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PORTE GIREVOLI: LAVORATORI MIGRANTI IN ISRAELE 10/11/09

Migliaia di filippini, cinesi, africani, indiani arrivano ogni anno in Israele per lavorare. Il sistema di reclutamento privatizzato li espone a ricatti e abusi e alimenta una tragica concorrenza al ribasso con i lavoratori sia israeliani che palestinesi.

Enzo Mangini

Martedi' 9 Novembre 2010

Nelson è nervoso. Continua a girare lo zucchero nel tazzone di caffè nero e si guarda attorno. Il traffico di Allenby street scorre rumoroso dietro l’angolo di una stradina non lontano dalla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv. Nelson si volta spesso verso la strada principale. Teme gli agenti della Oz unit del ministero dell’interno israeliano. Sono quelli preposti alle espulsioni, volontarie e forzate, dei lavoratori migranti irregolari. «Non dovrei essere nervoso – dice sorridendo a forza – Io sono a posto con i documenti». L’incontro con gli agenti, in ogni caso, non è una bella esperienza.
Vive a Tel Aviv da diciotto mesi, Nelson, da quando ha risposto alla chiamata di una delle tante agenzie private di collocamento che battono l’area di Manila, nelle Filippine, alla ricerca di lavoratori da mandare in Israele. Le Filippine sono uno dei serbatoi preferiti, assieme alla Cina, alla Thailandia, al Nepal e ad alcune regioni dell’India.
A ciascuno, il suo: i filippini lavorano soprattutto nel settore della cura domestica e dell’assitenza agli anziani, i cinesi nelle costruzioni; nepalesi, thai e indiani in agricoltura. Sono questi i soli settori dove, per legge, si possono impiegare lavoratori stranieri in Israele. «Sono stato fortunato – dice Nelson – i miei datori di lavoro sono gentili e mi pagano bene, vivo con loro 24 ore al giorno, ma assieme ad altri ho un appartamento piccolo vicino la stazione degli autobus. Ci andiamo nel giorno di riposo, per stare un po’ tra noi».
Lo fanno in molti, a Tel Aviv. Il quartiere attorno alla nuova stazione degli autobus – stravolto dall’edificio di 44 mila metri quadri, con centinaia di spazi commerciali – è diventato il cuore interetnico di una città già ad altissimo tasso di biodiversità umana.
I filippini sono una delle comunità più numerose e attive. Hanno bar, spazi di ritrovo e perfino, da alcuni mesi, un embrione di sindacato che sta cercando di organizzare qualche rivendicazione per aiutare quelli meno fortunati di Nelson, e sono molti.
«Lo chiamiamo il meccanismo delle porte girevoli - spiega Roy Wagner, dell’associazione Kav LaOved - i datori di lavoro non possono impiegare direttamente gli stranieri, ma devono passare attraverso le agenzie autorizzate a importare lavoratori. Naturalmente, pagano per questo servizio». Kav LaOved ha iniziato le sue attività nel 1991, per assistere i palestinesi che, con mille problemi, lavoravano in Israele. Oggi si occupa anche dei migranti «extramediorientali».
«La cosa unica in Israele – continua Wagner – è che anche i lavoratori pagano per i servizi dell’agenzia di collocamento». Non è un dettaglio. I prezzi variano: i filippini, più preparati e più scolarizzati, pagano meno, in genere attorno ai 4/5 mila dollari e hanno i posti migliori. I potenziali lavoratori meno qualificati, come quelli dell’agricoltura, possono arrivare a pagare anche il doppio o il triplo. Va un po’ meglio nelle costruzioni, perché il settore è più regolato, ma i cinesi in genere pagano attorno agli ottomila dollari. «Questo vuol dire che quando un lavoratore perde il lavoro, l’agenzia non ha interesse a trovargliene un altro, ma preferisce far venire un’altra persona, perché è più conveniente», conclude Wagner.
Lo status legale di un lavoratore straniero anche in Israele dipende dal suo contratto di lavoro. «Senza contratto, il lavoratore viene espulso – spiega Wagner – e questo espone i migranti legali a ogni genere di ricatto circa le condizioni di lavoro e il salario. Praticamente nessuno riceve il salario minimo di 21 sheckel all’ora, meno di 4 euro, e capita di frequente che al momento dell’arrivo in Israele, dopo un viaggio e un contratto pagato a proprie spese spesso indebitandosi, il lavoratore scopre che non c’è alcun lavoro o che i datori di lavoro hanno cambiato idea e non lo vogliono più».
