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LA VISITA PROIBITA 27/08/09

Il governo di Taiwan ha autorizzato la visita del Dalai Lama sull'isola. Il gelo di Pechino

Andrea Pira

Giovedi' 27 Agosto 2009

Il Dalai Lama, Taiwan, il governo di Pechino; tutti elementi pericolosi da mischiare insieme. Così l'autorizzazione concessa dal governo di Taipei alla visita della guida spirituale tibetana sull'isola “ribelle”, rischia di irritare, e non poco, il governo di Pechino, toccando uno dei nervi scoperti della Repubblica popolare cinese sin dalla sua fondazione nel lontano 1949. A dare fuoco alle polveri l'invito rivolto al Dalai Lama da un gruppo di sette sindaci taiwanesi appartenenti al Partito democratico progressista (Dpp), all'opposizione nel parlamento di Taipei, affinché, con la sua visita, Sua Santità porti conforto ai superstiti del ciclone Morakot, che l'8 agosto scorso ha colpito l'isola e provocato almeno 461 morti e 192 dispersi. Un invito condiviso dal presidente Ma Ying-jeou, secondo il quale il Dalai Lama potrebbe «aiutare le anime dei morti a trovare la pace e a pregare per il benessere dei sopravvissuti»
La scontata e negativa risposta della Cina non si è fatta attendere. Pechino considera il leader tibetano un “secessionista”, che «con il pretesto della religione non ha mai cessato le sue attività separatiste». «La decisione di Ma non è saggia e manca di lungimiranza» spiega il politologo cinese Chen Xiancai, vice direttore del centro ricerche su Taiwan dell'università di Xiamen. Una decisione alla quale il governo cinese si «oppone con fermezza - annuncia un portavoce dell'ufficio Affari taiwanesi del Consiglio di Stato - È un tentativo di sabotare -ha aggiunto- le migliorate relazioni tra le due sponde dello Stretto». Dall'elezione di Ma Ying-jeou nel marzo del 2008 Pechino e Taipei si sono lentamente riavvicinate. Un percorso fatto di piccoli gesti, alcuni simbolici, come l'invio di due panda cinesi a Taipei, altri più concreti, come il ripristino dei voli diretti tra i due paesi. Per Pechino, Taiwan è e resta territorio cinese, e con il ritorno al potere del partito nazionalista, Guomindang, di Ma Yin-jeou, sembrano essersi affievoliti le spinte pro-indipendenza che avevano caratterizzato gli otto anni di governo del Dpp, per un più tranquillo mantenimento dello status-quo, ovvero una Taiwan, indipendente di fatto, ma non ufficialmente, che dialoga con l'ingombrante Cina continentale.
La visita del Dalai Lama, la terza di Sua Santità sull'isola dopo quelle del 1997 e del 2001, potrebbe però incrinare questo nuovo rapporto. E forse, sostengono i maligni, è proprio questo il progetto del Dpp, una mossa politica per mettere in difficoltà il presidente Ma Ying-jeou e la sua politica di distensione con Pechino.

Immagine di Toots Fontaine



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