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RIVOLTA A COLPI DI SIRINGHE 04/09/09

Si riaccende la protesta nello Xinjiang. Una vicenda dai contorni poco chiari, tra manifestazioni, psicosi e aggreesioni a colpi di siringa. Tutto in una regione militarizzata

Andrea Pira

Venerdi' 4 Settembre 2009


Alcune centinaia, forse addirittura più di un mille persone, sono scese in piazza ieri e hanno manifestato per le strade di Urumqi, capoluogo della provincia autonoma dello Xinjinag nella Cina nordorientale, chiedendo alle autorità protezione contro gli attacchi a colpi di siringhe che da giorni terrorizzano la città. Sarebbe potuta essere una protesta tra le tante, uno tra le migliaia di “incidenti di massa” che ogni anno turbano la “società armoniosa” a cui aspirano i dirigenti cinesi. Le manifestazioni di ieri sono però diverse. Due mesi fa, il 5 luglio, Urumqi è stata il teatro degli scontri tra uiguri, la minoranza mussulmana e turcofona che abita la regione, e cinesi di nazionalità han; violenze costate la vita a 197 persone, in maggioranza han.

Ieri un nuovo episodio di tensione che rischia di degenerare in nuovi scontri tra i due gruppi. Una vicenda dai contorni poco chiari riportata da un giornale di Hong Kong, il Wen Wei Po. Centinaia di persone sarebbero state ferite da sconosciuti che le hanno attaccate usando delle siringhe come se fossero coltelli, provocando così dure manifestazioni di protesta. Una notizia inizialmente smentita dalle autorità. Pechino «è in grado di garantire la stabilità» del Xinjiang ha affermato una portavoce del ministero degli esteri. Ma a poco a poco qualcosa è iniziato a trapelare. Le prime conferme arrivano dall'agenzia ufficiale Xinhua, che ha battuto la notizia, mentre dagli ospedali giungono informazioni sui feriti. Oltre 470 secondo l'emittente Bingtuan Television, mentre la polizia annuncia l'arresto di 15 persone ritenuti i possibili aggressori. Priva di qualsiasi fondamento risulterebbe al contrario la psicosi da contagio, le siringhe non sarebbero infette con il virus Hiv, come temuto da molti.

Ma la rabbia popolare ha già individuato i colpevoli. I cinesi han puntano il dito contro gli uiguri e accusano le autorità di non proteggerli dagli attacchi dei «terroristi» e chiedeno le dimissioni di Wang Lequan, segretario del Partito comunista dello Xinjiang.

Quasi una beffa: Urumqi è militarizzata, più di ventimila agenti delle forze di sicurezza, inviati da Pechino dopo le violenze di luglio, pattugliano le vie della città e mantengono la situazione sotto controllo. Misure di sicurezza che si sono intensificate con l'avvinarsi delle celebrazioni per sessantesimo anniversario dalla fondazione della Repubblica popolare cinese, il 1 ottobre,che corrisponde anche al cinquantaquattresimo anniversario dalla proclamazione della Provincia autonoma dello Xinjiang da parte di Pechino, ovvero il simulacro di autonomia che il governo centrale ha concesso agli uiguri. Senza contare l'imminente processo alle circa duecento persone accusate di aver preso parte agli scontri di luglio sulle quali pendono le accuse di omicidio, rapina, vandalismo e sabotaggio dell'ordine pubblico. Non sembra quindi esserci la tanto sospirata calma annunciata da Kurexi Maihesut, vice presidente della Provincia autonoma che, in visita a Pechino, aveva parlato di «ritorno alla normalità». «La situazione nella regione è tesa» spiega Elena Caprioni, dottore di ricerca in Storia, istituzioni e relazioni internazionali dell'Asia all'Università di Cagliari, specializzata in storia e cultura dello Xinjiang. «Oggi la situazione è però meno chiara – continua -, le informazioni sono poche e confuse rispetto a due mesi, quando, grazie a youtube, abbiamo potuto vedere cosa accadeva». E conclude «penso che ci sia un legame tra le nuove manifestazioni e gli incidenti di luglio, e credo abbia giocato un ruolo anche il discorso che Rebiya Kadeer ha tenuto martedì davanti al Parlamento europeo». La sessantaduenne leader uigura in esilio ha nuovamente denunciato la scomparsa di diecimila uiguri, ma si è detta pronta a trattare con Pechino e ha invitato l'Unione Europea a fare pressioni sulla Cina affinché rispetti l'autonomia del popolo uiguro. Dal canto suo l'Ue ha fatto sapere che ritiene necessaria un'inchiesta indipendente affidata all'Onu per far luce sulle violazioni dei diritti umani «da entrambe le parti».

Sulla stampa ufficiale cinese continuano invece gli attacchi a Rebiya Kadeer. Non passa giorno che il quotidiano in lingua inglese China Daily non pubblichi un articolo contro l'attivista uigura, definendola di volta in volta «una separatista», «la mente dei disordini di luglio»,« una bugiarda». Accuse reciproche. Dilxat Raxit, portavoce del Congresso mondiale uiguro non crede alle proteste spontanee e afferma: «Il governo vuole creare intenzionalmente problemi tra han e uiguri».




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Immagine di gilard su Flickr



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