Da qui inizia una vita sottotraccia per sfuggire alla Oz unit ed evitare di essere espulsi. Tra il 2002 e il 2003, quando c’è stata la prima ondata di espulsioni di lavoratori, la polizia aveva creato una squadra speciale di 400 agenti. Erano molto efficienti e sono riusciti ad espellere tra i 25 e i 30 mila migranti ogni anno. Dopo il 2004, le espulsioni sono diminuite, per tre fattori combinati. I migranti, innanzi tutto, hanno imparato a nascondersi meglio, soprattutto nelle aree urbane; la competenza sulle espulsioni è stata trasferita dal ministero della sicurezza interna, che controlla la polizia, al molto meno efficiente ministero dell’interno e, infine la ripresa economica israeliana dopo il calo del Pil dovuto all’acme della seconda Intifada ha reso i lavoratori stranieri più preziosi.
«Il paradosso di questo sistema è che i lavoratori irregolari sono più liberi e meno ricattabili, perché il loro status non dipende dal contratto – rileva Wagner – e molti arrivano in Israele con visti turistici per poi rimanere a lavorare».
Il sistema delle porte girevoli è stato inaugurato a metà degli anni novanta. Creato dal governo Rabin nel 1994, ha avuto successo negli anni del boom economico seguito agli accordi Oslo, a partire dal 1996, quando la richiesta di manodopera in Israele ha fatto aumentare sia il numero dei migranti che quello dei lavoratori palestinesi. La seconda intifada ha cambiato le cose: ridotti a un rivolo i palestinesi autorizzati a lavorare oltre la Linea verde del 1967 e oltre il Muro, i migranti sono aumentati di conseguenza. Wagner nega che ci sia concorrenza tra le due categorie, perché, secondo i dati di Kav LaOved, ci sono stati periodi di crescita sia del numero dei palestinesi impiegati in Israele che dei migranti: «La concorrenza non è strutturale – dice Wagner – ma semmai politica, perché è il governo che rilascia i permessi di lavoro per i palestinesi e quindi dipende dalla situazione politica e da come il governo di turno vuole gestirla».
I lavoratori migranti in Israele oggi, secondo le stime di Kav LaOved e altri osservatori, sono circa 300 mila, il 10 per cento della forza lavoro totale. Almeno la metà sono irregolari. Contro di loro, nell’opinione pubblica israeliana conservatrice, sta montando una campagna di paura e disprezzo che ricorda i toni della Lega in Italia. In alcuni quartieri di Tel Aviv ci sono state anche manifestazioni di cittadini israeliani per chiedere una politica più dura in fatto di esplusioni.
La Oz unit del ministero dell’interno, tra luglio e settembre del 2009, ha espulso circa 3100 persone. Di queste, dati ufficiali, 2400 si sono «allontanate dal paese volontariamente». Gli altri sono stati caricati a forza su un aereo dopo una breve sosta nei due centri di identificazione ed espulsione presenti in Israele.
La crisi economica ha reso ancora più precaria la situazione dei migranti. Kav LaOved ha registrato che c’è stata una ulteriore stretta sui salari, in alcuni casi scesi anche del 30-40 per cento e si sono moltiplicati i casi di ricatto e sfruttamento puro e semplice. Tra gli israeliani, però, cresce anche una consapevolezza diversa. Non ci sono ancora manifestazioni antirazziste o esplicitamente per i diritti dei migranti, tuttavia, ci sono segnali di una diversa attenzione che parte proprio dalla questione dei diritti. Non diversamente da quanto accade in Europa, almeno tra le aree più attente dei sindacati, i lavoratori israeliani iniziano a percepire che la compressione dei diritti dei migranti e il dumping sociale autorizzato dal sistema delle «porte girevoli» è parte di un attacco ai diritti dei lavoratori che viene da molto lontano.
Yizthak Saporta, dell’università di Tel Aviv, spiega che «la ristrutturazione dell’economia israeliana viene avviata nel 1985, con le cosiddette riforme strutturali, di stampo neoliberista, che hanno smontato il sistema economico precedente, che aveva una forte impronta di tipo statale e un ruolo fortissimo del sindacato ebraico Histadrut». Fino agli anni ottanta, la sindacalizzazione dei lavoratori israeliani era altissima, attorno all’85 per cento e circa il 90 per cento dei lavoratori era coperto da un contratto collettivo. Dal 1985 in poi anche per gli israeliani si sono aperte le porte dei lavori con contractors e agenzie di esternalizzazione. Il risultato, dice Saporta, «è che oggi il 10 per cento dei lavoratori dell’amministrazione pubblica è esternalizzato, compresi gli insegnanti delle scuole pubbliche. Nel settore privato la percentuale è molto più alta». Le garanzie sindacali storiche si sono ridotte al minimo, così come i salari. Oggi non più di un terzo dei lavoratori è iscritto all’Histadrut, anche perché, dato il legame storico del sindacato ufficiale con l’establishment laburista, la crisi politica del Labor ha trascinato anche il sindacato. Per altro, Histadrut non ha mai organizzato né i palestinesi che lavoravano in Israele, né i lavoratori palestinesi con cittadinanza israeliana.
