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UNA DISPERATA VITALITA'.IL PASOLINI DI FABIO MORGAN 2/2/12

SE L'AUTORE DETTA LEGGE 8/12/11

DOLLIRIO, UNA STORIA QUASI VERA 13/11/11

VALLE OCCUPATO: UNA CASA CHE NARRA SE STESSA (MA NON E'IL GRANDE FRATELLO) 30/10/11

L'AGRIMENSORE TRA I CARTONI 14/10/11

CLAUDIO MORGANTI ALLA PORTA DELL'INFERNO 22/07/11

UNA DISCESA NEL MAELSTROM IL TEATRO AURATICO DI MASSIMILIANO CIVICA 4/7/11

L'ARTE E L'ACCATTONAGGIO. GLI ESERCIZI DI ANDREA COSENTINO 9/2/11

L'OLTRANZA DELLE IMMAGINI IL PROMETEO DI ALBERTO DI STASIO 2/2/11

LE VOCI DI FUORI DI DARIO AGGIOLI 7/05/10

ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

LA METAFORA VIOLENTA DEL TEATRO DI NASCOSTO 2/3/10

RAVENHILL 1/ LAGGIU' QUALCUNO NON CI AMA 20/02/10

RAVENHILL 2/ LA GUERRA E' PACE, OVVERO COME SI COSTRUISCE UNA NAZIONE NELL'ERA DELL'IMPERO DEL BENE 20/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

VENTRIGLIA-GARBUGGINO DAI KARAMAZOV AI DE REGE 3/10/09

Si chiama Premio Dostoeveskij ed è l'ultima fatica dei due performer di Malasemenza che ha aperto la stagione del teatro Argot di Roma. L'ennesimo passo nel percorso di traduzione scenica del grande romanziere russo culmina in un avanspettacolo radicale che folgora il presente con lo sguardo del passato

Attilio Scarpellini

Sabato 3 Ottobre 2009
Lui è allampanato, ossuto, sprofondato in un cappotto nero, una specie di abito da lutto che smette mai: la sua maschera appuntita sembra appena uscita da un sogno. Lei ha la camicia bianca, i capelli sciolti, gli occhi perennemente sgranati e un sorriso misterioso che le aleggia sulle labbra. Loro sono Gaetano Ventriglia e Silvia Garbuggino, i due improbabili animatori di Premio Dostoevskij, un concorso teatrale che sul palco romano dell’ Argot lancia una sola, fallimentare, posta in gioco: la verità del teatro ( o, come direbbe Ventriglia, la sua onestà). Vanno dai Fratelli Karamazov ai Fratelli De Rege, senza soluzione di continuità, muovendosi su una scena spoglia, primitiva, quasi bidimensionale, intervallando gli exploit filosofici di Kirillov con la comicità surreale degli anni trenta. Non fanno Dostoevskji, lo traducono in un avanspettacolo radicale dove la lingua bassa, ventrale, dei dialetti risponde alla lingua alta e irreprensibile dei sogni per innescare un unico, vorticoso anacronismo. Niente di più dostoevskjano di Ventriglia che, ancora ai margini del Sottosuolo lasciato in I can’t get no satisfaction , saluta il pubblico biascicando a mezza voce: “Grazie, grazie… ci sentivamo così soli”. Niente di più ironico che ripetere, in faccia alla contemporaneità, la tiritera del nichilismo che crede di essersi lasciata alle spalle per scoprire che quella “trasformazione fisica” dell’uomo annunciata dai Demoni è davanti, e non dietro, di noi. Niente di più straziante, invece, dell’imbarazzante purezza con cui Silvia Garbuggino, stringendo un cavalluccio tra le braccia, distilla il discorso di Aliocha ai bambini alla fine dei Karamazov, avvicinandoci bruscamente all’impossibile innocenza di una lingua che, da tempo, il nostro tempo ha smesso di parlare.

questa recensione è uscita sull'ultimo numero del settimanale Carta



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