuola.

Sono documentari realizzati per la tv, per il cinema o per altri circuiti?

Lo spazio nel panorama televisivo per queste produzioni indipendenti è molto ristretto. Le tv sono molto conservatrici e non azzardano a trasmettere opere particolarmente critiche, dirompenti o fortemente politiche. Questi lavori circolano piuttosto tra spazi off e piccoli teatri.

In un’intervista che il regista Alexandr Sokurov ha fatto a Oshima e che verrà proiettata al Tff, lui ha detto: mi piacerebbe che i critici si interrogassero su cosa ho voluto celare nei miei film più che su cosa ho voluto esprimere. Da critico come risponde?

A proposito dei critici una volta Oshima mi ha detto una cosa divertente: “spesso stroncano le mie opere, io però evito di ammettere, anche quando è vero, che non sono soddisfatto del mio lavoro. Non parlo mai male delle mie creazioni, perlomeno non nei tre anni successivi alla realizzazione del film”. Gli ho chiesto perchè, e lui mi ha risposto: “beh, per rispetto nei confronti dello staff che ha lavorato con me”.



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