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La Conferenza sulle responsabilità a Gerusalemme: l’evento più classicamente «politico» della Carovana di Time for Responsibilities, organizzata dalla Tavola della Pace, dal Coordinamento enti locali per la pace e dalla Piattaforma delle Ong per il Medio oriente. Le sorprese sono state molte

Testo e foto di

Enzo Mangini

Martedi' 13 Ottobre 2009

Gerusalemme - «Forse l’Europa dovrebbe smettere di finanziare i programmi dell’Anp». «Israele non ascolta gli inviti, ascolta solo le minacce». Sono due delle frasi più inattese della conferenza «Il ruolo dell’Europa nella pace in Medio oriente», tenutasi oggi nell’auditorium del centro Notre Dame di Gerusalemme, a pochi passi dalle mura di Solimano, tra il New Gate e la Porta di Damasco.

È l’evento più classicamente «politico» della Carovana di Time for Responsibilities, organizzata dalla Tavola della Pace, dal Coordinamento enti locali per la pace e dalla Piattaforma delle Ong per il Medio oriente. Eppure, per la scelta degli oratori, le sorprese sono state molte.

La prima frase è di Sari Nusseibeh, rettore dell’università araba Al Quds di Gerusalemme; la seconda è di Janet Aviad, dell’università ebraica di Gerusalemme. I loro sono stati gli interventi più applauditi dalle oltre quattrocento persone tra italiani, spagnoli e francesi arrivati per ascoltare e riflettere. I rappresentanti dell’Ue, Nils Eliasson per la presidenza di turno svedese, e Christian Berger, che a Gerusalemme è la Commissione europea, hanno dovuto giocare sulla difensiva. Perché le critiche e le provocazioni sono state molte, da quelle dell’ex patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, a quelle, dirette, profonde, di Sari Nusseibeh e Janet Aviad.

«Perché l’Ue paga per i programmi per le forze di sicurezza dell’Anp – ha chiesto Sari Nusseibeh – Quando la loro funzione è innanzi tutto quella di garantire la sicurezza degli israeliani?». «L’occupazione per Israele è molto conveniente – gli ha fatto eco Janet Aviad – Perché l’Ue paga per le infrastrutture che Israele distrugge, perché il peso economico dell’occupazione non ricade sulle finanze israeliane».

Christian Berger ha quantificato la spesa: un miliardo di euro l’anno, tra contributi della Commissione e quelli dei singoli stati membri. Un miliardo di euro l’anno la cui principale funzione è tenere a galla l’Autorità nazionale palestinese e creare le strutture per lo stato che verrà, se e quando verrà. «L’Ue rimane impegnata sul principio di due stati per due popoli, e su quello di avere uno stato palestinese credibile, con continuità territoriale, nei confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale», hanno ripetuto tanto Berger quanto Eliasson. «Nessun cambiamento rispetto a questa posizione può essere accettato dall’Ue – hanno aggiunto – se non c’è l’accordo tra le parti».

Il punto però è proprio questo. Nusseibeh lo ha sottolineato: «La realtà dei fatti sul campo è che questa ipotesi inizia ad essere impraticabile, se non lo è già, a causa degli insediamenti che hanno continuato a crescere in tutta la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est». Nusseibeh, la cui famiglia appartiene alla alta borghesia palestinese, arrivata qui a Gerusalemme con il califfo Omar, ai tempi della prima conquista araba, ammette di «essere più confuso oggi di quanto non fossi qualche anno fa». «Ho pensato per una parte della mia vita che lo stato palestinese fosse una necessità, oggi non penso più così. Penso invece che sia importante chiedersi in che tipo di stato vogliamo vivere. A me non interessa se nel futuro vivrò in uno, due o tre stati, mi interessa che, qualsiasi stato sia, ci si possa vivere come cittadini con pari diritti e pari dignità. Il rischio che vedo quando sento Obama parlare della soluzione dei due stati e Netanyahu rispondere di essere pronto, è che si tratti di una soluzione inaccettabile, imposta ai palestinesi. Ci possono essere molte declinazioni della soluzione dei due stati, ma una soluzione che non contempli i confini del 1967, Gerusalemme Est e il ritorno dei profughi è esattamente quella voluta dalla destra israeliana, che sicuramente, a queste condizioni, è prontissima ad avere la pace. E le condizioni che renderebbero accettabile ai palestinesi la soluzione dei due stati stanno rapidamente diventando irrealizzabili».

