Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

LA DANZA UMANISTICA DI EXTRAVAdANCE 14/10/09

Sulla scena di Romaeuropa Festival, al Vascello di Roma, è andato in scena l'assassinio simbolico dei Ballets Russes di Diaghilev. Protagonisti, la coregrafa francese Myriam Gourfink e l'atipico performer Olivier Dubois che in due diverse opere rileggono e rimettono in discussione miti ed icone del balletto moderno (nell'immagine Gwenaëlle Vauthier in un momento di Corbeau della Goufink)

Luigi Coluccio

Mercoledi' 14 Ottobre 2009
Dittico di delizie misterioso e osceno e d’Oltralpe.
Delizie-complotti coreutici di Myriam Gourfink e Olivier Dubois, che tra un pas de bourrée e un’overture bramano, cospirano, pianificano di assassinare –dove se non sulla scena?- i Ballets Russes e Čajkovskij, Nijinsky e Il lago dei cigni.
Un ineluttabile, poetico, regicidio, dunque, ma interamente danzato.
La danza è un universo senza forma e conquistatore, arte spettacolare prima in questo scorcio di inizio XXI° secolo. E gli arditi del popolo francofono sono qui, sul palcoscenico del Teatro Vascello, a ricordarcelo. Teorica, storicizzata, ibrida lei, inusuale, gongolante, iconico lui. Myriam Gourfink e Olivier Dubois scassano la terra arida della mente dello spettatore italico, che stringe ossequioso tra le mani le foto di un Nureyev in interno borghese mentre ensemble spettacolari come MK e Kinkaleri arrancano misconosciuti ai bordi del suo sistema neurale. Lo fanno con un percorso di conoscenza umanistica sul movimento e sul corpo, sulle icone e sul significato, sulle genti e sulle credenze. Quello che abbacina è la consapevolezza. Del loro riplasmare la materia fisica e mentale, del guado solitario e triste che attraversano.

Come suona maestoso, ingiallito, il Corbeau della Gourfink. Come quando mentre scorre una pellicola al cinema appaiono i graffi, i rumori, i buchi di un’altra epoca. E la coreografa francese deve aver assistito molte volte alle proiezioni del Kinetographie Laban – un sistema di notazione dei passi inventato nel 1928- tanto da restarne ammaliata e creare alla fine del secolo una sua appendice virtuale, il LOL (Laban Orienté Lisp), un software di scrittura di danza che sa di post-umanesimo fin dalla sua origine –è stato creato da un etnomusicologo/informatico, da una coreografa e da un compositore. E la melanconia del passato sembra brandirla alla gola anche in questo lavoro, decostruzione minuziosa e profonda del cigno romantico –e, per estensione, della danza tutta.
E il coup de théâtre è servito: a incarnare le pulsioni teoriche e corporali della Gourfink ecco immolarsi la ballerina dell’Opéra de Paris Gwenaëlle Vauthier, pura appendice fisica contenuta in punte, braccia e gambe su cui la coreografa incide il suo messaggio, la sua ricerca.
Quanto dolore teorico e corporale in questo incontro?
Quanti compromessi d’arte e di vita in questo incontro?
Il sacrificio della ballerina incatenata, usurpata, si consuma attraverso un’ascetica conoscenza della propria presenza nel tempo e nello spazio, attraverso lo yoga e la respirazione, veicoli spettacolari essenziali per l’umanista Gourfink. Ed ecco gli 88.000 chakra presenti nel corpo illuminarsi lungo la lenta e misteriosa danza, in cui un unico, incessante fluire, sembra scaturire dall’interno e dalla superficie dello splendido corvo -cavallo di troia ammantato di nere piume, unica concessione scenica, veicolo simbolico, (ironico?), all’immaginario del celebre gruppo fondato da Sergej Djaligev.
L’entropia universale sembra venir meno, ed è impossibile distinguere passato e futuro, movimento precedente e successivo, il tutto ritagliato negli stridii e nelle cupe sonorità di Kasper T. Toeplitz.

Pour tout l’or du monde è una danza fatta esclusivamente di tempi e corpi, striata da un umorismo lunatico alla Tati o da una preponderanza fisica, e mimica e iconica, alla John Belushi. E' pali-delizie da discoteca, delizie come membri maschili fluorescenti, delizie carnose, cigni-delizie. Un divertissement da consumarsi tra il luna park e il circo, tra donne cotonate sorridenti e nani cattivi e truffatori, con il danzatore Olivier Dubois, performer basso e sovrappeso, a strappare laconicamente il biglietto all’ingresso di questa fiera slapstick in bianco e nero.
Sembra quasi naturale, previsto –e perché no?, ossequioso-, che il corpo innaturale di Dubois debba confrontarsi con il cigno Nijinsky, in una impari lotta per il coreutico shlemiel francese. Ma le delizie sopra elencate divengono le pietre angolari, e rotolanti, di un rosicchiamento feroce e dissacrante della figura del grande ballerino russo –che, ironia della sorte, finì attanagliato per lunghi anni della sua vita dal male più disgregante per un’estatica corporalità come la sua: la schizofrenia- e della danza classica tutta. Un grido di rivoluzione corporale sembra scaturire dalle gioiose, sfacciate, coreografie, all’insegna dell’accettazione dell’altro sul terreno minato dell’estetica, falcidiato in Pour tout l’or du monde da un alone kitsch che richiama i fenicotteri rosa di John Waters e una mimica facciale surreale e potente à la John Belushi. Ed è proprio questo accostamento di generi, e invettive e sensazioni, che rendono il lavoro di Dubois un prisma coreutico di grande fascino, con sequenze davvero trascinanti –l’irresistibile inizio alla Tati con le musiche di Čajkovskij- fuse insieme in un apparato di decostruzioni che è impossibile catalogare, archiviare, semplicemente seguire. Gli scarti improvvisi tra sequenze danzate, situazioni umoristiche, pose plastiche, pause e tempi morti, culminano nell’icona finale di una spaccata in sovrappeso, agghindata di glitter e luci soffuse, sospesa tra Nijinsky e Divine, il dio e l’uomo, l’automa e il corpo.



Powered by Amisnet.org