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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

COSA GUARDA AMLETO A GERUSALEMME 4/11/09

Il 7 novembre al Teatro Valle di Roma, prima dello spettacolo di Gabriele Vacis, verrà presentato il libro "Amleto a Gerusalemme" curato da Katia Ippaso per Editoria e Spettacolo. Ma cosa ci fa e cosa guarda il Principe di Danimarca tradotto in arabo e catapultato nell'Elsinore di tutti i messianesimi e di tutti conflitti? Le ragioni di un libro e di un viaggio, da un teatro all'altro, nell'introduzione della curatrice

Katia Ippaso

Mercoledi' 4 Novembre 2009

“Vai a Gerusalemme? Davvero?”: gli occhi spalancati, occhi all’indentro di chi ti sta di fronte e pesca immagini di un luogo remoto. La citta santa. La città antica martoriata dal conflitto. Gerusalemme di pietra bianca, incrocio strettissimo delle tre religioni monoteiste che rinnovano sui gesti reiterati dei fedeli le proprie necessità rituali. La mitopoiesi di questo posto unico al mondo si porta dietro luccicanze millanerie, trame d’apocalisse, la morte che abita il sacro e anche l’umano, tutti i santi giorni. Dici Gerusalemme e dici Bibbia, Corano, Torah. Ma dici anche guerra, maledizione, follia. A Gerusalemme c’è un ospedale dove ricoverano tutti coloro che - una volta messo piede in città – si convincono di essere Cristo, Maria Maddalena, Maometto. In psichiatria, ha un nome: sindrome di Gerusalemme. Non esiste una sindrome analoga detta di Londra o di Bruxelles. GE-RU-SA-LEM-ME: nessuno rimane indifferente se pronunci quelle cinque sillabe tonde, musicali, dorate. E’ un suono che stordisce e fa anche un po’ male.
Questa è Gerusalemme.
Poi c’è l’Amleto, l’opera più celebre della letteratura drammatica occidentale. Il testo shakespeariano più lungo e più rappresentato al mondo. Ogni attore che abita le terre emerse (delle sommerse ancora non sappiamo) vuole fare Amleto, prima o poi, nella vita. Ogni regista, di tradizione e d’avanguardia. vuole rappresentare Amleto e godersi la scena di un testo sacro di volta in volta iper-declamato, scenografato, scarnificato, letto all’incontrario, ammutolito, dato in pasto alla società contemporanea.
Due macigni - Gerusalemme e Amleto - già presi separatamente. Figuriamoci insieme: Amleto a Gerusalemme.
Cosa accadrà se il tormentato eroe danese re-inventato dal genio drammatico di un inglese, per via di un pedagogo italiano, comincerà a parlare in arabo? Si capiranno? Ci capiremo, noi, qualcosa?
Cosa si sceglie allora di documentare e di narrare rispetto ad un progetto così imponente, che dura più di un anno, che si svolge tra l’Italia, Gerusalemme, i Territori Palestinesi, che calamita decine di professionisti e di ragazzi che disperatamente vogliono diventare qualcosa? Come evitare che la linea d’ombra non prenda il sopravvento? Cosa guardare? Cosa ascoltare? Falliremo? Fallirò?
Non si può andare a Gerusalemme con l’Amleto sotto braccio e pensare di farcela.
Poi, però una sera, arrivano le parole di Pasolini. Sopralluoghi per un film in Palestina è un’opera sullo smarrimento (il mondo biblico appariva al nostro poeta come un rottame), sullo sconcerto di chi cerca il grandioso e invece trova il piccolo: “Le cose, quanto più sono umili e piccole, tanto più sono profonde e belle”.
Ecco, forse la chiave: tenersi stretti alle cose che sono, a quelle che si stanno facendo, mentre si fanno. Evitando di pensare ogni momento che tutti i riflettori sono accesi contemporaneamente su questo minuscolo angolo di terra, che Gerusalemme, Israele, la Palestina, sono il laboratorio su cui si misurano le nostre paure e i nostri desideri ancestrali, che ogni azione, ogni parola - di terrore o di speranza - ha una immediata eco planetaria.
“Tam, Strumenti di Pace” non è certo un progetto qualunque. Qui il Medio Oriente incrocia la letteratura classica Occidentale. In mezzo, ci sono i corpi e le narrazioni degli adolescenti palestinesi. Sono loro il vero campo di battaglia, il tavolo anatomico su cui operare il miracolo della trasfusione. Perché non starsene da quelle parti, allora?
Il farsi del teatro offre un’occasione umile - e non retorica - per avvicinarsi alla “questione palestinese” e al discorso della pace.
Tutto ciò che accade durante - negli spazi bianchi tra un saggio e uno spettacolo - possiede un senso profondo. E’ per questo che nel volume trovano ampio spazio i diari e i racconti – di Vacis, dei suoi compagni di viaggio, dei tutur palestinesi, dei giovani allievi, ma anche degli intellettuali e degli artisti incontrati a Gerusalemme: frammenti di un discorso frastagliato, disuguale e sismico, come il paesaggio (paesaggio naturale e paesaggio umano) nel quale ha preso forma il progetto stesso.
Consapevoli di aver solo sfiorato il problema, tutti abbiamo alla fine contribuito a disegnare, a matita, una figurina vista di spalle, che osserva pensosa la cupola d’oro della Moschea della Roccia ma che è pronta a scattare, e a danzare, ad andarsene forse.
Prendendo alla lettera le parole di uno spettro, il principe di Danimarca lasciava un palcoscenico affollato di cadaveri. Questo nuovo Amleto che ha preso vita tra le strade di Gerusalemme Est la pensa diversamente. Per lui il futuro significa qualcosa. E forse non è inutile capire perché.





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