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Nel grande e antico campo profughi di Gerusalemme si vive male, tra spazzatura e scarsissimi servizi, mentre il muro gli si stringe attorno. Ma i finanziamenti all'Unrwa diminuiscono di anno in anno. E tra i più avari c'è il nostro paese

Enzo Mangini

Mercoledi' 14 Ottobre 2009

Il nuovo check point è in costruzione. Una delle torrette è già pronta. Reticolato, cancelli e tornelli arriveranno presto. Dicono che quando sarà finito, tra non molto, sembrerà il terminale di un aeroporto. Invece è un lucchetto per chiudere i diciottomila abitanti (venti-venticinquemila secondo altre stime non ufficiali) del campo profughi di Shufat, a Gerusalemme Est. Gli altri tre lati del campo sono già chiusi da una bypass road e dagli edifici di uno dei tanti insediamenti di coloni ebrei che fioriscono attorno a Gerusalemme Est. Il check point vecchio è un imbuto di solida rete metallica che si stringe fino a quando diventa impossibile passare più di uno alla volta. Jeep dell’esercito e della polizia militare sorvegliano i lavori.
“Quando sarà terminato, da qui potranno passare solo gli abitanti di Shufat e di Anata un altro quartiere qui vicino – spiega un membro dello staff dell’Unrwa, l’Agenzia dell’Onu che dal 1949 si occupa dell’assistenza ai profughi palestinesi – Già adesso il personale israeliano crea difficoltà anche a noi, che pure abbiamo l’immunità diplomatica”.
Le quattrocento persone della delegazione di Time for Responsabilities, la settimana tra Israele e Palestina organizzata dalla Tavola della pace, la Piattaforma delle Ong e dal Coordinamento enti locali per la pace, vengono accolte in una delle due scuole che qui l’Unrwa gestisce. Nel cortile della scuola femminile, il vice commissario dell’Unrwa, Filippo Grandi, racconta la storia e il presente di Shufat: “Il campo è stato fondato poco prima del 1967 per ospitare 3500 profughi palestinesi di una quarantina di villaggi della zona di Gerusalemme Est – dice – Oggi ci sono diciottomila abitanti, nella stessa superficie di un chilometro quadrato. Nel 1967, con l’occupazione di Gerusalemme Est, anche il campo è stato annesso da Israele, un’annessione che la comunità internazionale non riconosce”.
Grandi spiega che l’Unrwa nel campo assicura, oltre alle due scuole, anche la raccolta dell’immondizia, i servizi sanitari, l’assistenza ai disabili e l’ambulatorio. Shufat è un pezzo del lavoro dell’Agenzia, che raggiunge 58 campi profughi in tutto il Medio Oriente, con trentamila dipendenti. Tra le altre cose, le scuole dell’Unrwa, assicurano l’istruzione a 500 mila bambini palestinesi in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria. Duecentomila sono a Gaza. “Lavoriamo sotto pressione, economica e politica – dice ancora Grandi – Da un lato ci si accusa di non fare abbastanza, dall’altro di alimentare il problema dei profughi. Il nostro non è un lavoro politico, ma politico è il problema dei profughi. Senza di loro, senza la loro partecipazione al processo di pace, senza la loro inclusione nelle trattative, non solo non ci sarà soluzione al problema dei rifugiati, ma non ci sarà nemmeno la pace giusta che auspichiamo”. Grandi non ha mancato di sottolineare come il governo italiano che parla di “piano Marshall” per la Palestina, abbia quest’anno tagliato del 50 per cento l’ammontare del contributo italiano all’Unrwa.
L’applauso che ha salutato il suo discorso, pacato ma fermo, è stato superato solo da quello riservato dalla delegazione italiana alle bambine della scuola Unrwa. Nella sala della sede del comitato popolare del campo profughi, le giovanissime studentesse hanno offerto una dakba, la danza tradizionale palestinese, di benvenuto. Concentrate e compunte, senza sbagliare un passo hanno regalato un momento di gioia che è stato come un sorso di acqua fresca, dopo la visita al campo.
Shufat non ha la situazione tragica di alcuni campi libanesi come Chatila. Però ha il “privilegio” di essere parte della periferia di Gerusalemme Est, sulla linea di espansione dei progetti edilizi israeliani. Il quartiere attorno, palestinese, è sotto pressione. Lo si vede dallo stato pessimo delle strade e dal fatto che la spazzatura non viene raccolta. Nel campo se ne occupa l’Unrwa, fuori dovrebbe occuparsene la municipalità. Invece no, i cumuli di rifiuti crescono fino a quando qualcuno non appicca il fuoco. Molti abitanti del quartiere preferiscono entrare nel campo profughi vero e proprio per poter gettare la spazzatura. La manovra, che sarà completata con il termine dei lavori del check point, è di “spingere” il campo verso il territorio palestinese. Il nuovo check point, infatti, si raccorderà con il Muro, che corre poco sotto la spianata dove ci sarà il parcheggio del nuovo scintillante lucchetto. Il quartiere di Shufat, dove i profughi si sono rifugiati nel 1948, era, ed è, ad altissima densità. Ci abitano circa 50mila palestinesi, in parte rifugiati, in parte rimasti nell’area di Gerusalemme dopo il 1967.
Ad agosto del 2008 i coloni sono arrivati anche qui, con un avamposto chiamato Sha’ar Mizrahi, Cancello orientale, su una collina tra il campo profughi e la bypass road numero 1 che collega Gerusalemme con la grande colonia di Ma’ale Adumim. Il piano edilizio prevede di installare circa 2000 unità abitative, in un’area che è in sostanza il solo spazio aperto non edificato di questa parte di Gerusalemme est. L’insediamento è oltre il Muro, tanto che i coloni . hanno chiesto di modificare il tracciato per includerlo. Solo che così, il campo profughi sarebbe dalla parte israeliana. Per ora, in attesa di una sentenza che potrebbe dare ragione ai coloni, il Muro si “limita” a tagliare fuori il campo di Shufat. Per gli abitanti, vuol dire permessi rilasciati dalle autorità israeliane per andare al lavoro o dal medico. Vuol dire che anche il rapporto con il resto della città si è ristretto come il collo di bottiglia del check point.

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