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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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In attesa di riforme strutturali, se ci saranno, il neo-eletto Hatoyama dichiara guerra alle emissioni di CO2 e prende la leadership mondiale sul clima. E' iniziato il grande cambiamento? (fotoritocco da treehugger.com)

Aiko Takeda

Martedi' 8 Settembre 2009

L’onda nuova di Yukio Hatoyama non si ferma alla valanga di voti e di seggi conquistati in Parlamento: se cambiamento dev’essere, che cambiamento sia. Cominciando dalla parte forse più “semplice” – rispetto ai mastodontici problemi economici, sociali, e strutturali del Paese, s’intende -, ma per nulla scontata: la rivoluzione verde. In un Paese a diffusa sensibilità ecologica, dove si sperimentano tecnologie a basso consumo e la ricerca di soluzioni alternative ed eco-friendly è all’avanguardia, non è una vera novità. E il cambiamento che i giapponesi avevano in mente mettendo la croce sul nome del candidato democratico nelle cabine elettorali riguardava più direttamente le loro vite. Ma il neo-eletto primo ministro giapponese sembra voler stupire gli scettici, quelli che alla “grande svolta” non ci credono, soprattutto all’estero. E punta tutto sul clima, tirando fuori dal cappello un ambiziosissimo 25% di tagli alle emissioni di gas serra rispetto ai valori del 1990 – anno preso come riferimento dalle Nazioni unite – entro il 2020. La svolta, almeno in questo frangente, c’è eccome: solo due mesi fa, lo sconfitto ex-primo ministro Taro Aso aveva annunciato un target dell’8%, molto deludente e per questo criticato da ambientalisti e Nazioni unite, ma assai rassicurante per i grandi industriali, i cui interessi rimanevano così al sicuro. Ieri, invece, Hatoyama ha osato, e lo ha fatto durante un convegno sui cambiamenti climatici a Tokyo. Presenti anche i capi delle grandi lobby nazionali. L’effetto, ovviamente, è stato quello sperato. La notizia campeggiava sulle homepage dei quotidiani di tutto il mondo, applausi di soddisfazione sono arrivati dai principali gruppi ambientalisti – Greenpeace e Wwf in primis - e dal capo del segretariato Onu per i cambiamenti climatici, Yvo de Boer: “Con un target simile il Giappone si assumerà il ruolo di leader che i paesi industrializzati si sono impegnati a ricoprire nella lotta contro i cambiamenti climatici”. Il Giappone che dà l’esempio al resto del mondo, Stati uniti per primi, che col timido obbiettivo annunciato da Barack Obama di tornare, entro il 2020, ai livelli di emissione del ’90, da Tokyo avranno da imparare. “E’ il primo segnale di leadership sul clima che riceviamo dai paesi industrializzati – commenta Greenpeace international – il tipo di leadership che vorremmo vedere dal presidente Obama”. Una mossa niente male da parte di Hatoyama, messa in cantiere ancor prima del suo insediamento, in vista della conferenza Onu sul clima in programma a dicembre a Copenhagen. Sarà quello lo scenario del rilancio verde di Tokyo, la sede in cui i leader dei paesi industrializzati e di quelli emergenti si incontreranno per discutere del dopo-Kyoto, protocollo che scade nel 2012. Se finora lo scarso impegno da parte dei paesi ricchi a ridurre le emissioni aveva fornito un alibi alle economie emergenti, adesso che il Giappone si allinea all’Unione europea (target annunciato del 20%) e ai livelli raccomandati dall’Onu (25-40%), la trattativa con Cina e India si annuncia più semplice. Una decisione, quella di Hatoyama, che parla soprattutto ai colleghi leader internazionali, ma che segna un atteggiamento nuovo anche a casa, nei confronti dei grandi industriali. Che il nuovo premier riesca a resistere alle pressioni contrarie che già si annunciano e a tradurre in fatti l’obbiettivo non è scontato. Basta leggere il commento secco di Koshi Mizukoshi, della Kobe Steel (acciaierie), che prefigura la minaccia della delocalizzazione: “E’ assolutamente ridicolo. Andrà contro l’interesse della nazione perchè diventerà impossibile portare avanti attività manifatturiere nel Paese”. Incredulo il presidente della Nippon Oil corporation, Fumiaki Watari, che da Pechino, dove si trova in visita, dichiara : “E’ difficile da credere. Voglio verificare le sue intenzioni”. La curiosità su come, effettivamente, il nuovo governo democratico riuscirà a raggiungere l’obbiettivo, rimane. Anche perchè i dettagli del piano ancora non ci sono. Si sa che gli elementi principali saranno la compravendita di quote di emissione di CO2 con altri paesi – il cosidetto emission trading -, incentivi all’utilizzo di teconologie a basso consumo nelle automobili e all’acquisto di pannelli solari, ma il nodo è chiaramente politico e si scioglierà nelle trattative con gli industriali.

il manifesto



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