«Se facessimo oggi un sondaggio tra gli israeliani – ha detto Aviad – la risposta sarebbe che la soluzione è quella dei due stati. Ma se chiedessimo ‘quando’, la risposta sarebbe ‘in futuro’. È un processo di pace, direbbero gli israeliani. Ma processo, in Israele, è un modo per dire mai. È come se si vedesse la luce in fondo al tunnel ma non il tunnel stesso».

Aviad ha ricordato come venti anni fa, dopo la prima Intifada, la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana fosse convinta che i palestinesi meritassero la pace e uno stato. «Oggi non è più così, oggi c’è bisogno di un nuovo lavoro del movimento pacifista israeliano per riconquistare ciò che venti anni fa sembrava cosa fatta – ha detto rammaricata – e per farlo bisogna usare argomenti che anche l’opinione pubblica moderata israeliana può accettare. Quello di un solo stato per due popoli non è tra questi, l’opinione pubblica israeliana, quella che ha dato la vittoria a Netanyahu nelle ultime elezioni non è preparata a questo. Ciò che si può dire, invece, è che sono i coloni che mettono in pericolo l’esistenza di Israele, sono loro gli antisionisti. Perché l’occupazione – ha spiegato – il furto di terra palestinese, la violenza, stanno delegittimando Israele agli occhi del mondo, e perché l’espansione delle colonie rende sempre più difficile ottenere i due stati. Se si lascia passare ancora del tempo – ha concluso – l’unica soluzione possibile, e non scelta, sarà quella di un unico stato per due popoli e dunque Israele non potrà più essere uno stato ebraico. È questo il tipo di argomento che l’opinione pubblica israeliana può capire. È questo che, con le pressioni internazionali, può spingere a un cambiamento di rotta rispetto al vicolo cieco dove ci siamo infilati. Per uscirne abbiamo bisogno di aiuto».

«Non è vero che spendiamo per la sicurezza degli israeliani – si è difeso Berger – il miglioramento della situazione dei servizi di polizia palestinese serve anche alla sicurezza dei palestinesi. E il piano del primo ministro Salam Fayyad di due anni per prepararsi alla possibilità dello stato è per noi un impegno da sostenere per migliorare le capacità di governo dei palestinesi, diffondere lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. Sono queste le posizioni ufficiali dell’Ue – ha aggiunto Berger – Forse stiamo andando nella direzione sbagliata, ma se smettessimo adesso di finanziare l’Anp cosa succederebbe?».

Berger non azzarda ipotesi sul futuro, né fissa calendari, tappe, programmi. Si limita a dire che l’Ue, come del resto l’Anp e il governo israeliano, aspetta che le buone intenzioni del presidente statunitense Barack Obama diventino un piano preciso. Lascia insomma ancora una volta l’iniziativa agli Usa, accontentandosi di giocare sulla fascia. Una risposta che non ha convinto chi è venuto a Gerusalemme anche per chiedere che l’Ue abbia un ruolo più forte nella soluzione del conflitto; che sia capace di iniziative che non seguano i binari fallimentari degli ultimi decenni. Una risposta che ha dimostrato una cosa: la preoccupazione di non essere troppo duri con il governo israeliano e di non dare l’impressione di «neocolonizzare» i palestinesi, spinge alla paralisi politica. Al punto da non riuscire a vedere altro che una ripetizione in toni sempre più cupi, di un presente già buio. La risposta del rappresentante della Commissione europea ha dimostrato che in questa parte del mondo, la retorica pacifista è quella dei governi. I cittadini sono sognatori molto più realisti.

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