Un limite che altri sindacati giovanissimi cercano di colmare. Uno di questi è il Wac-Maan, già nell’uso dell’arabo e dell’ebraico sul proprio sito web e sui volantini denuncia l’intenzione di raggiungere tutti i lavoratori israeliani, ebrei e palestinesi, senza distinzione.
Asma Aghbarieh-Zahalka è una delle dirigenti del Wac-Maan: «Stiamo per lanciare una campagna unitaria tra i lavoratori del settore dei trasporti – dice – mettendo assieme palestinesi con cittadinanza israeliana e lavoratori ebrei. Non è facile, perché ci sono da superare, oltre alle diffidenze politiche, anche quelle sociali dovute al fatto che i palestinesi israeliani non si sentono e non sono cittadini a pieno titolo». Il crinale politico di lavoro del Wac-Maan è molto stretto: «Vogliamo spiegare anche ai lavoratori che votano Likud o magari il partito religioso Shas o Israel Beitenu del ministro degli esteri Avigdor Lieberman che lo stato che loro appoggiano quando si tratta di essere duri con i palestinesi è lo stesso che li priva dei diritti. E che tra le due cose c’è una relazione diretta per il peso economico, politico e sociale che l’occupazione ha sulla società israeliana. La verità è che Israele è sempre meno lo stato degli ebrei e sempre più lo stato degli ebrei ricchi».
Il secondo corto circuito innescato dalla politica delle porte girevoli riguarda un tema delicato quanto altri mai in Israele, quello dell’identità. Come è accaduto in Germania dagli anni sessanta in poi, i datori di lavoro e il governo pensano di importare solo braccia, ma importano persone, vite, culture. Così, anche se per la maggior parte dei lavoratori migranti Israele non è un paese dove mettere radici, a qualcuno capita di scegliere, decidere o semplicemente trovarsi nelle condizioni di dover restare oltre i cinque anni che solitamente sono il limite massimo per un permesso di lavoro.
Il caso di 1200 bambini nati da genitori migranti «extramediorientali» sta dividendo l’opinione pubblica israeliana. Le destre, religiose e nazionaliste, gridano al pericolo di una «nuova minaccia» per l’identità ebraica dello stato. Sulla stampa di destra non è raro leggere editoriali e lettere di lettori che chiedono perché Israele, già alle prese con i suoi problemi di identità, debba sobbrarcarsi anche questa rogna. Il 21 ottobre il ministro dell’interno Eli Yishai avrebbe dovuto partecipare a un incontro con la Commissione per i lavoratori stranieri creata dalla Knesset, il parlamento israeliano. Quando però ha saputo che il deputato del Meretz [partito di sinistra che comprende ebrei ed arabi israeliani] Nitzan Horowitz avrebbe portato in parlamento i bambini da espellere e le loro famiglie, Yishai ha disertato l’incontro.
Il Meretz, assieme ad associazioni come Kav LaOved, sta cercando, invece, di ottenere per quei 1200 bambini la cittadinanza israeliana, che trasformerebbe i loro genitori in «residenti» e poi, forse, in futuro, in cittadini.
A Tel Aviv, qualche settimana fa, c’è stata anche una manifestazione con un migliaio di persone riunite dal network Israeli children per chiedere la cittadinanza per questi «nuovi arrivati», che scompigliano ulteriormente il mazzo delle possibili identità israeliane.
In attesa di una nuova ondata di espulsioni, minacciata dal governo di Benyamin Netanyahu per i prossimi mesi, la protesta ha superato i confini dell’opinione pubblica «liberal». Tanto che gli Ultras dell’Hapoel, una squadra di calcio di Tel Aviv dalle radici popolari e di sinistra, hanno aperto uno striscione sulla loro curva con una domanda provocatoria: «Chi non è immigrato qui?».

Anche sul numero 39 del settimanale Carta



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